Donato Carrisi.
...
.
...
IO SONO L'ABISSO.
...
.
...
2020. Longanesi Editore, MILANO.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...	
Sono le cinque meno dieci esatte. Il lago s'intravede all'orizzonte:  una lunga linea di grafite, nera e argento. L'uomo che pulisce sta per iniziare una giornata scandita dalla raccolta della spazzatura. Non prova ribrezzo per il suo lavoro, anzi: sa che  necessario. E sa che  proprio in ci che le persone gettano via che si celano i pi profondi segreti. E lui sa interpretarli. E sa come usarli. Perch anche lui nasconde un segreto. L'uomo che pulisce vive seguendo abitudini e ritmi ormai consolidati, con l'eccezione di rare ma memorabili serate speciali. Quello che non sa  che entro poche ore la sua vita ordinata sar stravolta dall'incontro con la ragazzina col ciuffo viola. Lui, che ha scelto di essere invisibile, un'ombra appena percepita ai margini del mondo, si trover coinvolto nella realt inconfessabile della ragazzina. Il rischio non  solo quello che qualcuno scopra chi  o cosa fa realmente. Il vero rischio , ed  sempre stato, sin da quando era bambino, quello di contrariare l'uomo che si nasconde dietro la porta verde. Ma c' un'altra cosa che l'uomo che pulisce non pu sapere: l fuori c' gi qualcuno che lo cerca. La cacciatrice di mosche si  data una missione: fermare la violenza, salvare il maggior numero possibile di donne. Niente pu impedirglielo: n la sua pessima forma fisica, n l'oscura fama che la accompagna. E quando il fondo del lago restituisce una traccia, la cacciatrice sa che  un messaggio che solo lei pu capire. C' soltanto una cosa che pu, anzi, deve fare: stanare l'ombra invisibile che si trova al centro dell'abisso.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Donato Carrisi (Martina Franca, 25 marzo 1973)  uno scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, giornalista e regista italiano, vincitore del Premio Bancarella nel 2009 con Il suggeritore e del premio David di Donatello nel 2018 con La ragazza nella nebbia.
Collaboratore per il Corriere della Sera, si cimenta come Sceneggiatore di serie televisive e per il cinema. Dopo aver studiato al Liceo Classico Tito Livio di Martina Franca, si  laureato in giurisprudenza, con una tesi su Luigi Chiatti, "il Mostro di Foligno". Ne  seguita poi la specializzazione in criminologia e scienze del comportamento.
Nel 2018 diventa insegnante all'Universit IULM, dove tiene il corso di "Scrittura di genere: thriller, noir, giallo, mystery" nel master di Arti del racconto.
...
.
...
IO SONO L'ABISSO.
...
.
...
7 giugno.
...
.
...
Alla scritta, su su in cima, mancano alcune lettere, altre sono storte. Anche se ha solo cinque anni e non va ancora a scuola, riconosce la G e la H e sa che il cerchietto corrisponde sempre alla O, che ora  anche la forma dello stupore sulle sue labbra.

"Grand Hotel" legge Vera per lui mentre si avvicinano, indicando l'alto edificio che li attende, addormentato. Le finestre sono tanti occhi ciechi. Nei muri lunghe rughe che si sbriciolano, solchi di lacrime secche. Le scritte e i disegni colorati invece di mettere allegria fanno somigliare il palazzo a un vecchio gigante umiliato. La porta d'ingresso sembra una giostra rotta, ed  sbarrata con assi di legno. Piccoli arbusti bucano l'asfalto del piazzale come dita di scheletri che cercano di uscire dalle tombe.

In mezzo a un coro d'invisibili cicale, si sentono solo gli zoccoli di Vera e lo strascinio delle ciabattine di plastica del bambino. Il bambino coi pantaloncini blu e la canottiera  controtempo, non ce la fa a tenere il passo. Al contrario, Vera sembra cos sicura in cima ai suoi zoccoli con la fibbia luccicosa, slanciata come un fenicottero.

Il sole  accecante. Per  il bambino proprio non ce la fa a non alzare lo sguardo per ammirare la donna mentre camminano insieme, l'uno accanto all'altra. Vera porta gli occhiali con le lenti scure, da gatta, tre grossi bracciali le scivolano sul gomito mentre trattiene il cappello di paglia che a lui piace tanto, quello con la fascia rosa che gira tutt'intorno e che hanno rubato insieme in un negozio di souvenir.  stato lui a chiederle di metterselo prima di uscire di casa, e lei lo ha accontentato. Sotto gli shorts e la maglietta, Vera indossa il bikini coi fiori verdi e gialli delle dive del cinema. I capelli biondissimi e gonfi brillano alla luce del mattino. La sua pelle  liscia e morbida, con dei minuscoli e graziosi nei scuri che noti solo se le stai molto vicino.

Il bambino la osserva e diventa triste. A volte gli sembra di non meritare una mamma tanto bella. Lui molliccio e sgraziato, lei cos perfetta.

"Avanti, siamo quasi arrivati" lo esorta Vera, un po' seccata.

Il bambino ha il fiatone, vorrebbe chiederle di rallentare almeno un po', ma non lo fa perch ha paura che lei gli lasci la mano per proseguire da sola. Quel contatto fisico  cos raro che quasi non gli sembra vero che non si sia ancora liberata dalla sua stretta sudaticcia.

Ma oggi  una giornata speciale.

Vera porta appesa a una spalla una grande borsa, in cui ha stipato i teli di spugna insieme al pranzo: due panini e un paio di Coca-Cola. Si sente il profumo della mortadella e il suono delle bottigliette che tintinnano.

Oggi  la loro Grande Avventura.

Ne parlano da settimane.  stata lei a proporlo e gi  questo  stato abbastanza strano. Il bambino pensava che, come le altre volte, Vera se ne sarebbe dimenticata. Ma non  successo. Gli ha fatto una promessa e, a quanto pare, sta mantenendo la parola.

Fa niente se il posto della Grande Avventura non  come se l'era immaginato. Perlomeno non c' nessun "moscone" insieme a loro. Per strada si voltano sempre mentre passa Vera, la accerchiano coi loro mille occhi e bisbigliano con la voce incomprensibile e fastidiosa delle mosche. Solo lei sembra non accorgersene. Ogni tanto, uno riesce a farla ridere e allora succede che Vera lo faccia entrare nella loro vita senza nemmeno chiedere se a lui stia bene. Ma oggi  diverso. Oggi nessuno far  ridere sua madre fino a farle dimenticare il suo bambino.

Oggi Vera  soltanto sua.

Ormai ha capito che tanto i mosconi vanno e vengono, nessuno resta. A volte Vera si stanca di loro, a volte capita il contrario. Di solito si limitano a ignorarlo e a lui va bene cos. Qualcuno per, di tanto in tanto, si accorge di lui e magari si mette a fare il padre, anche se non lo , e decide di insegnargli l'educazione. Il ricordo dell'ultima lezione  un segno sotto l'ascella, il bacio arroventato di una sigaretta.

Il bambino non sa chi sia il suo vero pap. Non l'ha mai domandato a Vera. Probabilmente uno dei mosconi di passaggio. Uno brutto e ciccione che, prima di sparire, ha messo la sua bruttezza dentro la pancia di Vera. E il risultato  lui. Forse  per questo che Vera gli ha proibito di chiamarla mamma. Lui la chiama cos solo nei suoi pensieri. Non usano mai nemmeno la parola "famiglia". Ma perfino Vera sa che, se metti al mondo un figlio, devi spiegargli le cose e anche assicurarti che poi lui le impari. Per esempio, settimane prima hanno visto insieme un film e c'era questa "famiglia" che organizzava una gita al mare. C'era anche un bambino come lui. Il suo pap  gli regalava una maschera da sub, impegnandosi a istruirlo su come usarla.

In questo consiste la Grande Avventura: Vera gli ha promesso che oggi gli insegner  a nuotare.

Non ha un costume da bagno. Ma quando, prima di uscire, l'ha fatto notare a Vera, lei gli ha risposto: "Il costume non ti serve, le mutande andranno benissimo".

Adesso non gli importa pi,  a posto anche cos. Col cuore che gli batte a mille, si inoltra insieme a lei fra i cespugli e, calpestando calcinacci e vetri rotti, girano intorno al Grand Hotel fino a spuntare sul retro.

"Che ti avevo detto?" dice la donna, con tono entusiasta, indicando davanti a s una piscina a forma di fagiolo.

Senza accorgersene, il bambino sfila la mano da quella della madre e rimane impalato. Nonostante abbia solo cinque anni, ha gi  imparato quanto pu essere doloroso fidarsi troppo della propria fantasia. Soprattutto quando c' di mezzo un'idea di Vera. Ma stavolta  diverso. La realt   un sasso nella gola.

L'acqua  nera. Piccoli insetti volanti e qualche libellula si rincorrono sfiorando la superficie che sembra una pellicola trasparente.

"Allora, cosa c' che non va?" chiede Vera, infastidita.

"Niente" prova a fingere, ma sa di non essere credibile.

"Avanti, che c'?"

Ma lui proprio non riesce a mascherare la delusione.

"Possiamo sempre tornarcene a casa" minaccia Vera.

"No!" si affretta a frenarla, temendo di aver rovinato tutto. "Restiamo" prova a convincerla con voce supplichevole.

Vera lo scruta per un momento, un sopracciglio che si solleva dietro le lenti scure. Poi si guarda intorno. "Cerchiamo un posto per prendere il sole" sentenzia, per fortuna, tirando fuori un telo dalla borsa. Alla fine si sistemano in uno slargo, in mezzo a un cerchio di sedie a sdraio sfondate. Vera si sfila shorts e maglietta e si distende per terra. "Non ti spogli?" gli domanda. "Avanti" insiste.

Il bambino inizia dai pantaloncini e, solo dopo, si toglie anche la canottiera. Sua madre lo fissa per tutto il tempo, e lui  imbarazzato. Si aspetta che Vera faccia una delle sue solite battutine o che lo chiami ciccione o grassone. Ma stavolta non accade.

"Perch non fai un tuffo?" gli propone.

Lui si volta verso la piscina, ammutolito.

Vedendo la sua reazione, Vera scoppia a ridere. Ma  una risata buona perch poi fruga nella borsa e dice: "Ti ho portato una sorpresa..."

Una sorpresa? Le sorprese di sua madre di solito non sono divertenti. Come quando gli ha detto che usciva per comprargli un regalo di compleanno e poi l'ha lasciato da solo in casa per tre giorni.

Vera, per, gli mostra un paio di braccioli gonfiabili.

"Metterai questi all'inizio" gli spiega mentre gi  comincia a soffiarci dentro. "cos imparerai pi in fretta."

Non riesce a crederci. Al massimo Vera ha rubato qualcosa per lui mentre si aggiravano insieme in un negozio o in un supermercato. Di solito scarpe o vestiti. Tutto ci che il bambino possiede, compresi i pochi giocattoli,  refurtiva oppure qualcosa che  stato gettato via da qualcun altro. Quando la madre ha finito di gonfiare i braccioli, lo aiuta a indossarli. Lui osserva felice le ciambelle arancioni intorno alle proprie braccia. Ora deve soltanto trovare il coraggio di entrare in quell'acqua.

"Adesso sei pronto" lo sprona lei.

Il bambino si avvia fiducioso, ma poi si blocca a met  strada: non vede l'ombra della madre accanto a s. Allora si volta: Vera  sempre seduta sul telo, si sta accendendo una sigaretta. "Tu non vieni?" le domanda.

"Finisco questa e arrivo" gli promette. "Comincia tu."

Il bambino vorrebbe aspettarla. Lei lo capisce subito.

"Che c'... hai paura?"

Al bambino non piace quel tono. Ma Vera lo usa spesso. A volte succede in presenza di uno dei suoi mosconi, e finiscono con lo sghignazzare insieme di lui.

"Non ho paura" afferma cercando di mostrarsi sicuro,perch non vuole rovinare quella giornata. Quindi s'incammina di nuovo verso la piscina. Arrivato sul ciglio, allunga un piede oltre il bordo e intinge un alluce nell'acqua che sembra gelatina. Sa che Vera lo sta guardando, sente i suoi occhi piantati in mezzo alle scapole. Perci non vuole esitare troppo. Decide di sedersi e d'immergere prima le gambe, fino alle ginocchia. Le vede sparire in quell'ombra liquida e un freddo solletico si arrampica lungo la schiena sudata. Monco e insicuro, comincia a fare profondi respiri.

"I braccioli ti manterranno a galla" gli assicura Vera dalla sua postazione. "E poi ti tengo d'occhio io."

Il bambino cerca la forza di entrare in quel fluido immobile. Sa che non ha molto tempo. Il tempo  alleato della paura, l'ha imparato quella volta che Vera gli ha tirato addosso un posacenere di vetro un giorno che lei era infelice e aveva bevuto molto. Un timoroso secondo di troppo e si  ritrovato con un bel taglio dietro l'orecchio sinistro.

"Se non lo fai da solo, ti ci butto io in quella cazzo di piscina" dice con voce cupa sua madre, mentre sbuffa una nuvola di fumo di sigaretta.

Il bambino socchiude gli occhi, si lascia andare.

All'inizio affonda, ma poi qualcosa lo spinge su. Per fortuna i braccioli lo tengono a galla in quel brodo nero. Ma  come se la piscina si fosse risvegliata. Non  una sensazione piacevole. Allora lui inizia a muovere freneticamente i piedi, pi per sfuggirle che per nuotare.

"Hai visto che non era difficile?" lo rimbrotta Vera. "Adesso cerca di andare un po' in giro."

Andare un po' in giro? Che vuol dire? Non sa nemmeno come cambiare direzione. Ma non vuole deluderla. Perci si impegna e, agitando anche le braccia, si sposta verso il centro della pozza. L'essere riuscito a colmare quel breve tratto lo riempie di orgoglio. Ma dura poco. Gli sembra di sfiorare qualcosa sotto di s. O forse  proprio quella cosa che cerca di afferrarlo. Una carezza sulla caviglia. Si volta di scatto, come a volersene liberare. Una mano? Emette un urlo stridulo, "da femminuccia" direbbe Vera, mentre il piede aggancia un corpo estraneo che riemerge per un istante accanto a lui, tornando subito a inabissarsi. Un ramo secco e nodoso. Sente sua madre ridere da lontano. Ma poi la sua attenzione viene attirata da qualcos'altro. Un leggerissimo spiffero, che gli arriva dritto sulla guancia. Ma da dove viene? Si volta verso il bracciolo destro.

C' un forellino sulla plastica arancione.

Quell'insignificante buchino  sufficiente a far scappare tutta l'aria. Mentre il bracciolo si sgonfia, sente gi  l'arto pi pesante. Vorrebbe darsi una spinta decisa per tornare verso il bordo. Ma non fa in tempo a reagire che avverte la stessa sensazione anche all'altro braccio.

Gli unici sostegni che lo tengono sospeso sull'abisso lo stanno abbandonando.

Si divincola, con l'assoluta convinzione che l'acqua sporca voglia trattenerlo. Il mento inizia a immergersi ripetutamente, la brodaglia sale fino alle labbra. La piscina non vuole lasciarlo andare. La sua prima reazione  avvertire Vera di ci che sta accadendo. Riesce a sollevare il capo nella sua direzione e prova a chiamarla, ce la fa quasi a pronunciare per intero il suo nome. La scena che gli appare dura un istante, e lo sgomenta.

Vera ha raccolto il telo da terra e lo sta infilando nella grande borsa.

La paura lo assale. Si irrigidisce e finisce sotto. Riemerge a fatica. Brancola. Guarda di nuovo. Vera si  infilata il cappello di paglia e gli occhiali da gatta e si sta allontanando di spalle, i suoi fianchi ondeggiano mentre cammina tranquilla sugli zoccoli con la fibbia luccicosa. Il suo cuore di bambino gli dice che non sta accadendo veramente. Prova a urlare, a richiamarla. Ma il risultato  che deglutisce altra acqua amara che gli fa perdere il respiro. Annaspa, sprofonda. Per cercarla con lo sguardo, tira indietro la testa. Non la vede. Se n' andata. Non c'.

Sua madre non c' pi!

I braccioli sono ormai flaccide appendici. Lui piange e mulina le braccia. Dall'abisso cominciano a riaffiorare dei resti. Lo circondano. Bottiglie di plastica e lattine, qualche tanica arrugginita, sacchetti di spazzatura. Nel disperato tentativo di mettersi in salvo, prova perfino ad aggrapparsi a quei rifiuti, inutilmente. Sente i propri lamenti soffocati mentre lacrime calde gli colano sulla faccia bagnata. L'orrore esplode dentro la pancia insieme all'angoscia. Il bordo  vicino eppure  lontanissimo. Continua a finire sott'acqua, ma riesce ancora a riportarsi in superficie. Quanto durer ? Il prossimo respiro potrebbe essere l'ultimo, lo sa. Scalcia, non vuole rassegnarsi. Si dibatte come un pesce in un enorme lavandino, che prova a sottrarsi al risucchio dello scarico. Il bordo  vicino. Ma non abbastanza.

Non abbastanza!

Sente che le forze lo abbandonano. Sente che le gambe stanno per cedere, irrigidite dai crampi. Le braccia sono gi  andate, non le sente quasi pi. Il ciccione sta affogando, il ciccione va gi, ripete a se stesso, schernendosi con la stessa vocina spietata che Vera ha usato tante volte come un pungolo contro di lui.

Ma esattamente in quel momento scopre qualcosa di inaspettato. Un segreto silenzioso chiuso dentro di lui da chiss  quanto tempo, forse da sempre, celato sotto rotoli di grasso.

Una forza sconosciuta.

Le braccia che credeva inerti si allungano da sole e schiaffeggiano la superficie dell'acqua con vigore, i piedi e le gambe si rianimano impartendogli una propulsione decisiva. Non sa da dove provenga quell'istinto.  come se qualcun altro avesse assunto il controllo del suo corpo goffo. La testa riemerge e lui pu riprendere fiato. I polmoni si riempiono di aria vitale. Ancora uno slancio. Un altro ancora. Finch non si scontra con un muro di cemento e si aggrappa come pu al cordolo scivoloso. Rimane cos, tremando. Le dita bianchissime artigliano le piastrelle della piscina.  scosso da spasmi che non riesce a governare. Passano i secondi, e poi i minuti.

Intorno a lui solo il canto indifferente delle cicale.

Sempre attaccato alla sponda, si avvicina con prudenza a una scaletta arrugginita a cui mancano diversi pioli. Si arrampica come pu ed esce da quel pozzo scuro. Fa caldo ma lui sente freddo. L'urina gli scorre fra le gambe, non se ne accorge nemmeno. Nelle orecchie soltanto il cuore imbizzarrito.

"Mamma..." chiama per la prima volta con voce strozzata. "Mamma..." ripete fra i singhiozzi, incurante che lei possa rimproverarlo per questo.

Non sa cosa fare, non sa dove andare. Ha solo due certezze.

Sua madre l'ha lasciato solo. E lui adesso sa nuotare.

1.
Il posto pi tranquillo della Terra.

L'uomo che puliva l'aveva letto su un giornale che qualcuno aveva lasciato su un sedile dell'autobus, tanto tempo prima.

Il titolo si riferiva al lago di Como.

In realt  l'articolo parlava di case, non di persone. Case vuote, ottime occasioni di investimento. Almeno cos gli era sembrato di capire. Non era tanto bravo a leggere e spesso gli sfuggiva il senso delle frasi. Ma era rimasto lo stesso molto colpito da quelle parole e aveva deciso di interpretarle come un segno.

Ci pensava anche quel mattino di tarda primavera mentre iniziava il giro di raccolta rifiuti in un quartiere di villini circondati dal verde.

Il quadrante dell'orologio al quarzo, a cui aveva affidato il compito di scandire i tempi della sua vita, indicava le cinque meno dieci esatte. Era ancora buio. Il lago s'intravedeva all'orizzonte, una lunga linea di grafite, nera e argento. Sulla tortuosa stradina che si inerpicava sulla collina non c'era un'anima. A parte lui, ovviamente. Alla guida del camioncino azzurro e verde dell'azienda municipalizzata, col finestrino abbassato quel tanto che bastava per far entrare l'aria frizzante e non scompigliare l'ordinata pettinatura con la riga al lato dei suoi capelli color mogano.

L'uomo che puliva osservava le case immaginando il segreto silenzio che vi regnava, il sonno degli abitanti custodito ancora per qualche ora dal tepore delle coperte. Le giovani coppie, quelle con bambini, i coniugi anziani. Tutti nei propri letti. Poi c'erano quelli che, per un motivo o per un altro, non avevano famiglia. Vedovi, divorziati, oppure donne e uomini che nel corso della vita non avevano trovato qualcuno con cui stare. Persone sole. Molti di loro morivano e non avevano parenti, eccoperch c'erano cos tante case disabitate.

"Il posto pi tranquillo della Terra" cantilen a bassa voce. Ma era anche il pi solitario, sebbene nessuno lo dicesse. Per questo motivo per, dieci anni prima, l'uomo che puliva aveva scelto di trasferirsi proprio l. E in mezzo a tutte quelle solitudini, adesso c'era anche la sua.

Accost lungo la via, spense il motore. Stando attento a non spettinarsi, calz il cappellino con visiera su cui era impresso il logo dell'azienda municipalizzata. Scese e rimase fermo, richiudendo piano la portiera, e fu subito accolto da una calma protettiva, come se qualcuno avesse messo anche a lui una trapunta calda sulle spalle. Si sfil gli occhiali da vista con la montatura in nichel, pul le lenti con l'estremit  della pettorina arancione che indossava sopra la divisa verde scuro e li inforc nuovamente per guardarsi intorno. Di l  a poco, qualche finestra avrebbe cominciato a illuminarsi, le prime avvisaglie dell'imminente inondazione: presto la frenesia sarebbe tornata a invadere il mondo.

Ma ancora no. Per il momento, era ancora lui il padrone incontrastato del creato.

Gli restava un discreto patrimonio di due o tre minuti prima di iniziare il turno. Decise di sfruttarlo senza turbare troppo quello stato di dolcissima immobilit . C'erano gesti banali che a quell'ora del giorno acquisivano un significato diverso, appagante. Come scrocchiarsi le dita delle mani e sentire quel debole suono, che nel caos sarebbe sparito, ingigantirsi nella pace. Ma una cosa gli piaceva fare pi di ogni altra: respirare. Inspir ed espir a pieni polmoni. Era uno dei piccoli piaceri della vita, molti se ne dimenticavano oppure non ci prestavano attenzione. L'uomo che puliva, invece, aveva imparato ad apprezzarlo a soli cinque anni, mentre una putrida piscina cercava d'ingoiarlo.

L'aria del mattino era la migliore in assoluto. Per questo provava sempre a farsi assegnare il primo turno. Fra i vantaggi, oltre al fatto di non dover interagire coi colleghi, c'era la possibilit  di godersi in esclusiva la quiete. Non si poteva condividere un privilegio cos intimo con qualcuno. L'uomo che puliva era taciturno. E, anche quando pensava, i suoi ragionamenti erano lunghe riflessioni, erano lo scorrere di immagini mute nella testa, contrappuntate da sensazioni quasi elementari.

Per si era accorto che la sua introversione metteva a disagio le persone.

Non voleva infastidire gli altri con la propria presenza. A nessuno piace stare accanto a uno che se ne sta tutto il tempo senza spiccicare una parola, che non fuma, non beve alcolici, non  interessato a discorsi di sport o sulle donne, e non ha nemmeno una moglie e dei figli di cui lamentarsi. Un uomo senza amici, avrebbe detto qualcuno. Un uomo che non ne ha bisogno, avrebbe risposto lui se fosse stato in grado di articolare bene il pensiero di se stesso. perch quando pensava a s, l'uomo che puliva non possedeva una definizione.

Fare le pulizie era la cosa che lo rappresentava meglio.

Era consapevole della percezione negativa della gente comune riguardo al suo lavoro: comprendevano l'idea che qualcuno dovesse occuparsi dei loro rifiuti, ma esprimevano anche una tacita commiserazione nei riguardi di chi ne era incaricato. Come fosse una specie di costrizione o di condanna. A lui, invece, non pesava. Non lo infastidivano i cattivi odori, n dover mettere le mani su ci che agli altri repelleva. Qualcuno doveva farsi pur carico di quell'ingrato compito, era una legge incontrovertibile della vita.

Il servizio a Como e nella zona del lago veniva svolto con discrezione. Era una specie di gioco di prestigio. Ogni notte, fino al sorgere del sole, un esercito di operatori dell'azienda municipalizzata era impegnato a ripulire la citt  prima del risveglio degli abitanti. Tre volte a settimana, prima del lavaggio strade, i piccoli camioncini azzurri e verdi passavano di casa in casa per recuperare i sacchetti con la spazzatura che ogni cittadino depositava diligentemente sul marciapiede la sera prima. Chiusi ermeticamente e di colore diverso a seconda del contenuto che sarebbe stato riciclato, venivano conferiti per la raccolta differenziata rispettando un preciso calendario.

Era gioved e toccava all'organico.

L'orologio al quarzo dell'uomo che puliva emise un breve segnale elettronico: le cinque esatte. Poteva iniziare il turno. Prese un paio di guanti da lavoro dal camioncino, li indoss. Poi, nel momento in cui l'alba si sprigionava con milioni di scintille sulla superficie del lago in lontananza, lui si avvi lungo la strada deserta e cominci ad afferrare i sacchetti davanti ai cancelli delle villette. Quando ne aveva radunati abbastanza, tornava indietro e li lanciava uno alla volta, con collaudata precisione, nel cassone del mezzo. Senza fare alcun rumore, era molto scrupoloso. Poi li schiacciava con un apposito bastone.

L'avevano assegnato a quel quartiere sei settimane prima e, seguendo l'ordine di turnazione, dal giorno dopo avrebbe dovuto cambiare zona. Un po' gli dispiaceva, si era abituato ad andare l. Adesso avrebbe dovuto ricreare altrove le sue piccole consuetudini.

Per esempio, per sei settimane, ogni volta che arrivava all'altezza del civico 23 si fermava a guardare il villino dei primi del Novecento, con strane finestre a punta, pinnacoli sul tetto e circondato da un'inferriata. Era una via di mezzo fra una chiesa e un piccolo castello. Le tende di pizzo erano tirate ma su un ampio davanzale, accanto a un vaso di ortensie, s'intravedeva un grande cuscino su cui erano acciambellati cinque gatti. Uno argentato, uno bianco e nero, uno con un bel pelo fulvo e due tigrati.

Nel congedarsi per l'ultima volta da quel singolare edificio, l'uomo che puliva si sistem con un dito gli occhiali che gli erano scivolati lungo il naso, quindi raccolse il piccolo sacchetto con l'organico deposto accanto al cancello.

Pesava a malapena un paio di chili.

Como era la citt  pi tranquilla e solitaria del mondo. E in mezzo a tutte quelle solitudini, oltre la sua, c'era anche quella di chi abitava in quella casa.

Torn verso il camioncino ma, invece di gettare il sacchetto nel cumulo insieme agli altri, apr la portiera e lo infil sotto al sedile di guida.

Quindi sal a bordo, mise in moto e si avvi per proseguire il giro.





2


Verso le quindici di un assolato ma fresco pomeriggio, un dipendente come tanti, con indosso abiti borghesi, usciva dal deposito della municipalizzata per fare ritorno a casa.

Era cos che l'uomo che puliva si vedeva: dismessa la divisa dell'azienda, indossava i vestiti che acquistava in un ipermercato, scegliendo i capi meno appariscenti. Prediligeva colori neutri. Di solito, jeans chiari e scarpe scure allacciate, un maglioncino grigio scuro e una camicia azzurra o bianca, e un giubbotto in poliestere grigio chiaro col cappuccio estraibile dal colletto per quando pioveva.

Quel giorno portava con s una borsa a tracolla nera.

Cambiava almeno quattro autobus per raggiungere il quartiere di periferia in cui abitava, anche se gliene sarebbe bastato uno soltanto. Non aveva una ragione specifica, era semplicemente accorto.

Scese alla solita fermata e, camminando a testa bassa e con le mani in tasca, si avvi lungo il piazzale che serviva da corte a un agglomerato di palazzoni. Con la borsa che gli rimbalzava ritmicamente sul fianco a ogni passo, attravers nugoli di bambini che rincorrevano palloni, impegnati in svariate partitelle su campetti improvvisati tracciando col gesso linee incerte sull'asfalto. Vicino ai muretti, gruppi di donne fumavano e discutevano fra loro o al cellulare in lingue incomprensibili, qualcuna scuotendo una carrozzina, qualcun'altra gesticolando esageratamente. I maschi chiacchieravano appartati, all'apparenza pi mansueti e quasi tutti con una birra in mano. In sottofondo, un miscuglio di ritmi e musiche fuoriusciva dagli altoparlanti delle auto parcheggiate coi finestrini abbassati. In mezzo a quell'umanit  chiassosa e appariscente, l'uomo che puliva era un alieno. Era lui lo straniero e sarebbe dovuto spiccare. Invece nessuno lo salutava, nessuno lo degnava nemmeno di uno sguardo. Avrebbe dovuto comunque astenersi dal transitare in mezzo a loro, per evitare di essere notato, ma da tempo si era accorto di non correre alcun rischio in tal senso: la sua presenza passava inosservata come quella di uno scarafaggio in una festa danzante. Un tempo, la cosa lo faceva soffrire, poi per si era ricreduto. Quante persone avevano quel potere? Ci lo distingueva dai comuni mortali.

Sono invisibile, si era detto.

S'introdusse in uno degli androni del grande caseggiato popolare. Sul tetto svettava un serbatoio d'acqua. Prese l'unico ascensore ancora funzionante per giungere al settimo piano. Il suo appartamento era l'ultimo in fondo a uno stretto e buio corridoio. Per accedervi bisognava aprire tre serrature di sicurezza che aveva installato lo stesso giorno in cui si era trasferito l. Si frug nella tasca del giubbotto in poliestere ed estrasse un piccolo carrarmato di latta al quale erano attaccate le chiavi con cui cominci a levare le mandate.

Varc la soglia e poi blind di nuovo il mondo alle proprie spalle con un senso di sollievo.

Lo spazio a sua disposizione constava di appena due stanzette e un bagno angusto. La prima stanza fungeva da soggiorno e cucinotto, e c'era anche un divano che ogni sera diventava un letto. La seconda stanza si trovava dietro una porta verde a tre riquadri, con la maniglia di ottone brunito.

La porta verde era chiusa a chiave.

Con ancora la schiena appoggiata a quella d'ingresso, l'uomo che puliva attese. Gli schiamazzi del piazzale antistante arrivavano attutiti insieme alle tv accese, alle liti domestiche e al pianto dei neonati. Ma dopo qualche secondo, nella sua testa emerse un piacevole acufene e i suoni svanirono.

Dalla finestra filtrava una luce caliginosa per via della plastica opaca con cui aveva rivestito i vetri. Non era interessato al panorama di palazzi di cemento, ma soprattutto non sopportava l'idea che i vicini potessero spiarlo. Quando gli occhi si furono abituati alla luminosit  ridotta, ispezion l'ambiente per verificare di non aver ricevuto visite inaspettate. Solo qualcuno capace di attraversare i muri sarebbe potuto entrare e uscire da l senza chiavi, tuttavia il suo istinto lo spingeva lo stesso a controllare. Non possedeva niente di valore. Non aveva un computer, neanche il televisore. Non avendo nessuno da chiamare, non gli serviva nemmeno un cellulare. Quanto al denaro, l'azienda gli versava lo stipendio su un conto corrente postale da cui prelevava soltanto lo stretto necessario. Nondimeno, lo disturbava l'idea che un estraneo potesse violare o, peggio ancora, contaminare il suo spazio privato. Per tutto era come lo aveva lasciato quando era andato al lavoro molto presto quel mattino. Ogni cosa esattamente al proprio posto.

Soprattutto il tavolo al centro della stanza. Sotto una tovaglia a fiori, erano celati degli oggetti.

L'uomo che puliva si tolse le scarpe facendo leva sui talloni e le lasci, appaiate, accanto alla soglia. Soltanto dopo s'inoltr nell'unico locale utilizzato. Si sfil la borsa a tracolla, l'appese a un piolo sulla parete e prosegu verso un piccolo armadio a due ante. apr quella di sinistra e si lev il resto dei vestiti che sistem nei ripiani e sulle grucce, insieme ad altri simili. Con indosso soltanto slip azzurri e calzini bianchi, si sofferm per qualche secondo sul riflesso che gli restituiva lo specchio a figura intera all'interno del mobile. Il fisico glabro e grassoccio, i fianchi troppo larghi, la carnagione lattiginosa e disseminata di piccoli nei, gli occhiali da miope e i capelli rossicci, ordinatissimi.

"Perch non fai un tuffo?"

Scosse il capo e richiuse l'anta per mandar via quel pensiero. Prese un lungo grembiule di plastica scuro e se lo infil passandoselo dalla testa. Quindi torn verso la borsa nera. Senza fretta, fece scorrere la cerniera e infil la mano in quella pancia molle, estraendone il sacchetto con l'organico che aveva prelevato quella mattina davanti al civico 23. Tenendolo per un lembo, lo port verso il tavolo.

Quindi, con la mano libera, ripieg la tovaglia a fiori fino a svelare cosa occultava.

Disposti con cura sul ripiano, partendo da sinistra verso destra, erano allineati sette scatolette aperte di cibo per gatti e tre cartoni di croccantini, quattro fiale rotte di vermifugo per felini, un barattolo di crema antirughe scadente di cui restava solo un residuo ingiallito, un tubetto di pomata anticellulite spremuto fino alla fine, un blister da cui mancavano otto pillole dimagranti, un paio di collant contenitivi smagliati, una dozzina di strisce depilatorie ricoperte da una peluria scura, un flacone di tintura per capelli tonalit  biondo platino usata per tre quarti, uno spazzolino da denti rosa con le setole consumate, diciannove pacchetti accartocciati di sigarette Vogue alla menta, un accendino di colore verde acido marca Bic scarico, i vuoti di tre bottiglie di vodka di scarsa qualit , due bottiglie di plastica di acqua tonica formato famiglia, una vecchia ricetta medica per "ansiolitico Lorazepam da 20mg in gocce da assumere tre volte al d, tre boccette di Lorazepam in gocce vuote, la card di una ricarica telefonica da cui era stata grattata via la barra argentata, riviste di gossip, un mazzetto di scontrini fiscali che lui aveva riunito con una graffetta. Infine, una scatolina di cerini con la pubblicit  di un locale da ballo.

Il Blue.

L'uomo che puliva osserv il piccolo tesoro di rifiuti accumulato nelle ultime sei settimane, proveniente dal villino al civico 23. Aveva selezionato con grande attenzione quegli oggetti, scartando il resto, partendo da un semplice assunto imparato nel corso degli anni.

La spazzatura di una persona racconta la sua vera storia perch, a differenza delle persone, la spazzatura non mente.

Si poteva imparare tanto da ci che la gente gettava via. E, in fondo, quello era anche il suo modo di relazionarsi con gli altri esseri umani. Non con tutti, per. Gli interessavano unicamente i suoi simili.

Le persone sole.

Sotto al tavolo c'era una bacinella azzurra. La prese e la sistem nello spazio del ripiano lasciato appositamente libero. All'interno del recipiente depose il sacchetto con l'organico. apr un cassetto, si asciug i palmi sudati sul grembiule, quindi indoss dei guanti in lattice. Si mun di un paio di forbici.

Dopo aver tagliato il sottile strato superiore del sacchetto, lo capovolse per rovesciare il contenuto.

Nessuna sorpresa: i resti dei pasti degli ultimi giorni dell'unica inquilina del villino al civico 23 confermavano le sue abitudini frugali. L'uomo che puliva cominci a separare accuratamente gli avanzi con la punta delle dita guantate, per esaminarli meglio. Quei rimasugli di cibo, sommati alla qualit  degli oggetti presenti sul tavolo, facevano intuire facilmente che la donna non disponesse di grandi mezzi. D'altronde lo confermavano anche gli scontrini fiscali che aveva trovato. Ma, guardando bene, c'era qualcosa di pi.

Una storia nascosta nelle sfumature, perci quasi invisibile a un occhio inesperto.

L'uomo che puliva era bravo a cogliere quel significato recondito, in questo consisteva il suo vero talento. L'insieme dei resti che aveva davanti in quel momento andava a comporre il ritratto di una persona che preferiva sfamare i propri gatti piuttosto che se stessa. L'alcol e il fumo non erano vizi, ma modi per anestetizzare la tristezza. E l'ossessione per l'aspetto fisico rivelava il disperato tentativo di migliorare la propria esistenza prima che fosse troppo tardi. Ma l'unico modo per evadere dalla propria infelicit  era invidiare la felicit  altrui, esibita in maniera impietosa nelle fotografie di qualche rivista scandalistica.

Tuttavia, al di l  delle speculazioni, per l'uomo che puliva quel giorno c'era un altro aspetto rilevante: nei rifiuti organici c'era la prova che, per sei settimane, l'inquilina del civico 23 non aveva avuto ospiti a pranzo o a cena e nessuno era passato anche soltanto per un t pomeridiano oppure per un caff. In quei pasti solitari c'era il senso del baratro dell'abbandono che quella donna avvertiva intorno a s. E quando l'affetto interessato dei suoi gatti non le bastava pi, probabilmente cercava un po' di calore umano nelle conoscenze occasionali che di solito si fanno in locali di terz'ordine.

Come il Blue.

L'uomo che puliva si sfil i guanti, poi prese dal cassetto un quaderno a righe che custodiva una matita fra le pagine. Lo sfogli rapidamente: per giorni vi aveva annotato tutto ci che aveva trovato nella spazzatura della donna. Qualcuno avrebbe detto che non era bello farsi gli affari altrui. Qualcuno l'avrebbe definito un impiccione.

"Sei un piccolo, maledetto ficcanaso!"

Lui avrebbe replicato che non era vero,perch era proprio cos che si recuperavano risorse da riutilizzare, immettendole di nuovo nel ciclo produttivo. Vetro, ferro, plastica, acciaio potevano avere una seconda vita. E ci che faceva contribuiva in qualche modo a quel circolo virtuoso.

Ci che lui estraeva dalla spazzatura era molto pi prezioso.

Per scrupolo complet l'ultimo elenco, conscio di aver comunque raggiunto lo scopo. Quando richiuse il quaderno prov un moto di soddisfazione per l'ottimo lavoro svolto. Di l a poco, avrebbe imbustato nuovamente l'organico per poi gettarlo via. Ma poteva sbarazzarsi anche del resto: ormai da quel ciarpame aveva filtrato la vera storia dell'inquilina del civico 23. Quella che probabilmente nessun altro conosceva. E che a nessun altro, forse, importava. Lui, invece, si considerava il depositario dell'intimit  di un altro essere umano. Ma quella donna poteva stare tranquilla: quei segreti erano al sicuro e sarebbero stati usati solo a fin di bene.

Stava per riporre il quaderno, quando la sua attenzione fu attirata da qualcosa che brillava in mezzo alla poltiglia rimasta nella bacinella. Si chin e scav con la punta della matita fino a far emergere uno strano frammento colorato che prima gli era sfuggito. Lo prese fra due dita, lo pul con un lembo del grembiule, quindi se lo port quasi davanti al naso per osservarlo meglio.

Un'unghia rotta, con lo smalto rosso.

Rimase a fissarla provando una sensazione di incantato stupore. Era molto pi che un semplice rifiuto. Era una parte di lei.

Una reliquia.

La pos delicatamente sul tavolo. Emetteva una strana radiazione, un segnale profondo che lui, per, era in grado di percepire in maniera distinta. Prov una certa eccitazione. Quell'unghia rotta era il primo, vero contatto con la prescelta.

L'uomo che puliva si volt verso la porta verde: si sentiva di nuovo pronto a varcare quella soglia.

Era venuto il momento di riferire a Micky.





3


Il Blue era un tozzo edificio in cemento armato in mezzo al nulla.

Alle ventuno e quindici, Micky fece il suo ingresso nel parcheggio. Al momento, si contavano appena otto vetture in sosta nello spiazzo di brecciolino antistante l'entrata. C'era anche un vecchio minibus perch molti arrivavano fin l con un apposito servizio navetta. L'insegna era composta da neon modellati per formare la scritta DANCING BLUE, per alcune lettere erano ormai spente e s'intuivano solamente. Le vetrate del locale erano state dipinte di blu, ma dalle fessure della vernice scrostata s'intravedevano le luci stroboscopiche della sala.

Micky spense il motore del Fiorino, per procrastin il momento di scendere dal mezzo. Negli anni aveva imparato a essere paziente. Esercitare la pazienza era importante per preservare un perfetto autocontrollo. Faceva parte delle regole che si era imposto e adesso dominava perfettamente i propri istinti. Era paziente ed era bravo a osservare. Anche quello era fondamentale.

Dall'interno del Blue proveniva un battito profondo, generato dai bassi delle casse. Nella sua testa quel suono diventava un coro di preghiere. Quelle voci pregavano per lui.

Sapevano che stava arrivando.

Ma ogni cosa deve essere vagliata accuratamente, senza fretta, si ripeteva per tenere a bada l'impulso che gli premeva nella pancia. Perci, solo dopo aver raggiunto la certezza che non c'erano sorprese ad aspettarlo, scese dall'auto e si avvi verso l'entrata.

Indossava un blazer di pelle nero e pantaloni in tinta. Camicia chiara, fiorata e col colletto a punta. Una cravatta sottile, color porpora. Cintura con la fibbia argentata e stivaletti alla caviglia.

I suoi capelli erano biondo cenere.

Una cassiera annoiata gli stamp un timbro trasparente sul dorso della mano destra. "La prima consumazione  gratis" lo inform. Poi Micky scost una tenda rossa e si ritrov in una grande sala immersa in una luce soffusa. In quel momento si accorse che sulla mano gli era apparso un ticket da presentare al bar. Era l'effetto delle lampade ultraviolette. Interessante, pens.

Il posto organizzava "gioved danzanti a tema" e quella serata era dedicata alla musica folk, ma il motivo di maggior attrattiva per i presenti era sicuramente che in un giorno feriale l'ingresso costasse meno e ci fosse anche una consumazione in omaggio.

Attraverso gli occhiali fum, Micky si guard intorno.

Su un piccolo palco, un complesso di cinque elementi suonava un lento a beneficio di un paio di coppie che ballavano abbracciate sotto una palla a specchi. Fra il bar, la pista e i divanetti, calcol appena una quarantina di avventori. Li studi attentamente. Come immaginava, i frequentatori abituali del Blue superavano i sessant'anni.

Gli bastarono pochi secondi per individuare la bionda platino seduta tutta sola nella zona fumatori: stringeva fra le dita una Vogue alla menta, mentre nel bicchiere di plastica che aveva accanto c'era sicuramente una vodka-tonic.

Le informazioni dell'uomo che puliva erano esatte.

Micky and al bancone, mostr al barista la mano col timbro blu e chiese una Coca. Quindi si mise a gironzolare con il bicchiere di plastica fra le mani, assecondando il ritmo della musica con il capo, fingendo di divertirsi. In realt , teneva d'occhio la donna che fumava anche senza doverle rivolgere lo sguardo.

Si aspettava che fosse lei a notarlo.

Si accorger  di me, si disse.perch lei  a caccia. E gli altri uomini presenti erano quasi tutti gi  accoppiati e gli unici che davano l'impressione di essere single non potevano competere con lui. perch Micky aveva una qualit  che loro non possedevano pi.

La giovent.

Micky abbassava l'et  media dei clienti del locale. La sua presenza spiccava quel tanto che bastava per diventare la preda ambita di una donna avanti con gli anni.

E, come previsto, la bionda fumatrice lo not.

Con la coda dell'occhio, la vide sistemarsi sul divanetto per avere una visuale migliore sull'enigmatico sconosciuto che si aggirava tutto solo nel locale. In quel momento si stava sicuramente domandando che ci facesse in un posto come quello.

Stasera non ha ancora trovato compagnia, si disse Micky. E ci era un bene per lui. Ma ebbe la prova del suo interesse quando fu approcciata da un tale che le chiese di ballare e lei rifiut con gentilezza.

Mi sta aspettando, pens subito. Era contento.

Cominci una manovra di avvicinamento. Dapprima mosse pochi passi nella sua direzione e, quando fu alla giusta distanza, estrasse dalla tasca un pacchetto di Marlboro rosse e un accendino Zippo: con il pretesto di fumare, and a posizionarsi alle spalle del divanetto.

La donna era concentrata sulla pista da ballo ma sentiva certamente il peso del suo sguardo su di s, infatti cercava di conservare una postura che mettesse in risalto la propria femminilit . Da dove si trovava, Micky poteva scrutarne bene il profilo. Sessantaquattro, sessantacinque anni. Trucco pesante per coprire le rughe. Le pieghe sul collo, la pelle ingrigita a causa delle tante sigarette. L'abito nero di pizzo, con una scollatura molto generosa. Sandali col tacco che non riuscivano a nascondere un alluce valgo. Bigiotteria appariscente. Un profumo penetrante che si mischiava con l'odore di tabacco aromatizzato al mentolo.

Per sembrare disinvolta, la donna allung la mano verso il tavolino per prendere ci che restava della vodka-tonic. Aspir una lunga sorsata dalla cannuccia sporca di rossetto, poi inizi a tamburellare con le dita sul bicchiere vuoto. Fu allora che lui not le sue unghie laccate di rosso. Ma soprattutto quella del dito medio, che era spezzata. La sconosciuta che aveva di fronte era proprio l'inquilina del civico 23. Anche se lo sapeva gi . L'aveva sempre saputo.

L'uomo che puliva era stato bravo a scovare quel dettaglio.

La vide protendersi in avanti per spegnere in un posacenere ci che restava della sigaretta, quindi prenderne subito un'altra da una borsetta di strass argentati. Approfitt di quell'occasione per fare un passo avanti e porgerle la fiamma dello Zippo. Lei si volt, fingendosi sorpresa. Ma poi accett con un sorriso.

"Magda" si present.

"Micky" la imit lui, mettendosi a sedere.

" la tua prima volta al Blue, Micky?" chiese lei, sottolineando il suo nome in maniera maliziosa.

"Ne avevo sentito parlare ma non c'ero mai venuto." Poi diede un'occhiata al locale: "Per mi sembra carino."

"Peccato: non  un granch come serata" comment lei, indicando la pista semivuota.

"Ci vieni spesso?"

"Quando posso" ammise. "Il fine settimana c' pi movimento, ma gli altri giorni una navetta porta quelli come me che non guidano, e la musica non  male."

In sottofondo, il complesso suonava la rivisitazione folk di un brano che gli sembrava di aver gi  sentito. Sicuramente un classico, ma non lo sapeva con certezza. Preg solo che Magda non gli chiedesse di ballare. Non farlo adesso, le disse col pensiero.

"Cosa stai bevendo?" domand la donna.

Sollev il bicchiere, come se per rispondere avesse bisogno di controllarne il contenuto. "Un Cuba libre" ment. L'alcol ottenebrava i sensi, lui doveva rimanere lucido.

"Cosa fai nella vita? Di cosa ti occupi?" Magda provava ad alimentare la conversazione cercando un motivo per accelerare la loro conoscenza.

"Sono un rappresentante di commercio" rispose. "Scarpe da donna." Una volta aveva sentito dire da un tale che le donne impazziscono per le scarpe e che, se potessero, non smetterebbero mai di comprarne, e di parlarne. La battuta aveva fatto ridere i presenti, ma a quanto pareva era vero perch l'informazione accese subito l'interesse di lei. "Sono sempre in giro per lavoro" prosegu. " un po' dura ma mi piace: si scoprono sempre posti nuovi, si conoscono tante persone."

"Allora chiss  quante belle e giovani signore incontrerai" butt l Magda, marcando soprattutto il secondo aspetto.

Lui si osserv l'anello con la pietra turchese che portava al mignolo della mano destra. " vero" conferm con noncuranza. "Ma non giudico le persone da quello che c' scritto sulla carta d'identit ... E poi  difficile che una donna mi colpisca."

L'altra incass il complimento senza mostrarsi troppo compiaciuta. "E cosa deve avere una donna per colpirti?" lo provoc.

"I capelli biondi" rispose, alzando gli occhi su di lei. Ed era vero.

Magda sorrise e lui approfitt del silenzio per prenderle delicatamente il polso destro. "Posso?" chiese, voltandole la mano per leggerle il palmo.

"Cosa sei, un indovino?" chiese con una risatina.

"A volte."

"Allora, prego..." gli concesse, incuriosita.

Micky si sfil gli occhiali con le lenti fum. Poi corrug la fronte e si concentr, fingendo di saper scrutare il mistero nascosto fra le linee che si intersecavano sulla pelle.

"Cosa vedi?" domand, ansiosa.

Intanto, lui percorreva delicatamente col polpastrello le righe, sapendo che lei stava provando un misto di piacere e solletico. "Vedo una lunga, lunga attesa nel tuo passato, e un grande amore... Un amore tormentato" precis, notando anche un leggero irrigidimento nel braccio della donna. "Il destino,  stata colpa del destino se non hai potuto realizzare il tuo sogno d'amore. Un destino avverso e l'interferenza di persone cattive e invidiose." Non aveva bisogno di guardarla in faccia per capire di aver colto nel segno, gli bastava il suo silenzio. "E da allora hai continuato a cercare quel sentimento in tutti gli uomini che hai conosciuto, inutilmente... Sei stata ferita. Sei diventata diffidente, e hai fatto bene."

"E non c' niente sul futuro?" domand lei, timidamente.

Lui sorrise. "Vedo un lungo viaggio,perch hai sempre desiderato girare il mondo. Vedo una sorpresa, qualcosa d'inaspettato. E vedo un incontro che cambier  per sempre tutto: vedo una persona..."

"Chi ?"

Lui sollev il capo, dedicandole un lungo sguardo coi suoi occhi azzurri. Lasci che lei intuisse da sola la risposta.

"Certo che sei proprio bravo" lo gratific con dolcezza. "Vorrei bere qualcos'altro" svicol poi, ritirando la mano e voltandola repentinamente sul dorso dove c'era il timbro per indicare che toccava a lui offrirle da bere. Evidentemente ci aveva preso gusto a farsi corteggiare.

"Certo" acconsent Micky, rimettendosi gli occhiali. "Vado a prendere un altro giro."

"Vodka-tonic" chiar lei, mostrandogli anche il bicchiere vuoto.

So anche questo, avrebbe voluto dirle lui.

Nel tragitto fra i divanetti e il bancone del bar, si compliment con se stesso per come stavano andando le cose. Sembrava tutto cos naturale. Perci pregustava gi  l'epilogo di quella serata. Una volta esaurite le cerimonie e le piccole schermaglie, sarebbero arrivati subito al sodo. Tanto lo so cosa vuoi, anche se cerchi di farmi credere il contrario. Altrimenti stasera non saresti qui. Doveva soltanto stare attento a non mostrarsi troppo smanioso. Ma, soprattutto, doveva scegliere bene ogni parola. Quante volte gli era capitato di arrivare a quel punto per poi perdere all'improvviso la fiducia faticosamente conquistata solo per aver detto la cosa sbagliata? Poco dopo, torn da lei con il cocktail che aveva richiesto.

"Ti va di farmi ballare?" chiese Magda, accettando il bicchiere dalle sue mani.

Lui tacque. Nel vederlo spiazzato dalla richiesta, lei ci rimase male.

" solo che  un po' tardi" prov a rimediare Micky, guardando distrattamente l'orologio placcato d'oro. "Ero solo di passaggio, e domani devo lavorare."

"Non c' problema" afferm l'altra, piccata perch si sentiva respinta. E distolse lo sguardo rivolgendolo alla gente in pista.

Lui invece esibiva l'espressione contrita di chi sa di aver appena rovinato tutto. "Il fatto  che la mia ex se n' andata e mi ha lasciato il suo gatto... e io ho l'impressione che non gli piace stare solo in casa di notte."

L'imprevista confidenza ebbe il potere di suscitare un moto di tenerezza nella donna, che torn a voltarsi verso di lui. "Hai un gatto?"

"Be', come ho detto non  proprio mio... Per s, adesso sta con me."

"Ho dei gatti anch'io, so che significa."

"Non mi dire" la assecond, assumendo un'aria sorpresa.

"Anche per me  tardi" disse lei. "Ti va di riaccompagnarmi?"

"Certo."

L'aiut a indossare un soprabito leggero, poi sfilarono insieme accanto alla pista, diretti all'uscita. Una volta all'esterno, s'incamminarono appaiati nel parcheggio. Nessuno dei due diceva pi una parola, ma Micky avvertiva chiaramente l'elettricit  che scorreva fra loro. La serata era fresca e il fiato si condensava nell'aria. Lui le faceva strada, assicurandosi nel contempo che fossero soli: l'unico suono era il ticchettio dei sandali della donna sul piazzale. Il Fiorino era posteggiato nel punto pi lontano dal locale e pi vicino alla strada. Si stacc da lei e acceler l'andatura per mostrarle dove fossero diretti.

In quel frangente, ud chiaramente un'esitazione nei suoi passi sul brecciolino.

Ha visto la vecchia auto furgonata, si disse. La sua mente ha elaborato un segnale di pericolo e adesso sta rallentando. Ma Micky aveva previsto anche questo. Perci si volt verso di lei con un sorriso rassicurante. "Ti piacciono le scarpe?" le domand. "Che stupido, certo che s: a quale donna non piacciono?" cerc di sdrammatizzare. "Ho delle dcollet da farti provare, se ti va" aggiunse, indicando il retro del mezzo. "Che numero calzi? A occhio, direi un trentotto."

"Trentotto" conferm lei con una leggera titubanza nella voce, continuando a fissare il veicolo. Mancavano pochi metri, ma Magda non dava l'impressione di voler proseguire.

Micky fece finta di non accorgersene. " il numero che termina prima nei negozi, lo sapevi? Ma tu sei fortunata: ne ho una scorta nel campionario." Quindi, con calcolato tempismo, tir fuori dalla tasca della giacca il piccolo carrarmato di latta che fungeva da portachiavi.

La donna not il giocattolo.

" del mio nipotino, il figlio di mia sorella. Me l'ha regalato e non me ne separo mai."

Sentendo parlare di una famiglia, lei inizi a tranquillizzarsi. " una cosa molto dolce" afferm. "Ora so che hai un gatto e anche un nipote." Sembrava divertita da quelle insolite scoperte. Si prese ancora qualche secondo, poi parve decidere di avere abbastanza informazioni per fidarsi.

Riprese a camminare e si avvicin al veicolo.

Da perfetto gentiluomo, Micky le apr la portiera e, prima di richiudere, aspett che si accomodasse sul sedile. Quindi fece il giro e sal dal lato del guidatore. Mise in moto e azion subito il riscaldamento visto che sembrava infreddolita.

"Grazie" disse Magda, abbottonandosi il colletto del soprabito.

Nell'abitacolo si diffuse un odore di pino sprigionato dal deodorante piazzato su uno dei bocchettoni dell'aria. L'autoradio s'illumin, era sintonizzata su una stazione che trasmetteva solo musica italiana del passato e dagli altoparlanti fuoriuscirono le note di una vecchia canzone d'amore. Micky fece manovra davanti al Blue e, imboccato il cancello, si avviarono lungo la via deserta, mentre la nebbia che arrivava dal lago calava sulla campagna circostante.

"Anche i tuoi cinque gatti stanno male quando non ci sei?" domand lui, cercando di riprendere la conversazione interrotta poco prima.

"Veramente, a volte mi sembra di essere ospite loro in casa mia" rispose Magda, con una battuta.

Ma poi si blocc, sovrappensiero.

Micky se l'aspettava, per questo aveva posto la domanda. Era felice che avesse raggiunto da sola quella consapevolezza, era giusto cos.

"Aspetta un momento..." cominci la prescelta con voce incerta. "Al Blue ti ho parlato dei miei gatti, ma non ho mai detto che sono cinque."

Micky fece trascorrere qualche secondo di silenzio. " vero" conferm con calma, senza distogliere lo sguardo dalla strada. "Non me l'hai mai detto."





4


Le spazzole dell'autolavaggio a gettoni avevano un effetto ipnotico.

Micky le osservava con le mani in tasca mentre si prendevano cura del Fiorino e intanto veniva pervaso dalla pace interiore. Nella stazione di servizio deserta, il freddo della notte si mischiava all'odore di benzina. Era rigenerante. Micky aveva gi  lustrato a fondo gli interni della macchina, ripassando l'abitacolo con un nebulizzatore di ozono. Quando il ciclo automatico termin con l'asciugatura, sal di nuovo a bordo per portare il veicolo nell'autosilo dove lo avrebbe coperto con un telo d'incerata grigio.

Rientr in casa all'una del mattino.

Si spogli con calma accanto alla porta. Raccolse gli abiti dal pavimento, li inser alla rinfusa in un sacco nero di plastica e lo port con s in bagno.

Accese la luce e apparve nello specchio.

Si tolse gli occhiali fum e, dopo aver richiuso le stanghette, li appoggi sul lavandino insieme all'anello con la pietra turchese e all'orologio placcato d'oro.

Fissandosi nel riflesso, si tolse le sopracciglia finte e le lenti a contatto azzurre.

Dopo si port le mani dietro le orecchie, afferr con le dita i lembi di pelle finta e cominci a sfilarsi lentamente la chioma biondo cenere, svelando un cranio totalmente glabro per via dell'alopecia. Lo strofin col palmo aperto per staccare i residui di colla e, facendolo, accarezz le due vecchie cicatrici verticali, perfettamente simmetriche, ai lati del capo. Ventisette punti da una parte, ventitr dall'altra.

"Due belle cerniere lampo..."

Micky ripose il parrucchino su una testa di polistirolo, accanto a quello color mogano indossato abitualmente dall'uomo che puliva. Quindi lo pettin munito di lacca per capelli e phon.

S'infil sotto la doccia e sfreg a lungo il corpo completamente privo di peli con una spugnetta abrasiva imbevuta di sapone al cloro: escoriava la pelle e bruciava un po', ma era molto efficace. Si serv di una spazzola metallica per rimuovere eventuali impurit  sotto le unghie cortissime e cancell il timbro trasparente della consumazione omaggio del Blue dal dorso della mano destra.

Poi, venne il turno dei vestiti.

Immerse pantaloni, camicia, calze e slip nella vasca insieme a un detergente con enzimi che spezzavano i legami proteici fra macchie organiche e tessuti. Aggiunse un cucchiaino abbondante di polvere per ammorbidire le carni: si poteva acquistare in un normale supermercato e solitamente veniva usata dalle casalinghe per rendere pi tenero l'arrosto, ma veniva anche impiegata per eliminare residui di liquidi fisiologici dall'abbigliamento da lavoro degli addetti alla macellazione.

Nell'attesa che la biancheria si asciugasse, indoss una mascherina con filtro per l'aria e pul a secco, con una soluzione di acqua distillata e tetracloroetene, la cravatta e la fodera in tela della giacca in pelle. Tampon la parte esterna del blazer con un panno di lino imbevuto di solvente a idrocarburi raffinati. Sterilizz orologio, anello, portafoglio e cintura con ammoniaca vaporizzata. Fece lo stesso con il carrarmato di latta e le chiavi, compresa quella del Fiorino. Cosparse le suole di cuoio degli stivaletti con un mastice a base di solfato basico di cromo, poi rimosse la patina a cui erano rimasti attaccati fibre e terriccio. Frizion le scarpe con un acido organico diluito con alcol al 70%, quindi le ripass con olio ammorbidente e lucido di cromatina. Infine, ancora completamente nudo, stir gli abiti nel silenzio della casa, ripiegandoli con cura.

Al termine di quella lunga liturgia, Micky entr nella sua stanza. Poco dopo, ne usc l'uomo che puliva, che poi richiuse a chiave la porta verde.

Appoggiato alla maniglia d'ottone brunito, l'uomo che puliva si accorse che gli dispiaceva sempre separarsi da Micky. All'inizio i loro rapporti erano stati un po' burrascosi, ma poi avevano trovato un equilibrio. In fondo, Micky gli era sempre rimasto accanto. Pur essendo molto diversi, si completavano a vicenda. Lui era timido, Micky era espansivo. Lui non era capace di comunicare con la gente, Micky parlava con le frasi che lui aveva sentito per anni dai mosconi che ronzavano intorno a Vera. L'idea di leggere la mano, per esempio, l'aveva presa in prestito da un camionista serbo, ma solo perch la madre c'era cascata in pieno. Micky gli dava qualcosa che altrimenti non avrebbe mai avuto: una vita. In cambio, l'uomo che puliva si prendeva cura di lui. Gli comprava vestiti nuovi, risparmiava per permettergli di uscire la sera. Il loro era un buon accordo. La convivenza fino a quel momento era stata pacifica. Il loro sodalizio era perfetto.

Ma, cosa pi importante di tutte, a differenza di tutti gli altri, Micky non l'avrebbe mai abbandonato.

"Ovunque andrai, ti baster  dipingere una porta di verde e io verr da te."

Un breve suono elettronico lo riport in s: secondo il suo orologio al quarzo, da due minuti erano passate le quattro del mattino. Fuori era ancora buio.

Stava per iniziare la sua giornata perfetta.

Il giorno successivo era sempre il migliore. La sensazione di aver fatto tutto come si deve era ancora fresca e ci che provava non si era ancora sciupato. Non gli piaceva quando accadeva. Presto il ricordo si sarebbe consumato fino a disperdersi nell'apatia, ma ancora no. Per questo doveva sfruttare appieno le poche, preziose ore che aveva davanti.

Prepar la moka e la mise sul gas come in un giorno normale. Di l a poco sarebbe uscito per recarsi al lavoro, come sempre. Era importante non cambiare abitudini. Era esausto ma non aveva sonno. Ancora troppa adrenalina in circolo. Sapeva che la stanchezza avrebbe preso il sopravvento, ma avrebbe resistito fino a crollare al suo rientro a casa, tanto l'indomani era sabato e poteva rimanere a letto quanto gli pareva.

La notte al termine della giornata perfetta avrebbe dormito come un neonato.

Dopo aver bevuto il caff, si arm di sacchetti per la differenziata e suddivise la spazzatura che aveva accumulato nelle ultime settimane per studiare la donna del Blue. Se ne sarebbe disfatto lungo il tragitto verso il deposito dell'azienda municipalizzata, distribuendola fra vari cassonetti. Mentre divideva quegli oggetti, prov un senso di vuoto. La consapevolezza di aver portato a compimento l'opera nei tempi e nei modi stabiliti si scontrava col rammarico di dover rinunciare all'occupazione che aveva riempito le sue giornate.

Almeno finch Micky non gli avesse assegnato un nuovo compito.

Con quella strana nostalgia, ripul il tavolo ormai sgombro con straccio e candeggina, facendo sparire cos ogni traccia della prescelta da casa sua.

Quando ebbe terminato le faccende, si rivest con gli abiti ordinari che erano appesi nell'armadio a muro e che, di l a poco, avrebbe nuovamente sostituito con la divisa verde scuro da operatore ecologico. Poi s'incoll alla testa il parrucchino color mogano e inforc gli occhiali da vista con la montatura nichelata. Mentre usciva di casa, si blocc sulla soglia con in mano il carrarmato di latta con le chiavi.

Io sono invisibile, ramment a se stesso. Adesso, la giornata perfetta poteva cominciare.





5


L'isola Comacina, con la sua vegetazione selvaggia, sembrava emergere come un relitto dalle acque del lago. Di fronte a essa, una piccola spiaggia lambita da deboli onde. Per raggiungere la breve striscia di sassi bisognava seguire un ripido sentiero che scendeva lungo un pendio alberato. Durante i fine settimana di primavera, era una delle mete preferite dalle famiglie con bambini per consumare una colazione al sacco o, semplicemente, per passeggiare. Ma nei giorni feriali non ci veniva nessuno.

Quel venerd mattina, l'uomo che puliva era impegnato a sostituire i sacchetti all'interno dei cestini in legno posti lungo il percorso, ben sapendo che la settimana seguente sarebbe dovuto tornare l per svuotarli. Aveva parcheggiato il camioncino nello spiazzo sovrastante ed era sceso a piedi lungo la stradina nel bosco. Intorno a lui, solo i suoni della natura. Gli uccelli, lo sciabordio dell'acqua sulla riva e una brezza leggera che scivolava dalle montagne e s'insinuava dispettosa nei cespugli di alloro, disperdendone il profumo.

Come sempre, l'uomo che puliva svolse il proprio lavoro con diligenza e attenzione. Quando ebbe finito, esit un attimo prima di risalire il crinale, soffermandosi sul panorama delle Alpi che facevano da cornice allo specchio d'acqua. La giornata era tiepida ma lui aveva caldo, cos recuper dalla tuta un fazzoletto con cui tergersi il collo e la fronte. Nell'estrarlo, un piccolo frammento colorato precipit ai suoi piedi. Si chin per guardarlo meglio.

L'unghia smaltata di rosso che aveva trovato nella spazzatura della prescelta. La reliquia.

La raccolse, soffi via la terra e si blocc a fissarla, interdetto. Come era finita nella tasca della divisa? Per la prima volta, il suo granitico convincimento di riuscire a controllare tutto vacill. Come era potuto sfuggirgli un simile dettaglio? Qualunque spiegazione non avrebbe comunque placato il bisogno di flagellarsi per l'errore commesso. Lo sapeva, era nella sua indole: non si sarebbe dato tregua. Ma mentre si sforzava di capire, si rese improvvisamente conto che non aveva alcuna voglia di rimettersi alla guida. In quel posto si stava bene.

Fece per gettare via l'unghia, ma si ferm. La rimise nel fazzoletto. Si disse che era meglio disfarsene in un luogo che non fosse riconducibile a lui ed era logico, ma non del tutto vero. C'era qualcos'altro. Non sapeva dire cosa fosse. Un brivido lo scosse. Quell'oggetto, all'apparenza insignificante, costituiva un pericolo. Tuttavia gli procurava una strana eccitazione. Anche le emozioni che non riusciva a dominare erano un rischio, allora per tornare in s appoggi la mano callosa alla corteccia di un cipresso e chiuse gli occhi. Immaginando il respiro dell'albero, fu pervaso da una nuova serenit .

Fu in quel momento che sent le urla.

apr gli occhi e si guard subito intorno, allarmato. Le grida cessarono e, per un attimo, ebbe la sensazione di averle solo immaginate. Ma poi ricominciarono, anche se per poco. Il cuore gli batteva forte, non riusciva a comprendere cosa stesse succedendo. Istintivamente, punt lo sguardo in direzione del lago.

Attraverso i rami, intravide un corpo che si dimenava nell'acqua.

Chiunque fosse, era appena a una decina di metri dalla riva e stava annegando. Eppure, a quella distanza e con quella calma piatta, non doveva essere difficile rimanere a galla e raggiungere la spiaggetta. Allora l'uomo che puliva cap che lo sventurato era finito in uno dei vortici subacquei di cui parlava spesso la gente del lago. Ti coglievano di sorpresa e ti risucchiavano verso il fondo, senza lasciarti scampo. Si rese conto che non avrebbe mai voluto assistere alla scena. Quella morte lo atterriva. Forse perch era insensata, allora gli sembrava anche crudele. Ma, nello stesso tempo, non poteva distogliere lo sguardo.

Non riusciva a disinteressarsene.

Si mosse per seguire meglio la sorte del poveretto attraverso la fitta vegetazione. Lo vide sparire e poi riemergere pi volte, annaspando disperato, in cerca di salvezza. Per un istante, riusc a scorgere la sua faccia. Era un bambino. Ma non uno qualsiasi.

Era un bambino grassottello che indossava un paio di braccioli arancioni sgonfi.

Senza pensarci, cominci a correre verso la riva, sfilandosi le pesanti scarpe da lavoro e abbandonandole sui ciottoli insieme agli occhiali da vista. Entr nell'acqua dolce ma scura e gelida, facendosi strada a fatica nel liquido denso che sembrava non volerlo lasciare passare. Era come se il lago rivendicasse quella vita per s, come se quel tributo di carne e sangue servisse per scontare il vecchio debito con una piscina colma di rifiuti.

Ma l'uomo che puliva non lo avrebbe permesso.

Quando fu immerso fino alla vita, smise di camminare e si tuff in avanti, mettendo a frutto l'unica lezione che sua madre si fosse premurata d'impartirgli, anche se involontariamente.

Nuotare.

Allungava le bracciate, si dava energiche ripartenze con le gambe, cercando di mantenere un ritmo costante per risparmiare le forze.

"Guardami Vera, guarda come sono bravo!"

Intanto puntava dritto davanti a s, verso il bambino.

Quando fu a un paio di metri di distanza, sent la corrente mordergli il polpaccio nel tentativo di trascinarlo sotto. Sembrava il tentacolo di una gigantesca creatura, ma era semplicemente finito in uno dei mulinelli assassini. Rallent ma non cedette e si liber con vigore dalla stretta. Si rese conto che invece il piccolo stava per mollare: non urlava pi e le sue braccia si muovevano in modo scomposto, come quelle di una marionetta a cui hanno appena tagliato i fili. Gli avrebbe voluto gridare di resistere ancora un po', ch c'era quasi.

Ma il bambino s'irrigid come un fuso di piombo, e scomparve sotto il pelo dell'acqua.

Inspir rapidamente e s'immerse anche lui, con la preghiera che quell'ossigeno gli bastasse. Allung la mano nell'oscurit  verdastra, penetrando una foresta di alghe. Non sapeva nemmeno se fosse la direzione giusta. Per, per un istante, avvert qualcosa al tatto. L'istinto gli disse di afferrare. Lo fece e tir verso di s.

Era un avambraccio.

La presa non era sicura, ma non c'era tempo per tentare altro. Sollev il capo e, mentre la luce del giorno gi  svaniva e il buio si richiudeva inesorabile sopra di lui, si diede una spinta verso la superficie.

Riemerse con quel peso esanime. Non c'era modo di capire se fosse vivo o morto. L'unica era rimorchiarlo con s verso la spiaggia.

Alla conclusione di un'interminabile traversata, quando finalmente ebbe il sentore del fondale sassoso sotto i piedi, inizi a camminare trascinando il corpo inanimato, senza nemmeno voltarsi per verificarne le condizioni o anche solo per guardarlo. Mentre lo tirava per il polso, si accorse che il braccio si disarticolava. Gli aveva lussato una spalla, ma non poteva fermarsi a controllare. Non ancora.

Giunti sull'arenile, si lasci cadere carponi. Ansimando, riprese faticosamente fiato. Solo allora si gir.

Non era un bambino. Era una ragazza.

Era supina, con la faccia affondata fra i ciottoli, ma lui lo dedusse dalla chioma corvina e dal fisico esile. Non si pose il problema di cosa ci facesse nel lago coi vestiti addosso. Ma dai jeans neri, dalle scarpe da ginnastica e dallo zainetto colorato che portava sulla schiena, intu che non si trattava di una bagnante.

Si muoveva debolmente. Non era morta. Cercava di respirare.

Senza chiedersi come avesse fatto a scambiarla per un bambino di cinque anni, la gir prima che soffocasse. Quando la vide in volto, arretr. I lineamenti delicati. I piercing alle orecchie. Una linea di matita sbavata sulle palpebre. Un ciuffo di capelli viola appiccicati alla fronte.

Dimostrava dodici, tredici anni al massimo.

Aveva gli occhi rovesciati all'indietro e una schiuma bianca le usciva dalla bocca e dal naso. L'uomo che puliva la osservava inebetito, senza fare nulla.

La ragazzina col ciuffo viola non respirava. Non sarebbe sopravvissuta a lungo.

A quel punto, gli sembr che aver rischiato la vita per poi vederla morire su quella spiaggetta fosse stata fatica sprecata. Una parte di lui non poteva accettarlo. Prese coraggio e si mise a cavalcioni su di lei. Inizi a comprimerle il torace con entrambe le mani. Pi forte, sempre di pi. Non era nemmeno sicuro che fosse la cosa giusta da fare. Sentiva sotto i palmi le fragili ossa, come quelle di un uccellino. Il costato affondava per poi rigonfiarsi, come uno stantuffo, emettendo un rantolo cupo. Insistette, affannandosi in quell'impresa, finch un fiotto d'acqua proruppe come un geyser dalle sue labbra insieme a un breve suono gutturale, aspro. L'uomo che puliva si blocc, indeciso. Ma poi cap che la manovra era efficace e ricominci.

Poco dopo, la ragazzina inizi a tossire e a sputare altro liquido giallastro dai polmoni. Quando sembrava che il respiro si fosse stabilizzato, cominci a dimenarsi come una bambola rotta. Lui impieg qualche secondo per realizzare che era in preda alle convulsioni. Si ricord del giorno terribile in cui da piccolo era stato portato al pronto soccorso nello stesso stato; recuper il fazzoletto dalla tasca della tuta e glielo infil in bocca, in modo che non si mordesse la lingua. Quando comprese che non poteva fare di pi, si ritrasse ancora una volta e, mentre si rimetteva in piedi, per poco non ricadde all'indietro. Per non riusciva a andare via. Se ne stava l, piantato, col parrucchino rossiccio che gli sgocciolava sulla faccia e senza muovere un muscolo. Fu allora che lei si plac e, contemporaneamente, sbarr gli occhi. Profondi, tristissimi occhi marroni.

E con quegli occhi, lei lo vide.

Tu non puoi vedermi, si disse subito. Io sono invisibile. Lei era immobile, lui si rese conto di tremare. Il resto accadde molto in fretta. Prima le voci che arrivavano come un'eco lontana. Poi le figure umane che accorrevano verso di loro, lungo l'arenile.

Qualcuno aveva assistito alla scena. Qualcuno stava arrivando.

Prima di chiedersi chi fossero quelle persone, l'uomo che puliva aveva gi  preso una decisione. Non poteva restare l. Anche se non aveva fatto nulla di male, non avrebbe saputo cosa dire. Non era nemmeno sicuro che gli avrebbero creduto. L'esperienza gli diceva di non fidarsi. Allora rivolse un ultimo sguardo alla ragazza col ciuffo viola, domandandosi cosa si celasse nei globi vacui che non smettevano di fissarlo.

Prov a riprendersi il fazzoletto, ma lei non allentava la presa dei denti.

Non c'era pi tempo. Raccolse gli occhiali da vista e le scarpe da lavoro che si era sfilato prima di tuffarsi e, scalzo, si arrampic in fretta sul pendio, confidando che gli alberi lo aiutassero a sparire.

Mentre procedeva svelto verso il camioncino sul piazzale, ud dietro di s le frasi concitate di coloro che erano accorsi. Sper che fossero troppo impegnati a prendersi cura dell'adolescente e che nessuno si occupasse di lui, ma non si volt per controllare.

Quando raggiunse il mezzo, sal a bordo e mise subito in moto. Sbirci soltanto nello specchietto retrovisore. Ma, a parte la strada che si lasciava alle spalle, non vide nessuno.


19 settembre.

A ridestarlo  l'odore. Il bambino ha gi  sentito quell'odore, ma non ricorda dove.

Prova ad aprire gli occhi ma le palpebre sono pesanti, molto pesanti. E non riesce nemmeno a capire se  davvero sveglio o se sta ancora dormendo. Ogni tanto gli sembra di precipitare di nuovo in un sogno, un senso di vertigine nella pancia. Ma poi torna a galleggiare in superficie. E va avanti cos per un po', come sulle montagne russe al luna park, ma al buio. Non  per niente divertente.

Ha male alla testa. Un cerchio di ferro stretto da un orecchio all'altro.

L'odore  penetrante, familiare. Odore di disinfettante. Odore di ospedale. S sono in ospedale, si dice. Di nuovo.

"Tu non capisci, non pu continuare cos" sostiene una voce alterata. "Stavolta  andata bene, ma la prossima? L'abbiamo salvato appena in tempo."

 Martina, l'assistente sociale. Sta sgridando qualcuno.

"Io... Io..." piagnucola l'altra persona.

"Io cosa?  una tua responsabilit , Vera. Sei sua madre, avresti dovuto proteggerlo."

Sono insieme a lui nella stanza. Discutono animatamente ma a voce bassa, forse per non svegliarlo o forse perch non sanno se  in grado di sentirle. Anche a occhi chiusi, riesce a immaginarle. Vera con la gonna corta e i tacchi alti, che vorrebbe accendersi una sigaretta e intanto si smangiucchia la pellicina intorno alle unghie lunghe con lo smalto. Martina che ha i capelli raccolti in una coda e affronta Vera dal basso delle sue scarpe da tennis e, anche se ha molti meno anni di lei, le parla come se fosse una ragazzina che l'ha combinata grossa.

"Io non credevo che stesse cos male..." prova a giustificarsi sua madre, singhiozzando.

"E cosa pensavi che fossero i due buchi che aveva in testa?"

"Due belle cerniere lampo..."

Il bambino ricorda quella voce, quella risata che risuona nello scantinato, insieme all'odore del sangue. Il suo sangue.

"Non gli aveva mai fatto male prima, dice che per lui  come un figlio. Una volta l'ha portato anche allo zoo."

"Cristo, Vera, come fai a essere cos ingenua? O forse sei soltanto stupida!"

Non ha mai sentito Martina cos arrabbiata. Martina  sempre dolce, sorride sempre.

"Come potevo saperlo? Sono tornata a casa e l'ho trovato che dormiva nella cameretta. Gli aveva bendato la testa ma a me ha raccontato che era caduto per le scale."

"Non stava dormendo, Vera. Tuo figlio era gi  in coma."

Vera si mette a piangere.

"Hai visto cosa hai combinato?  tutta colpa tua, ragazzino..."

Non sono caduto per le scale, vorrebbe dire.

"No, non l'accetto." L'umore di sua madre cambia all'improvviso. Adesso fa l'offesa.

"Cos' che non accetti?"

"Non  stato Micky... Io lo conosco, non ne sarebbe capace."

"perch lo difendi? Avrebbe potuto ucciderlo."

"Lui ci ama!"

"Non me ne frega un cazzo di chi ti scopi, Vera" dice l'altra, amara. "Ma se uno dei tuoi fidanzati un giorno si annoia e decide di provare quanto  resistente la testa di tuo figlio di sei anni, come minimo hai il dovere di denunciarlo."

"Vieni qui ragazzino, che facciamo un bel gioco..."

La botola che si solleva. La botola dello scantinato  verde. La discesa in quel buco sul pavimento della cucina. Mano nella mano, un gradino alla volta. Docile, senza protestare: chi ti vuole bene non pu farti del male.

"Quando beve, Micky perde un po' il controllo" ammette Vera. "Ma non  cattivo, e poi si pente sempre. Una volta abbiamo litigato e mi ha spaccato il naso, ma poi ha pianto tantissimo: per farlo smettere, l'ho dovuto tenere stretto a me tutta la notte."

"Io non so pi come fare con te, Vera. Sul serio, non lo so." Martina  stanca, si percepisce dal tono di voce. "Comunque, la polizia sta cercando Micky. Ma se torna a farsi vivo con te, devi avvertirci, chiaro?"

"Va bene, va bene" sbuffa Vera.

"E occupati di tuo figlio" insiste Martina. "Compragli dei vestiti, perch quelli che ha non gli stanno pi. E assicurati che mangi come si deve perch sembra pi piccolo della sua et ."

"Forse dovresti cercargli un'altra famiglia" azzarda sua madre, con fare improvvisamente conciliante. "Io lo so che sarebbe meglio per tutti. Soprattutto per lui."

"Lo sai com' andata l'ultima volta..."

"S per potremmo riprovarci" propone, come una bambina che chiede a un adulto il permesso per fare qualcosa e freme in attesa del responso.

Ma Martina  irremovibile. "Nessuno si prender  cura di tuo figlio, Vera. Appena vengono a sapere tutta la storia, si tirano indietro. E adesso, con quelle due cicatrici sulla testa, sar  ancora pi difficile, lo sai anche tu."

Tutta la storia, si ripete il bambino, fluttuando sempre in quella specie di sogno doloroso. Qual  la mia storia?



6.

Entr e si richiuse in fretta la porta alle spalle.

Nel silenzio dell'appartamento, solo il suo respiro ansimante. Era corso a casa senza riportare il camioncino dei rifiuti al deposito e senza nemmeno cambiarsi i vestiti. La divisa ancora fradicia, l'acqua del lago che sgocciolava sul pavimento. Il parrucchino come uno straccio bagnato sulla testa, rivoli sottili che gli scivolavano sul volto.

Cosa ho fatto? si disse, strappandoselo con rabbia dal cranio. Cosa ho fatto?

L'immagine della ragazzina col ciuffo viola che spalancava gli occhi e lo fissava distesa sulla spiaggetta di sassi non se ne voleva andare, ormai era impressa nella sua mente. Ed era come se continuasse a guardarlo. Anzi, come se potesse vederlo adesso, in quel preciso momento. Vedeva il suo vero aspetto e vedeva anche il posto in cui viveva, quello in cui l'uomo che puliva non aveva mai fatto entrare nessuno. Ma, quel che era peggio, gli vedeva dentro.

Io sono invisibile, continuava a ripetersi. Eppure non si era mai sentito cos esposto, vulnerabile.

Di solito, era Micky a decidere quale fosse il momento giusto per calare la maschera. E quando finalmente capivano chi era in realt , non avevano il tempo di elaborare il significato della scoperta: la consapevolezza si spegneva nei loro occhi insieme alla luce vitale.

Ma ora era tutto finito. C'era una testimone.

Se l'avesse lasciata annegare, non si sarebbe trovato in quella situazione. Aveva voluto interferire con il corso del destino e il risultato era che adesso sentiva crescere dentro di s qualcosa che non provava da tanto tempo.

Paura.

Aveva eradicato quel sentimento dalla sua esistenza, giurando che non avrebbe pi ceduto il controllo delle proprie azioni a un impulso tanto ignobile, volgare. Invece ora il suo cuore pulsava con la cadenza impazzita degli uomini senza coraggio.

"No" si ud allora, nel silenzio della casa. "No" ripet la voce, con tono deciso.

L'uomo che puliva si volt verso la stanza chiusa. Da dietro la porta verde, Micky aveva parlato. E, a quel comando, i suoi battiti cardiaci rallentarono fino a stabilizzarsi.

"Ricordi cosa ti ho insegnato quel giorno nello scantinato?"

Se lo ricordava. La luce della finestrella. La puzza di trementina. Le scatole coi chiodi, le viti e i bulloni. Gli attrezzi sistemati ordinatamente sul bancone di legno. E quelle mascelle d'acciaio, spalancate verso l'alto.

"Allora ripeti la lezione..."

L'uomo che puliva si port automaticamente le mani ai lati della testa, come se dalle vecchie cicatrici fosse riaffiorato un antico dolore.

"Ho imparato a non piangere e a non urlare" afferm.

Il dolore dilagante, troppo grande per un bambino. E un volto che lo fissava con la sigaretta all'angolo della bocca.

" per il tuo bene, figliolo. Per il tuo bene."

"E cos'altro?" chiese Micky.

"Ho imparato che la paura non serve,  inutile...perch non mi salver ."

"Bene" disse il suo mentore. "E cosa facciamo noi quando cediamo alle lusinghe della paura?"

L'uomo che puliva esit un istante. "Ci puniamo."

Sapeva gi  cosa fare. Avanz nel piccolo appartamento e si diresse deciso verso il cucinotto. apr il cassetto delle posate e afferr un coltello affilato. Avvolse il palmo della mano sinistra intorno alla lama.

E strinse.

Il nuovo dolore cancell la paura, ripulendolo dall'ignominia. Lasci andare la presa, gett il coltello nell'acquaio e fasci l'arto con uno strofinaccio che si color subito di rosso intenso.

"Bravo il mio ragazzo" lo elogi Micky. Poi la voce torn a rintanarsi dietro la porta verde.





7


Trascorse il resto della mattina e tutto il pomeriggio seduto sul divano, fissando il vuoto. Avrebbe dovuto inventare una scusa per non aver riconsegnato il camioncino, magari bucare un paio di gomme e simulare un incidente. Ma al momento non gli importava, e continuava a rimandare.

A parte la sensazione della divisa bagnata che si asciugava poco a poco col calore del suo corpo, non provava nulla.

Il buio della sera ingoi la stanza. Come se si fosse azionato un interruttore segreto dentro di lui, si alz in piedi. Lo strofinaccio con cui aveva avvolto la mano era zuppo, ma il taglio aveva smesso di sanguinare e il dolore si era tramutato in un solletico pungente.

And in bagno a lavarsi. Dopo si ricuc la ferita con ago e filo da sutura, quindi la protesse con un bendaggio. Prepar una minestra col dado e un po' di pastina, si sedette a tavola con indosso solo slip e calzini. Portava meccanicamente il cucchiaio alla bocca, la sua mente era ancora altrove. Aveva la pelle del corpo arrossata. Ma, nonostante la lunga doccia bollente, avvertiva ancora su di s l'odore pungente del lago, come se l'acqua stagnante gli avesse impregnato la carne. Riusciva a tollerarlo, ma era comunque sfibrante. Quando ebbe finito di cenare, sciacqu il piatto e la posata e li rimise a posto, nello stipo. Come tutte le sere, apr il divano letto e lo prepar con lenzuola pulite. Quindi spense la luce e si coric, supino.

Chiuse gli occhi, in attesa del sonno.

And in cerca con l'udito del suono che, di solito, lo aiutava a rilassarsi: la voce del serbatoio d'acqua sul tetto. A volte, lo sentiva gemere o perfino cantare come una balena, attraverso gli ugelli dell'impianto antincendio sul soffitto. Probabilmente il sistema non funzionava pi da anni, come tante altre cose in quel palazzo abbandonato all'incuria. Per, l'idea di quella massa di liquido inerte che incombeva su di lui e da cui lo separavano solo pochi centimetri di cemento invece d'intimorirlo lo rassicurava.

Era come avere una piscina sulla testa.

Ma quella sera la cisterna taceva come un monito silenzioso.

Secondo i piani, la giornata perfetta avrebbe dovuto concludersi con una bella dormita. Sarebbe dovuto crollare per poi risvegliarsi solo dopo molte ore, completamente rinvigorito. Quel riposo era il premio per il faticoso lavoro di ricerca e preparazione svolto durante le settimane precedenti la notte del Blue. Ma ci che era accaduto quel mattino aveva spazzato via tutto, compresa la meritata spossatezza. Sembrava trascorsa un'eternit  dalla vita di prima. Inoltre, aveva l'impressione che si fosse incrinato il sodalizio con Micky. E poi, anche se non era ancora disposto ad ammetterlo, sentiva che c'era qualcosa di diverso. Non avrebbe saputo dire cosa, per c'era.

Un pensiero si fece strada dentro di lui. Non riusciva a mandarlo via. apr gli occhi.

Era inutile evitare la realt  e girarci intorno. Ci aveva provato tutto il giorno, ma si era rivelato vano. Adesso non poteva pi fare finta di niente. Doveva avere notizie della ragazza col ciuffo viola. Non gli importava sapere chi fosse, n come e perch fosse finita nel lago. La domanda vera era un'altra.

Era salva?

L'aveva lasciata su quella spiaggetta ed era fuggito. Aveva visto le persone che accorrevano in soccorso, ma non sapeva ci che era accaduto dopo.

"Avanti, dillo..." lo esort Micky con voce calma, da oltre la porta verde.

"Se  viva, si ricorder  di me" disse allora lui con un filo di voce. "Se  morta, mi cercheranno per sapere come  andata."

La sua sorte era intrecciata ineluttabilmente con quella di un altro essere umano. La cosa lo riguardava pi di quanto avrebbe voluto o anche solo immaginato, non poteva disinteressarsene e aspettare semplicemente che tutto passasse.

"Sai cosa devi fare..."

"No, non lo so" prov a replicare l'uomo che puliva, ma non era vero. Lo sapeva eccome.

"Non ci rimane molto tempo. Verranno qui."

L'idea lo spaventava a morte. Ma Micky aveva ragione, era l'unica soluzione.

Scost le coperte e scese dal letto.





8


Era uscito di casa alle ventitr, con indosso abiti scuri e un cappellino nero con visiera, calzato in modo da celare la testa calva e il volto.

Doveva trovare la ragazza.

Non avendo un accesso a internet, non c'era modo di sapere se sulla cronaca locale ci fosse qualche riferimento all'incidente di quella mattina. Perci non sapeva nemmeno in quale ospedale l'avessero portata. L'unica possibilit  era controllarli tutti. Era gi  stato a Menaggio, che era quello pi vicino al luogo dell'annegamento, e anche al Valduce, senza esito. Verso l'una meno dieci del mattino, sal su un autobus vuoto per raggiungere il Sant'Anna. Davanti al nosocomio c'era una fermata ma, per prudenza, scese a quella successiva e torn indietro a piedi.

All'ingresso dell'ospedale era radunato un piccolo drappello di fotografi e cameramen. Bivaccavano in attesa di qualcuno. Doveva essere accaduto qualcosa, si disse. La loro presenza lo rendeva inquieto, ma forse era anche il segno che finalmente fosse nel posto giusto.

Evit l'entrata principale perch sul lato est dell'edificio c'era un accesso secondario per i camion che venivano a prelevare i rifiuti speciali. Imbocc il varco di sicurezza riservato al personale, mostrando il tesserino dell'azienda municipalizzata alla guardia notturna rintanata nel gabbiotto che, senza bisogno di altri controlli, azion il tornello meccanico e lo lasci passare.

Era stato altre volte l, anche di notte. Per lavoro o per rubare farmaci e materiale medico, come il filo collageno che adesso gli suturava la ferita alla mano. Entr da uno dei magazzini e si diresse allo spogliatoio degli addetti alla sanificazione. Il locale era deserto. Scelse un armadietto a caso, estrasse dalla tasca un cacciavite e ne forz il lucchetto. Scambi i propri abiti con la divisa azzurra di un inserviente. Indoss i copriscarpe e anche una cuffietta di plastica, sistemandosi gli elastici sulle orecchie in modo da occultare le cicatrici. Richiuse lo sportello. Recuper da uno sgabuzzino un macchinario per le pulizie dei pavimenti e prese uno degli ascensori per le barelle.

Confidava nel fatto che di notte in ospedale ci fosse meno movimento. Ma non aveva molto tempo per trovare la ragazza.

Concentr la ricerca al reparto di terapia intensiva e rianimazione.

L'ambiente era sterile e gli addetti all'unit  portavano mascherine chirurgiche. Giunto al piano, li imit, cos avrebbe anche evitato che qualcuno lo vedesse in faccia.

Accese la macchina lavapavimenti. Le spazzole rotanti producevano un basso ronzio che, a sua volta, and subito a mescolarsi alla perfezione con la percussione cadenzata dei respiratori e il battito cristallino dei monitor cardiaci.

Mentre puliva per terra, pass in rassegna le stanze. Alcune accoglievano fino a quattro pazienti, per lo pi maschi e anziani. Sembravano sul punto di volare via, come palloncini. Guardandoli bene, si poteva intravedere il filo sottile che li legava ancora a questo mondo.

Tuttavia, l'ospite pi giovane di quella specie di parco giochi per fantasmi aveva una camera tutta sua, in fondo al corridoio.

Non era sola: un'infermiera stava annotando i parametri vitali su una cartellina. Quando ebbe terminato, l'appese al letto e usc passandogli accanto. Si accorse a malapena di lui. L'uomo che puliva attese che si allontanasse verso l'astanteria, poi attiv il blocco di sicurezza del macchinario, senza spegnerlo, per non turbare di nuovo l'armonia dei suoni che permeava quel posto.

Entr nella stanza.

Sembrava che la ragazza col ciuffo viola dormisse, serena. Probabilmente era sedata. Sulla sua bocca, una mascherina per l'ossigeno. L'apparecchio elettronico che monitorava i battiti del cuore lo avrebbe avvertito nel caso la paziente si fosse risvegliata. Ma per il momento il suono emesso era regolare, cos poteva avvicinarsi al letto.

La testa sollevata e i capelli neri sparsi sul cuscino. Indossava un camice leggero. Le braccia magre, posizionate lungo i fianchi. A quello sinistro erano collegate due flebo. La linea del collo sottile che scendeva lungo le spalle, il torace avvolto da una fascia che comprendeva anche la clavicola che le aveva lussato per trascinarla fuori dal lago. Sicuramente le aveva fratturato qualche costola mentre le premeva con forza sullo sterno per farle espellere l'acqua dai polmoni. La caviglia era rotta ed era custodita in un tutore ortopedico.

Avanzando verso di lei, notava altri particolari. La pelle diafana era piena di lividi: erano i segni lasciati dalla lotta per liberarsi dall'abbraccio mortale della corrente. La osserv meglio in volto. Si accorse di non ricordare bene il suo aspetto. Si domand ancora perch avesse avuto l'istinto di salvarle la vita. Non era solo perch all'inizio l'aveva scambiata per se stesso da piccolo: resosi conto dell'errore, avrebbe potuto abbandonarla sulla spiaggia senza cercare di rianimarla. Era ancora tutto molto strano, confuso. Si era sempre tenuto ai margini, rifiutando ogni contatto umano non necessario. perch allora aveva fatto un'eccezione per quella ragazzina? Non aveva nulla di speciale. Si rese conto che quei pensieri erano pericolosi. Micky non avrebbe dovuto sapere che lui macerava un simile dubbio.

Qualcuno aveva lasciato una cornice con una foto sul portavivande ai piedi del letto. Comprese anche il motivo. Se la paziente avesse aperto gli occhi, si sarebbe subito trovata davanti quell'immagine rassicurante: la ragazza col ciuffo viola posava in mezzo a un uomo sulla quarantina e a una donna un po' pi giovane, sicuramente i genitori. Erano belli, abbronzati e sorridenti. Che strano modo di preservare la felicit , si diceva l'uomo che puliva ogni volta che guardava un ritratto di famiglia. Le persone credevano davvero di poter rinchiudere nello scatto di una macchina fotografica ci che provavano? Lui non era mai stato immortalato in una foto. Perfino quelle sul tesserino o sulla carta d'identit  appartenevano a degli sconosciuti che gli somigliavano.

Vide che su una sedia c'erano delle buste trasparenti con dentro gli effetti personali della paziente. Con grande meraviglia, riconobbe il fazzoletto che aveva messo fra i denti della ragazza in preda alle convulsioni. And subito a recuperarlo e, in quel momento, si ricord anche dell'unghia smaltata di rosso che vi aveva riposto.

La reliquia.

apr la stoffa ma, ovviamente, non c'era pi. Pens alle possibili implicazioni di quella disattenzione. Si sar  persa in acqua o sulla spiaggetta, si disse. Era inutile andare a cercarla, non l'avrebbe ritrovata mai. Quella storia gli aveva procurato gi  troppi grattacapi, consider, rinfilandosi in tasca il fazzoletto.

Era venuto il momento di mettere un punto.

Si volt verso l'angolo della stanza dove c'era il carrello coi farmaci e il defibrillatore. Si mosse sapendo gi  che in quei cassetti avrebbe trovato ci che gli occorreva.

Guanti in lattice. Siringa ipodermica. Fiale di insulina.

Tenendo d'occhio la porta, prepar una dose massiccia del farmaco. Nessuno avrebbe notato un minuscolo puntino rosso fra le dita dei piedi della paziente. Pochi secondi e il loro legame si sarebbe sciolto. Pochi secondi e sarebbero stati entrambi liberi. Per sempre.

Torn verso il letto. Calcol che avrebbe avuto a disposizione meno di un minuto per allontanarsi, prima che il cardio-monitor registrasse un insolito aumento della frequenza e desse l'allarme. Ma era determinato a portare a termine il lavoro. Con una mano teneva in verticale la siringa e con l'altra sollev il lenzuolo, scoprendo la gamba che non era immobilizzata dal tutore.

Mentre si sporgeva, si blocc col braccio a mezz'aria. Nella parte interna del polpaccio, tra i graffi, c'era una piccola scritta sbiadita.

Una sequenza numerica, annotata a penna.

L'uomo che puliva si ritrasse, stordito, lasciando ricadere il lenzuolo. Rabbrivid. Quella vista era stata sufficiente a innescare dentro di lui un domino di reazioni che non sapeva come arrestare.

In quel momento, comprese che non sarebbe mai stato capace di praticare l'iniezione.


9.


Alle sei del mattino, il bar della stazione ferroviaria iniziava a riempirsi di gente.

L'uomo che puliva se ne stava in disparte a uno dei tavolini in fondo al locale, con una tazzina sporca davanti a s, lasciata da chi era seduto l  prima di lui. Le mani cacciate nelle tasche del giubbotto grigio, il berretto ben calcato sulla testa, scrutava il viavai di avventori che si davano il cambio davanti al bancone. I pendolari non avevano bagaglio, facevano una veloce colazione prima di raggiungere il posto di lavoro. Quelli con la valigia, invece, se la prendevano pi comoda: bevevano il caff e controllavano l'orario, pronti ad avviarsi verso il loro binario. L'uomo che puliva si domandava da dove venivano e dov'erano diretti quei viaggiatori. Se partivano per ritornare oppure lasciavano quel luogo per sempre. Dov'era casa loro, se avevano dovuto dire addio a qualcuno o se qualcuno, da qualche parte, li stava aspettando.

Nel mezzo di queste riflessioni, ogni tanto sollevava lo sguardo anche sul televisore attaccato alla parete, su cui scorrevano a ripetizione le immagini di un telegiornale. Ormai aveva imparato a memoria la sequenza delle notizie e sapeva che, dopo i servizi di cronaca internazionale, sarebbero riapparsi l'uomo e la donna che aveva visto nella fotografia dell'ospedale.

Sotto il bersaglio dei flash e accerchiato dai microfoni, il padre della ragazzina con il ciuffo viola rilasciava una dichiarazione all'uscita dal Sant'Anna. La sua voce si mischiava con gli annunci dei convogli in arrivo o in partenza, scanditi dagli altoparlanti.

"Vorrei conoscere l'uomo che ha rischiato la vita per salvare mia figlia" diceva tenendo un braccio sulle spalle della bella moglie, ancora troppo sconvolta per parlare. "Non so perch abbia scelto di rimanere anonimo ma lo rispetto, anche se da genitore spero che si faccia avanti per stringergli la mano."

L'uomo che puliva aveva ascoltato e riascoltato quelle parole, ma ogni volta gli sembrava di cogliere una stonatura. Sapeva di non essere molto intelligente, ma era comunque in grado di prevedere le conseguenze.

"Non so perch abbia scelto di rimanere anonimo..."

Quella frase gettava un grave sospetto su di lui. Sicuramente qualcuno si stava chiedendo se il motivo della decisione fosse meno nobile del gesto che aveva compiuto, se il buon samaritano avesse qualcosa da nascondere.

Verranno a cercarmi, si ripeteva, senza avere dubbi. Micky ha ragione, loro verranno. Per questo si rimproverava di non essere riuscito a liquidare la ragazza col ciuffo viola in ospedale. Aveva perso un'opportunit  che non si sarebbe ripresentata. A Micky non sarebbe piaciuto.

"Nostra figlia si riprender  presto" stava spiegando l'uomo nella tv.

Proiettava un'idea di s molto potente, di forza e anche di sicurezza. Non sapeva chi fosse quel tale, nperch i cronisti fossero tanto interessati alla vicenda. Per ipotizzava che dovesse trattarsi di qualcuno d'importante, visto che non poteva nemmeno affrontare in pace il dramma che aveva colpito la sua famiglia. Anche quell'aspetto era rilevante per l'uomo che puliva. La gente non si stancher  di questa storia finch  non ne avr  abbastanza, ponder. E a giudicare da quanti, nel bar, si soffermavano ad ascoltare la notizia, si poteva intuire che non sarebbe accaduto tanto presto.

Un'altra delle ragioni per cui i giornalisti non si sarebbero fermati era legata alla domanda di un reporter sulla dinamica dell'incidente. Mentre rispondeva, sul volto del padre dell'adolescente era passata un'ombra. L'uomo che puliva l'aveva intravista, riconoscendo all'istante lo spettro della paura.

" scivolata nel lago mentre faceva una foto col cellulare, si  rotta una caviglia. Una leggerezza che poteva costarle cara, ma si sa come sono i ragazzi a quell'et : credono di essere immortali" aveva dichiarato con un sorriso forzato. "Probabilmente si stava scattando un selfie."

La maggiore preoccupazione di quel padre era che le cose non fossero andate realmente come raccontava. L'incertezza lo stava lacerando. La necessit  di proteggere la figlia nascondeva anche il timore della verit .

E, probabilmente, l'uomo che puliva aveva la soluzione del mistero.

Era ironico, pens. Il padre della ragazza non poteva sapere che un estraneo senza nome, seduto a un tavolino di un bar della stazione, era in grado di comprendere meglio di chiunque altro il dubbio che lo angustiava. Non poteva immaginare che uno sconosciuto, diversissimo da lui, dalla sua famiglia e da quelli di cui solitamente si circondavano, lontano dal suo modo di intendere la vita e le cose del mondo, possedeva qualcosa che lo riguardava. Qualcosa che avrebbe potuto mandare in frantumi in un istante il suo universo di cristallo.

Una risposta.

L'uomo che puliva doveva soltanto trovare una buona ragione per verificare la propria teoria. Ma ci avrebbe comportato un ulteriore coinvolgimento, un altro passo nella luce. Non sapeva se gli convenisse abbandonare il conforto delle tenebre. Ecco perch era venuto alla stazione e se ne stava seduto l da pi di un'ora.

Doveva decidere se la cosa pi giusta per lui fosse salire su un treno a caso e sparire per sempre.

In fondo, lo aveva gi  fatto tante volte. Senza portarsi appresso niente. Lasciando tutto com'era. Una casa, oggetti di scarso valore, pochi abiti appesi in un armadio. Non avrebbero trovato altro sul suo conto. Nessuno si sarebbe fatto domande.

E non aveva timori nemmeno riguardo a ci che c'era dietro la porta verde.

All'inizio si sarebbero chiesti il perch ma, dopo essersi resi conto che tanto non erano in grado di capire, se ne sarebbero scordati.

Forse anche lui avrebbe dovuto cercare di dimenticare la ragazzina col ciuffo viola, nella speranza di essere dimenticato a sua volta. Andare in un'altra citt , trovare un altro appartamento. Dipingere un'altra porta di verde e confinare dietro di essa il proprio segreto. Rimettere le cose a posto. In fondo, aveva trascorso dieci anni a Como. Non era mai stato per cos tanto tempo nello stesso luogo. Poteva anche bastare.

Quando comprese di aver preso una decisione, si alz dalla sedia. Provava un formicolio nelle braccia per essere stato troppo tempo immobile nella stessa posizione, o forse era per effetto della tensione accumulata nelle spalle. Tenendo il capo abbassato per non farsi notare, usc  dal bar e si diresse verso uno dei corridoi che portavano ai binari.

Le persone gli passavano accanto, lo sfioravano. Nessuno sapeva chi era l'uomo che procedeva in mezzo a loro. Era solo una macchia trasparente che transitava fugace nel loro campo visivo per poi sparire. A volte si domandava come avrebbero reagito se si fossero soffermati con lo sguardo, anche solo per un momento. Le uniche volte in cui l'uomo che puliva decideva di andare fra la gente era per provare quella sensazione di potere che gli derivava dall'essere invisibile.

Ma stavolta era diverso.

Il vero motivo per cui quel mattino aveva scelto di rifugiarsi in una stazione ferroviaria era perch l  si poteva ancora trovare un telefono pubblico. La sua permanenza a Como era legata alla chiamata che stava per fare.

Sollev la cornetta e infil gli spiccioli nell'apposita fessura. Quindi inizi a comporre la sequenza numerica che aveva scorto sul polpaccio della ragazzina nel letto d'ospedale.

Dall'altra parte della linea, cominciarono a stillare gli squilli.

Dopo un tempo infinito, rispose una voce maschile. "Pronto..."

L'uomo che puliva non disse nulla. Attese.

"Pronto" ribad l'interlocutore, infastidito. "C' nessuno?"

Sa che sono qui, mi sente respirare.

"Insomma, chi ?"

L'uomo che puliva riattacc. Quelle poche parole erano state sufficienti a identificare la voce.

Volevi conoscermi, no? Bene, adesso mi hai conosciuto.





22 ottobre

"Ricrescono, vero?"

Martina  distratta, gli sta preparando la borsa. "Cosa?"

Il bambino  davanti alla finestra, ma non vede fuori, la gente che entra e che esce dall'ospedale. Lo sguardo si ferma un po' prima, al riflesso del proprio volto malinconico sul vetro. "I capelli" specifica, osservandosi. "Ricrescono?"

Martina si blocca, lascia stare il bagaglio e gli si avvicina. "Certo che ricresceranno" lo rincuora, accarezzandogli la testa su cui spuntano chiazze di peluria.

"E le cicatrici spariscono?"

"Temo di no." Martina  sincera, non gli dice mai bugie, per questo gli piace. "Ma appena saranno ricresciuti i capelli, le cicatrici non si vedranno pi."

Il bambino prende per buona la rassicurazione.

"Nel frattempo, per, ti ho comprato un regalo." L'assistente sociale va verso la borsa, estrae qualcosa e torna da lui con un berretto. Glielo mette. "Sei proprio figo" gli assicura.

Il bambino controlla di nuovo il riflesso nella finestra. Non  molto convinto, ma non dice nulla perch non vuole darle un dispiacere. Oggi  un giorno importante. Martina  felice perch lo dimettono dopo un mese. Lui, per, non sa se essere felice. "Tu ci credi nel paradiso?"

"A volte" risponde Martina. "perch me lo domandi?"

"Quando muori e nessuno sa come ti chiami, cosa scrivono sulla tomba?"

Martina  esterrefatta. "Cosa sono questi discorsi? Cosa ti salta in mente?"

Lui insiste. "Come fa Dio a trovarmi per portarmi in paradiso se non pu leggere il mio nome sulla tomba?"

"Dio sa chi sei" gli assicura la donna.

"Quando sono arrivato qui, nessuno sapeva come mi chiamo..." Urlavano tutti intorno a lui al pronto soccorso, se lo ricorda bene. Tremava tantissimo, perci i dottori gli avevano messo qualcosa in bocca altrimenti si sarebbe morso la lingua. Ma cos non poteva dirgli il proprio nome. Nessuno sapeva come chiamarlo. Era solo.

"Adesso, per,  tutto passato" commenta Martina, senza contraddirlo.

Forse dovrebbe essere davvero contento di lasciare l'ospedale, non ne pu pi della puzza di disinfettante. Ma  anche triste. "Devo per forza tornare a casa?"

"Ho trovato una nuova sistemazione per voi, un appartamento pi grande dove potrai avere anche una stanza tutta tua."

"Vera non mi vuole" azzarda. "Vi ho sentite... Credevate che dormivo, invece ero sveglio." Credevate che ero morto, invece ero vivo.

"Tua madre dice un sacco di cose, lo sai" minimizza l'altra. "Ma adesso ha un lavoro e potr  occuparsi di te. Andr  tutto bene."

"E Micky?"

La domanda cade fra loro come una pietra in uno stagno: sparisce in un istante sotto la superficie, ma non possono ignorarla perch l'acqua continua a muoversi.

"Vera mi ha promesso che non lo rivedrai pi" afferma Martina, con tono solenne.

"Non ci credo."

"La polizia lo sta cercando, non credo che a Micky convenga farsi trovare."

"La polizia non lo trover ."  cos sicuro che gli viene da piangere.

"Non devi avere paura: Micky non pu pi farti del male."

Martina non lo pu sapere, ma Micky non  come gli altri mosconi di sua madre. "Se resto con Vera, lui torner ."

"Non  cos" insiste lei.

"Me lo giuri?"

L'assistente sociale ha un tentennamento. Anche lui lo vede. "Me lo giuri." Le tre parole che inchiodano i grandi. Il bambino ha solo sei anni ma ha gi  capito come funzionano le cose. Se vuoi sapere se un adulto ti sta dicendo la verit, devi fargliela giurare. Il trucchetto non riesce sempre. Con Vera, per esempio,  inutile. Ma Martina  diversa da Vera. A Martina pesa dire le bugie.

La donna si siede sul letto e gli fa cenno di mettersi accanto a lei. Il bambino obbedisce e si arrampica.

"Adesso faremo una cosa" dice la sua amica. Gli solleva una gamba. Gli tira su il risvolto dei pantaloni e gli abbassa il calzino. Poi, mentre il bambino si domanda cosa abbia in mente, Martina prende una biro, stacca il cappuccio coi denti e comincia a scrivere sulla pelle, sopra alla caviglia. Lui prova un solletico leggero e piacevole. "Questo  il mio numero di telefono" gli spiega, rimettendo il cappuccio alla penna. "Non dovrai mai cancellarlo o lavarlo via. E, comunque, ogni settimana passer a vedere come vanno le cose con Vera e lo scriveremo di nuovo."

"A che serve?" domanda il bambino, ma sa gi  che  una cosa buona e si sente rincuorato.

"Sar  il nostro segreto: se dovesse succedere qualcosa, mi chiamerai oppure lo mostrerai a qualcuno e mi farai chiamare. Io verr subito da te."

"E se muoio?"

La domanda gela la giovane assistente sociale.

Allora  lo stesso bambino a rispondere per lei. "Se muoio, almeno potrai dirgli come mi chiamo."





10


Un barattolo di sottaceti fra i surgelati.

Lo spiegava alle ragazzine fin dalle medie, e glielo ripeteva anche quando crescevano. Era vitale che ne comprendessero l'importanza. Non si poteva mai dire quando e se sarebbe servito. La speranza era che non servisse mai, ma era meglio sapere che esisteva anche quella possibilit . E, cosa fondamentale, si raccomandava di non dirlo ai maschi. Era una specie di segreto riservato alla consorteria delle donne.

Un barattolo di sottaceti fra i surgelati era il segnale.

Quando uno degli addetti che ogni sera rifornivano di merce gli scaffali di un qualsiasi supermercato della zona trovava un barattolo di sottaceti fra i surgelati, doveva comunicarlo subito alla direzione che, a sua volta, lo riferiva a lei. Nessuno degli intermediari sapeva a cosa servisse quella bizzarra procedura. Solo la persona che aveva escogitato quel sistema ne conosceva il significato. La cacciatrice di mosche allora sapeva con certezza che, da qualche parte, una donna era in pericolo perch stava subendo maltrattamenti in famiglia e non era libera di denunciarlo, oppure era sotto grave minaccia da parte del partner o, nel peggiore dei casi, era vittima di un sequestro di persona.

La cacciatrice di mosche era l'unica che si occupasse di liberare quelle prigioniere e, da pi di una settimana, sorvegliava incessantemente un discount in periferia. Per l'esattezza da quando le era stata comunicata l'anomala presenza di cetriolini in un freezer.

Si aggirava tutto il giorno fra le corsie fingendo di fare la spesa, in realt  teneva d'occhio le clienti nella speranza di notare quella che aveva lanciato il silenzioso allarme. Se la donna in pericolo fosse tornata nel negozio, la cacciatrice di mosche l'avrebbe identificata. Naturalmente, nessuna di loro portava un cartello al collo con la scritta VITTIMA DI ABUSI, ma c'era sempre un dettaglio rivelatore. Potevano essere lividi, lesioni o una frattura. Ma anche un foulard o un dolcevita indossato fuori stagione erano indicativi, cos come un paio di occhiali da sole troppo voluminosi.

Quando individuava una donna maltrattata, la cacciatrice di mosche cercava un contatto visivo. E appena incrociava il suo sguardo, l'altra vedeva subito la luce di una possibile via d'uscita. In quegli occhi si riconoscevano smarrimento, impotenza ma, soprattutto, paura.

Gli aguzzini erano sempre accorti e a molte di loro non era permesso di telefonare o usare internet, ma tante non avrebbero nemmeno trovato la forza di fare una chiamata per chiedere aiuto. Perci, lasciare un barattolo di sottaceti in un posto non consono era gi  un enorme passo avanti. Solitamente, nel loro mondo fatto di soprusi e intimidazioni in cui il minimo errore, perfino un piatto rotto, veniva sanzionato con durezza, i sottaceti stavano coi sottaceti e i surgelati coi surgelati. E quella era una delle tante regole che non potevano essere sovvertite, pena le botte.

Perci, contravvenire alla legge degli scaffali era gi  un primo gesto di ribellione.

Quel luned, per, la cacciatrice di mosche stava rischiando di perdere il suo solito ottimismo. Ormai da giorni riempiva il carrello a ogni ronda e lo svuotava dopo un paio d'ore per poi ricominciare daccapo. A furia di stare in piedi, le doleva la schiena. A ci si aggiungeva anche l'astinenza da nicotina, perch non poteva certo permettersi una pausa ogni venti minuti per fumare. Da quando aveva cominciato l'appostamento, si erano ridotti i pacchetti di Diana che consumava quotidianamente. Di solito, quando smetteva di colpo, invece di guadagnarci in salute le iniziava una brutta tosse, profonda e catarrosa.

A cinquantatr anni, la condizione fisica era l'ultimo dei suoi pensieri.

Non si prendeva cura di s, non le interessava. Il suo psicologo le diceva sempre che era sull'orlo di una seria depressione. Ma, dopo cinque anni di terapia, il malessere interiore che avrebbe dovuto metterla definitivamente a terra non si era ancora manifestato. In compenso, gli effetti di una tardiva menopausa continuavano a tormentarla quando lei, invece, avrebbe voluto solo la pace dei sensi. La cacciatrice non aveva paura d'invecchiare, n delle rughe, n d'ingrassare. Un tempo era stata anche piacente, ma quell'epoca era passata e lei non ne sentiva la mancanza.

Per praticit , portava i capelli corti. Del trucco, neanche a parlarne. E comprava solo vestiti comodi.

Controll l'ora: mancava un quarto alle due. Generalmente, dopo l'una il discount si svuotava. Le casalinghe avevano gi  fatto la spesa ed erano a casa a preparare il pranzo. Fra le corsie si aggirava solo qualche single o qualche anziana signora che approfittava dei momenti di calma per valutare senza fretta tutte le offerte del volantino settimanale. Allora lei decise che forse si era meritata una pausa sigaretta. Ma, mentre si appoggiava al carrello stracolmo per sfilarsi una scarpa e massaggiarsi un piede dolorante, sollev per un attimo lo sguardo verso il settore dei prodotti per la colazione.

Venticinque anni al massimo, fisico da modella, cappellino da rapper, leggings colorati e scarpe da ginnastica, grande borsa Louis Vuitton, stretta in un cardigan di felpa che le arrivava alle ginocchia: stava scegliendo quale scatola di cereali acquistare. Ma non fu tanto la ragazza a colpire la sua attenzione, quanto il fidanzato che la seguiva a un paio di metri di distanza: capelli lunghi color miele con il vezzo di spostarseli dietro le orecchie, gilet e T-shirt, sneakers di marca, aria da bello e maledetto. Il classico tipo di cui innamorarsi e poi pentirsene.

Il biondino era a braccia conserte e con lo sguardo fisso sulla compagna, come un guinzaglio. Ma poteva anche essere un'impressione della cacciatrice. Sulla ragazza non si scorgevano segni evidenti di percosse. Per i vestiti larghi che indossava potevano essere un modo per occultarli. A parte l'atteggiamento del ragazzo, la loro dinamica di coppia non era sospetta.

Eppure c'era qualcosa che non quadrava.

Troppo griffati per un discount, pens. Sono del centro. Lei l'ha convinto a venire fin qui per fare la spesa e lui  contrariato. Si sta chiedendo cosa ci fanno in un ritrovo per immigrati e casalinghe sfigate. Ed  gi  la seconda volta che la fidanzata lo trascina in questo posto. Lui gliela far  pagare, si disse.

Decise di cercare conferme alla propria ipotesi.

Spinse il carrello nella loro direzione. Quando furono tutti e tre accanto a un frigo, si accost e, senza chiedere permesso, pass proprio in mezzo a loro per aprire lo sportello e prendere una bottiglia di latte. Sollev per un attimo gli occhi sulla ragazza, confidando che lei se ne accorgesse. Ma l'incontro fra i loro sguardi dur appena una frazione di secondo. Troppo poco perch potesse farle un cenno d'intesa. Allora alla cacciatrice balen un'idea. Svit il tappo del latte e si volt di scatto.

Il liquido bianco invest il ragazzo, annaffiandolo dalla testa ai piedi.

"Perdonami, non mi ero accorta che la bottiglia era aperta" si scus, ma fingendo anche di trattenere un risolino.

Incredulo, lui reag proprio come lei si aspettava. Sollev istintivamente un braccio, stava per richiudere la mano in un pugno, ma all'ultimo si trattenne. Un gelo improvviso cal fra loro tre. Anche la ragazza aveva visto il gesto. In fondo, non era possibile ignorarlo.

"Va bene, non fa niente" afferm il biondo, ma le vene tese del collo dicevano che era carico. L'avvertimento era chiaro: sparisci dalla mia vista.

"Mi  gi  capitato" insistette invece lei, senza muoversi. "L'altra volta, per, erano cetriolini sottaceto."

Sentendo nominare proprio i cetrioli, la ragazza si scosse. Per non disse una parola. Tir fuori dalla tasca del cardigan un pacco di fazzoletti di carta e, con la scusa di asciugare il latte che inzuppava il fidanzato, le diede le spalle, facendole anche da schermo per permetterle di allontanarsi. 

Mentre si avviava, sent  lui che diceva: "Da' qua, faccio da solo".

La cacciatrice aveva raggiunto in parte il proprio scopo. Per il resto, si spost all'esterno del discount.

L, individu subito la macchina della coppia. Non poteva che essere la Porsche bianca che si distingueva da tutte le altre auto nel parcheggio. Si accese una sigaretta e attese che uscissero anche i due. Non ci misero molto.

Fuori, lui poteva finalmente sfogare la collera accumulata. La ragazza lo precedeva di qualche passo, tenendo lo sguardo a terra.

"Cercati un'altra marca di cereali,perch io non ci torno in questo cesso" inveiva l'uomo.

Quando le passarono davanti, la cacciatrice gett a terra il mozzicone e and verso di loro. "Ehi, scusa" richiam l'attenzione.

Il biondino si gir, sorpreso di ritrovarsela davanti. "Che c' ancora?"

Lei si frug in tasca ed estrasse una banconota da cinque euro. "Ho fatto un casino e vorrei pagarti la lavanderia."

L'altro non sapeva se mandarla a quel paese o riderle in faccia. Opt per un sorriso di scherno. "Non c' bisogno, fidati." L'ultima parola valeva come ammonimento. Il significato stavolta era: non mi provocare.

Lei, invece, fece un passo avanti, avvicinandosi pericolosamente a quella che il suo psicologo definiva "zona di guardia": il perimetro entro il quale un soggetto violento si sentiva legittimato ad attaccare. "Senti, insisto."

"perch non ti levi dai coglioni?" ringhi il ragazzo.

La fidanzata era paralizzata dalla paura. Faccia d'angelo, invece, stava per scattare.

"Guarda, mi sentivo in colpa" afferm la cacciatrice, e prov a infilargli i soldi nella tasca anteriore dei pantaloni.

Sorpreso dal gesto cos sfacciato, lui arretr ma poi avanz di nuovo e l'afferr per il collo, scaraventandola su una delle auto in sosta. "Non toccarmi, lesbica di merda!"

Mentre cercava di divincolarsi per non soffocare, la cacciatrice di mosche spost lo sguardo sulla ragazza che continuava a osservare la scena impietrita. Bene, si disse. Se vede che  capace di farlo anche a un'altra donna, magari capisce che il suo non  vero amore. E magari trova il coraggio per fare qualcosa di pi che lasciare un barattolo di sottaceti nel posto sbagliato. Magari lo denuncia.

La cacciatrice stacc una delle mani dal braccio del giovane per andare a recuperare qualcosa dalla tasca della giacca jeans. Lui non si accorse del gesto ma, poco dopo, la sua espressione mut. L'ira si spense sulla sua faccia e allent subito la presa.

Aveva riconosciuto la lama del coltello a scatto che gli premeva sui testicoli.

La cacciatrice toss, sputandogli in faccia un grumo di catarro. "Scusa, caro" disse, con la gola in fiamme.

La mosca era caduta nella tela. Adesso, per, toccava alla ragazza.

La cacciatrice si volt verso di lei. "Va tutto bene" la tranquillizz. Poi prese lo smartphone e glielo porse.

Il fidanzato le lanci uno sguardo d'odio. "La conosci?"

Lei ci pens un momento, fissando il telefono, incerta sul da farsi. "No."

"Troia, invece la conosci."

La cacciatrice intervenne per darle manforte. "Possiamo denunciarlo per aggressione." Avanti tesoro, la esortava mentalmente, prendi questo cazzo di cellulare e fai quel numero.  il momento di sbarazzarti per sempre di questo bastardo.  sufficiente che tu mi dia un motivo, anche piccolo. Basterebbe che mi chiedessi semplicemente aiuto e arriverebbero subito i rinforzi.

Ma l'altra tentennava.

"Possiamo far finire tutto questo" afferm allora la cacciatrice, venendo allo scoperto.

In quel momento, il dolce viso della ragazza si trasfigur, trasformandosi in una smorfia incattivita. "Chi cazzo sei tu, puttana? Che vuoi da noi?"

Quella prima persona plurale valeva come una sconfitta. Improvvisamente, i due si somigliavano. La cacciatrice cap all'istante che non l'avrebbe mai potuta salvare. Grave soggezione psicologica, perdurante stato di soggiogamento: c'erano molti modi per definire quello stato di cattivit . La belva addomesticata leccava la mano del domatore, si piegava al solo schioccare della frusta. La cacciatrice, delusa, si sent  in dovere di impartirle un'ultima ramanzina. "La prima volta ti d  solo un ceffone e tu lo perdoni subito, ti dici che lui non  cos, che magari ha bevuto troppo. La seconda ci metti un po' di pi a perdonarlo, ma poi dai la colpa allo stress. La terza  colpa tua, almeno  ci che ti racconti: l'hai fatto incazzare di brutto perch, quando ti ci metti, sei brava a far girare le palle agli uomini. Ma gli schiaffi nel frattempo aumentano. Presto diventano calci e pugni, e tu non sai pi come coprire gli ematomi, perch anche il fondotinta non basta pi. Ogni tanto lui piange, ti chiede scusa. Fai l'amore con lui sperando di dimenticare tutto, ma intanto preghi di non rimanere incinta. L'unica cosa che ottieni  che non riesci pi a guardarti allo specchio, per la vergogna e per i lividi. Ma sta' tranquilla, ci penser  lui a risolvere il problema quando ti afferrer  per i capelli e ti ci schianter  sopra con la faccia, mandandolo in frantumi..." Richiuse la lama del coltello nel manico. In quel momento, not un impercettibile crollo nella ragazza, che ripieg le spalle, avvilita. La implor con lo sguardo affinch  trovasse il coraggio che le era mancato fino ad allora, ma forse era davvero senza speranza.

Adesso sei di nuovo sola, pens per lei. Sola con lui.

Si volt per andarsene. Mentre si allontanava con le mascelle serrate per la rabbia, pass accanto alla Porsche e, senza che i due se ne accorgessero, con lo smartphone scatt una foto alla targa. Il telefonino inizi a vibrare nella sua mano. Qualcuno le aveva lasciato un messaggio in segreteria. Lo ascolt.

"Devi andare a Nesso" disse in modo stringato una voce femminile. "Stamattina dal lago  affiorato un braccio."





11


Il lago di Como si estendeva per centoquarantacinque chilometri, aveva una conformazione a fiordi ed era complicato spostarsi da un punto all'altro.

La cacciatrice di mosche stava raggiungendo la sponda orientale a bordo di una Clio verde vecchia di quindici anni che avrebbe avuto bisogno di una seria revisione e anche di una bella lavata. Si volt e cominci a cercare un pacchetto di sigarette fra i volantini sparsi sul sedile accanto. Li realizzava con la stampante di casa e poi li lasciava in giro, affiggendoli fuori dai supermercati o nelle sale d'attesa degli studi medici.

Un numero di telefono, i riferimenti di una pagina Instagram e di una di Facebook accompagnati dal disegno di una casa senza porte e finestre e dallo slogan La via d'uscita sei tu!

La cacciatrice era nervosa, aveva bisogno di fumare. Seguiva le indicazioni del messaggio che l'informatrice le aveva lasciato in segreteria, ma non sapeva cosa aspettarsi.

Il lago aveva rigurgitato un braccio dalle sue acque scure. Un braccio. Non riusciva a crederci.

La cacciatrice odiava il lago. E non capiva i motivi di quanti avevano scelto di trasferirsi l. Arrivavano dagli angoli pi remoti del mondo per comprare una villa a Bellagio. E Varenna, che un tempo era un borgo di pescatori, adesso era diventata il rifugio degli hipster. Da sempre, quei luoghi erano ambiti da milionari e divi del cinema, per i paesaggi e per la storia che li ammantava. Ma nessuno resisteva. Prima o poi qualcosa li scacciava dalle lussuose dimore con giardino e molo privato, che erano ancora l, addormentate con le persiane chiuse, ad aspettare che tornassero i loro abitanti.

Chi nasceva in quei posti, invece, non se ne poteva andare.

La cacciatrice ci aveva provato, traslocando in un appartamento in una citt  lontana. Ma dopo un po' il lago era venuto a cercarla, e lei aveva iniziato a sentire il suo richiamo dagli scarichi dei lavandini. Un odore penetrante accompagnato da una voce di misteriosi gorgoglii, l'invito a ricongiungersi con quel brodo ancestrale. E quando aveva provato a spiegare la cosa a un idraulico, quello l'aveva guardata come se fosse matta. Era colpa del lago che ti entrava nelle ossa, fin da bambino. Lo bevevi nel ventre di tua madre. Gli appartenevi.

Per questo poi la cacciatrice era tornata indietro.

Da cinque anni si dedicava alla missione di trovare le donne in difficolt  prima che fosse troppo tardi perch si era accorta che, altrimenti, non ci avrebbe pensato nessuno. Offriva loro una scappatoia da relazioni malate, legami morbosi, matrimoni incancreniti. A volte ci riusciva e, a volte, andava male. Non era mai indulgente con le vittime. Se pure disprezzava quelli che sostenevano che una moglie o una compagna maltrattata "in fondo se l'era andata a cercare", era anche convinta che molte di loro non fossero esenti da colpe. Come la ragazza del discount che, dopo aver chiesto aiuto, si era tirata indietro per un puro calcolo di convenienza: non si trattava solo di rinunciare al lusso che le offriva il biondino con la Porsche bianca, bens di dover riprogettare totalmente la propria esistenza. E tutto questo al buio, senza certezze.

La cacciatrice si ripeteva che le percosse non rendono le persone docili, ma pigre.

Molto spesso, la paura di affrontare il cambiamento era pi forte di quella delle botte: tante donne aspettavano assurdamente che fosse l'aguzzino a diventare buono, senza pensare al rischio che ci potesse non accadere mai.

Ecco perch, quando la sua informatrice la chiamava per farle una soffiata, pensava subito che un'altra donna non avesse scorto in se stessa "una via d'uscita", oppure non fosse stata capace di immaginare la propria morte.

Verso le quattro del pomeriggio, giunse a Nesso, un piccolo agglomerato di case abbarbicate sul monte. Il paese era spaccato a met  da una profonda ferita di roccia. Era l'orrido, la gola scavata da due fiumi che si univano in una cascata per poi gettarsi nel lago dopo un salto di duecento metri.

La cacciatrice parcheggi la Clio vicino al belvedere e cominci a scendere i trecentoquaranta gradini che portavano all'antico ponte della Civera, di origine romana. A parte lei, non c'era nessun altro in giro. Passando sotto i portici delle case a strapiombo, poteva sentire il suono brillante delle cascatelle. Poi cominci a udire anche delle voci, provenienti dal pontile sottostante.

Quando da quelle parti accadeva un fatto di sangue, si davano convegno sempre gli stessi personaggi.

Accanto a un gommone dei carabinieri, c'era un anziano cronista locale. Di solito, puzzava di sigaro cattivo e di sudore. "Non ci faccio niente con questa roba" stava protestando con la sua tipica voce arrochita.

"E io non ci perder certo il sonno" ribatteva il medico legale. Era Silvi, un tipo allampanato sulla sessantina. "Il dottore dei morti" come lo chiamava cinicamente qualcuno, rimarcando il fatto che il suo intervento avveniva sempre quando ormai non c'era pi bisogno di alcuna cura.

"Devo portargli almeno cinquemila battute per poter ottenere quarantacinque euro di gettone, con questo ci faccio a malapena un trafiletto" si lament il giornalista.

"Non  un problema mio" ribad il patologo, mentre assisteva i sommozzatori dell'Arma che si toglievano le bombole dopo l'immersione.

Uno era un giovane tenente, che proiett lo sguardo oltre il cronista e vide la cacciatrice. "Chi l'ha avvertita?" domand, indispettito.

L'ospite inattesa agit la mano in segno di saluto e procedette con passo sicuro verso di loro.

"La paladina delle femministe" la irrise il giornalista. "Mi sembrava che mancasse qualcuno..."

Il sole pomeridiano si era ritirato sulla sponda opposta, lasciando che gravasse su di loro l'ombra della montagna. Faceva freddo, ma la temperatura non c'entrava niente. Era il gelo che si provava solo sulle scene del crimine, perfino d'estate.

"Cosa avete ripescato?" domand subito la cacciatrice, incurante delle loro critiche.

"Non c' nulla per te, puoi pure andartene" la rimbrott il medico legale.

"Ho sentito parlare di un braccio." Raggiunta la fine del molo, indic la piccola cassa d'acciaio in cui i necrofori dovevano aver riposto i resti. " una donna?"

Silvi lev gli occhi al cielo. "Ovviamente non ho ancora l'esito della PCR, ma possiamo presumere che la vittima sia di sesso femminile" rispose, saccente e seccato.

"Il resto del corpo?"

Il patologo alz le spalle. "Chi lo sa..."

Nessuno aggiunse altro.

Era stupita, sembravano quasi indifferenti all'accaduto. "Diffonderete un'allerta?" li incalz.

"Per cosa?" domand, stupito, il tenente.

"Per avvertire che c' uno che va in giro a fare a pezzi le donne."

Risero.

In effetti, si rese conto di aver esagerato un tantino traendo quella conclusione. Ma solo perch l'esasperava non essere presa in considerazione.

"Veramente, sappiamo gi  chi  stato" s'intromise il giornalista.

Lei lo guard, cercando di capire se fosse serio. "Chi?"

"Il lago" rispose per lui il dottore dei morti, poi Silvi torn a rivolgersi al cronista. "Spiegale perch non sei interessato pi di tanto a questa storia..."

"perch ogni due o tre anni, il lago ci regala un piede, una gamba" afferm l'altro. "Una volta pure una bella testa."

"Non ci credo" disse la cacciatrice, colpita.

Il patologo sembrava divertito e incoraggi il giornalista a proseguire. "Raccontale del turista tedesco..."

"Ah, s... Il lago l'ha risputato un pezzo alla volta: prima un orecchio, poi una mano, infine il tronco."

"L'abbiamo rimesso insieme come un puzzle, comunque alla vedova  stato restituito quasi integro" assicur Silvi.

Risero di nuovo. Si sentivano in diritto di scherzarci su perch quel braccio era solo un oggetto per loro, pens la cacciatrice. Senza un volto, senza un nome, non c'era empatia per la vittima.

"Sono i cadaveri di quelli che vengono a suicidarsi in queste acque" intervenne il tenente, serio, per mettere fine a quello scambio inappropriato. "Si lasciano cadere da grandi altezze, urtano contro le pareti di roccia e poi le correnti subacquee fanno il resto: mandano a sbattere i corpi contro le pietre o li trascinano per giorni sul fondale."

"Come fate a essere sicuri che la padrona del braccio si sia ammazzata?"

"Non ne siamo sicuri" ammise il carabiniere. "Ma  l'ipotesi pi probabile."

"Vuol dire che non andrete gi a cercare il resto di quella poveretta?"

Il carabiniere si volt verso la distesa apparentemente tranquilla alle sue spalle. "L'abbiamo fatto finora, ma qui c' una fossa di circa quattrocento metri... E non  facile scendere l  sotto,  troppo buio e il fondo  renoso: appena ti muovi la sabbia ti avvolge, non vedi pi nulla e rischi di perdere l'orientamento."

La cacciatrice di mosche emise un sospiro rassegnato, poi fiss nuovamente la cassa. "Posso vederla un momento?"

Il giornalista scosse il capo, disgustato. "A questo punto, io me ne vado."

Il tenente si rivolse al patologo, annuendo. Silvi mise il feretro d'acciaio sul molo, sganci i fermi e sollev il coperchio.

La cacciatrice fece un passo avanti. Avrebbe voluto risparmiarsi lo spettacolo ma quella sconosciuta meritava almeno uno sguardo che non fosse di ribrezzo, qualcuno che si ricordasse che era stata un essere umano.

"Caucasica, et  approssimativa fra i sessanta e i sessantacinque anni: dallo stato di conservazione dei tessuti e dalle lacerazioni tipiche possiamo presumere che sia rimasta in acqua per due o tre giorni" descrisse il medico legale, servendosi del gergo tecnico. "Il depezzamento  avvenuto all'altezza della spalla destra: la natura della lesione non fa pensare che sia stato usato uno strumento da taglio."

Nessuno l'ha fatta a pezzi, pens la cacciatrice, semplificando. Altrimenti nervi, vene e arterie, nonch la pelle intorno alla testa dell'omero, sarebbero risultati recisi in modo regolare invece che strappati. Anche se ci non escludeva a priori l'omicidio.

"Causa del decesso: un'irresistibile forza sconosciuta."

L'ultima frase era un'espressione convenzionale e di solito chiudeva le relazioni dei patologi quando non si poteva dare una spiegazione alla morte, specie se era avvenuta in modo brutale o violento. La si poteva trovare in calce ai rapporti di polizia o nelle sentenze senza colpevoli. Spesso era associata ai casi in cui, per via del cattivo stato di conservazione dei resti, non era possibile risalire all'identit  del cadavere.

Ecco perch, in mancanza di un nome, la cacciatrice si mise a cercare sul braccio un dettaglio che le raccontasse qualcosa della persona a cui era appartenuto. Un segno particolare che rivelasse che quella donna aveva avuto una vita, una casa, degli affetti. Ma l'unica traccia di un passato su quell'arto pallido e flaccido, straziato dalla permanenza in acqua, erano le unghie della mano smaltate di rosso.

Not che una era spezzata.





12.


Una grande villa grigia adagiata sulla sponda del lago, a Cernobbio. Da lontano somigliava a una scatola antica, riccamente decorata. Alte vetrate affacciavano su un giardino con le siepi che sembravano intagliate per formare geometrie perfette. Cipressi e cespugli di rose. Sedili di pietra e fontane.

L'uomo che puliva osservava la casa da un'altura poco distante, provando a immaginare come potesse essere vivere l. Per quanto si sforzasse, per, non ci riusciva. La distinzione fra il suo mondo e quello era cos netta che fino ad allora non si era mai posto una simile domanda. Ma si rese anche conto che per avere una risposta non sarebbe bastato varcare il confine, bisognava proprio nascere dall'altra parte. Nel suo modo semplice di vedere le cose, era convinto che i ricchi fossero sempre felici. Improvvisamente, per, ci che era accaduto due giorni prima gli aveva fatto cambiare idea.

" scivolata nel lago mentre faceva una foto col cellulare" aveva dichiarato il padre della ragazzina col ciuffo viola ai cronisti fuori dall'ospedale. "Probabilmente si stava scattando un selfie." Ma il numero di telefono scritto a penna sul polpaccio della figlia raccontava un'altra storia.

L'uomo che puliva non sapeva cosa ci facesse davanti a quella casa. Ma qualcosa, un impulso mai provato prima e a cui non sapeva nemmeno dare un nome, lo spingeva a scoprire quale fosse il segreto della ragazza che aveva salvato. Per questo aveva indossato la solita divisa verde, anche se quella mattina aveva chiamato al lavoro per prendere un giorno di permesso.

Conosceva un unico modo per trovare la verit  ed era scavare nei rifiuti della gente.

Le persone sono deboli, si diceva. Commettono peccati di cui spesso si vergognano. E, proprio per questo, tendono a nascondere chi sono realmente. Ma spesso le persone ignoravano un particolare: le cose che buttavano via con tanta leggerezza mentre costruivano la loro menzogna, gli scarti della loro finzione, potevano rivelare chi fossero davvero.

I ricchi erano particolarmente bravi a occultare la propria spazzatura, altrimenti la puzza avrebbe ammorbato lo splendore che li circondava. I proprietari della villa sul lago avevano un autonomo sistema di compostaggio dell'organico. Per il resto c'era un deposito interno, situato in un'apposita casupola, ben distante. Nei giorni prefissati, la servit lasciava un bidone fuori da un cancello laterale. L'uomo che puliva stava studiando il modo d'impossessarsi del contenuto del cassonetto, evitando di incrociare gli occhi delle telecamere di sicurezza. Non sarebbe stato semplice. Forse era meglio lasciar perdere. Ma c'era un pensiero che lo tratteneva dal farlo.

La ragazza aveva cercato di farsi del male, ne era sicuro. Non  caduta in acqua per sbaglio, si ripet. Si  buttata.

Scrivendosi addosso il numero di cellulare del padre, aveva espresso la volont  che fosse il genitore a saperlo per primo dopo che avessero ripescato il suo cadavere. Per questo, il tentativo di far passare l'accaduto per un incidente lo faceva infuriare. I ricchi si servivano di alte mura di cinta ma non con l'intento di rinchiudersi, bens per non essere costretti a guardare come viveva la gente che non era come loro. E assumevano persone di servizio che ripulissero i loro escrementi. Perci quella bugia era solo un altro modo per nascondere qualcosa che non gli piaceva.

L'uomo che puliva stava per tornare al suo misero appartamento quando vide giungere un'ambulanza a sirene spente, seguita da una Mercedes nera coi vetri oscurati. Il cancello in ferro battuto si apr automaticamente e il piccolo corteo s'immise nel viale di ghiaia bianchissima che, serpeggiando nel prato verde brillante, conduceva all'entrata della villa.

Dal retro dell'auto scesero un uomo con blazer e maglioncino e una donna con l'impermeabile, una grande borsa e occhiali scuri. I genitori della ragazza col ciuffo viola furono accolti da uno stuolo di domestici schierati all'ingresso, che subito si adoperarono per portare dentro i bagagli e sistemare uno scivolo d'acciaio sulla scalinata.

Poco dopo, gli infermieri aprirono gli sportelli posteriori dell'ambulanza, estraendo una sedia a rotelle con la ragazzina.

L'uomo che puliva era troppo distante per comprendere le sue reali condizioni, ma gli sembr che, a parte la gamba col tutore, stesse abbastanza bene.

La madre assisteva immobile, con le braccia strette intorno al grembo. Il padre, invece, dava l'impressione di avere tutto sotto controllo: impartiva disposizioni al personale affinch  la carrozzina fosse introdotta in casa in sicurezza, attraverso la passerella.

Mentre guardava la scena, l'uomo che puliva ripens anche a cosa stava facendo lui poco prima di notare la ragazza in mezzo al lago. La giornata perfetta. La brezza del bosco. Il panorama delle Alpi. La temperatura tiepida, ma stava sudando: per tergersi il collo e la fronte, aveva estratto dalla tasca il fazzoletto. Lo stesso che avrebbe messo in bocca all'adolescente mentre aveva le convulsioni. Allora ricord l'esile corpicino che si dibatteva ma anche il rantolo cupo che le usciva dalle labbra mentre lui si sforzava di riportare l'aria nei suoi deboli polmoni. Lo sguardo fisso con cui l'aveva trafitto appena era tornata indietro dal buio della morte.

Il prima e il dopo. Due momenti distanti e vicinissimi. Da allora era cambiato tutto. E, anche se era consapevole di dover accettare il nuovo stato delle cose, l'uomo che puliva non sapeva ancora il motivo.

perch si trovava l? Quello non era il suo posto.

La sedia a rotelle varc la soglia della villa e, mentre le porte si richiudevano, not il padre della ragazza col ciuffo viola che si attardava all'esterno: si ferm, rimase immobile per qualche secondo, poi si volt di scatto verso il lago e il giardino. Quell'uomo, ricco e potente, fece spaziare la vista intorno a s, come se cercasse qualcosa o qualcuno oltre il confine fra il suo mondo e quell'altro, dove non aveva mai guardato.

Forse la conferma a un presentimento. Forse la risposta a una telefonata muta ricevuta all'alba.





13


"Un'irresistibile forza sconosciuta."

La formula con cui si liquidava ogni morte inspiegabile e violenta continuava a tormentarla mentre guidava per tornare a casa. Invece, per la cacciatrice di mosche ogni cosa doveva avere una collocazione, un senso logico. Come se l'universo fosse un posto governato da precise leggi e non dal caos.

"Il depezzamento  avvenuto all'altezza della spalla destra" aveva detto il dottor Silvi, riferendosi al braccio riemerso dall'acqua. "La natura della lesione non fa pensare che sia stato usato uno strumento da taglio."

Da qualche parte, in fondo al lago, giacevano i resti di una donna senza nome. Gli unici dettagli noti sul suo conto erano che aveva fra i sessanta e i sessantacinque anni, e che uno degli ultimi atti della sua vita era stato mettersi lo smalto rosso. La cacciatrice fissava la strada oltre il parabrezza della Clio ma continuava a rivedere la scena. Il pennellino che scorre soffice sulle unghie, l'odore della vernice, il soffio leggero del fiato sulle dita per farle asciugare.

Un'irresistibile forza sconosciuta.

Era una dichiarazione di impotenza. Equivaleva a una resa. E lei la detestava. Come non riusciva a sopportare la parola che definiva l'omicidio di una donna per mano di un uomo. Non riusciva nemmeno a pronunciarla perch invece dell'assassino marchiava la vittima, cancellando automaticamente dalla memoria di tutti la sua identit , spedendola dritta nell'oblio delle "femmine morte ammazzate", una categoria di sventurate legate per l'eternit  al ricordo del maschio che le aveva uccise.

Parcheggi nel vialetto e spense il motore, che continu a ticchettare in sottofondo, ma lei non si decideva a uscire dall'auto. Una non si mette lo smalto per andarsi a suicidare, pens. Ma forse si era agghindata a festa proprio per questo, si disse. Sua nonna fino all'ultimo chiedeva che le portassero il rossetto quando veniva il medico a visitarla. Forse anche la donna del lago si era fatta bella per l'appuntamento galante con la morte. O per non sfigurare quando qualcuno avesse ritrovato il suo cadavere.

Scese dall'auto e imbocc subito la scala di cemento che conduceva al piano interrato della villetta in cui abitava.

Rientrando a casa al termine di una lunga giornata, la cacciatrice era sfinita. Lasci cadere la borsa ai propri piedi e allung una mano sulla parete per cercare l'interruttore. Accese l'abat-jour all'altro capo della stanza, su cui aveva deposto un vecchio foulard.

Immersa in quell'atmosfera ambrata, attravers l'ambiente per dirigersi al piccolo camino in mezzo ai divani. Aveva freddo e, prima di sfilarsi la giacca, lo riemp coi legnetti che erano accatastati in una cesta e accese il fuoco. Le fiamme iniziarono a saltellare e a emanare un alito caldo.

La cacciatrice si guard intorno. La casa era un disastro. Carte e polvere dappertutto. La scrivania nell'angolo era ormai solo un deposito di roba, il pc e la stampante erano circondati da cianfrusaglie che aveva accumulato chiss  come. Su cucina e bagno era meglio sorvolare. Pi che l'abitazione di un essere umano, somigliava alla cuccia di un animale.

La villetta su due livelli in cui viveva era l'unica eredit  dei genitori. Ma lei aveva deciso di occupare solo la parte inferiore, che un tempo era una specie di tavernetta dove i suoi ricevevano gli amici nelle domeniche d'inverno per trascorrere il pomeriggio giocando a burraco. L si nascondeva da piccola, per evitare i rimproveri dopo aver combinato un guaio. Ed era sempre l che aveva perso la verginit con un compagno del liceo, in una notte ubriaca d'estate. Adesso aveva scelto quella tana sotterranea per risparmiare sul riscaldamento, almeno era la scusa che raccontava a se stessa. Al piano di sopra c'erano ancora troppi fantasmi.

Non ci metteva piede da cinque anni.

Aveva la sensazione che almeno l  sotto gli spettri l'avrebbero lasciata in pace. Dormiva su una branda addossata al muro, sotto una finestrella che affacciava nel giardino e da cui poteva vedere anche la strada.

Il posto era abbastanza isolato, ma lei non aveva paura di stare l.

Quando si fu riscaldata a sufficienza, accese il pc per controllare se sulle pagine dei suoi social fossero arrivati messaggi di donne in cerca d'aiuto. Era concentrata quando squill il cellulare. Osserv il display su cui appariva la dicitura "Numero Sconosciuto". Rispose, anche se immaginava gi  chi potesse essere.

"Telefonata a carico del destinatario. Autorizzazione numero 200607" ripet la voce femminile registrata. "Se accetta la chiamata, digiti 9."

Riattacc prima che la mettessero in comunicazione. Era trascorso un anno dall'ultima volta, ma il tempo era volato.

Istintivamente, lo sguardo si sollev al soffitto. Al piano di sopra.

Decise di scordarsi del telefono ma, prima di mettersi davanti allo schermo del pc, and in cucina per cercare qualcosa da mangiare. Non toccava cibo da ore ed era affamata. Aprendo i pensili si accorse che aveva esaurito le scorte, e ci era abbastanza paradossale visto che nell'ultima settimana aveva piantonato incessantemente un discount. Avrebbe dovuto fare la spesa, ma se n'era scordata. L'unica provvista rimasta nella dispensa era una minestrina liofilizzata da accompagnare con qualche cracker. La vers in un pentolino con un po' d'acqua, poi la mise a riscaldare sul gas. Le sembr di udire dei passi sulle scale esterne. Si blocc, voltandosi verso l'ingresso.

Nessuno voleva venire l.

Dopo qualche secondo, bussarono. La cacciatrice di mosche si mise all'erta. Poi and ad aprire, cercando di scorgere il visitatore attraverso i vetri smerigliati della porta.

"Scusami, non volevo disturbarti" disse la donna sulla soglia. "Posso entrare un momento?"

"Certo" rispose la cacciatrice, scostandosi per lasciarla passare. E intanto si ripeteva Nessuno vuole venire qui.

Pamela era in tuta, segno che era appena uscita dalla palestra. Odorava di bagnoschiuma e di shampoo alla cannella. L'amica non passava mai a trovarla a casa. Non poteva biasimarla. Ma se aveva superato la comprensibile ritrosia, era accaduto qualcosa. Pamela si guard intorno. La cacciatrice ebbe l'impressione che fosse attraversata da un brivido di inquietudine. Ma entrambe fecero finta di nulla.

"Questo posto  un casino" disse Pamela, per sdrammatizzare.

"Per questo non ti invito mai" replic lei. "E comunque il mio psicologo dice che l'ordine  solo una mistificazione."

L'amica non colse la battuta o forse non voleva contrariarla. Rimaneva impalata e con le mani appoggiate sui fianchi. La cacciatrice colse il suo nervosismo ma decise di non indagare sul motivo che l'aveva condotta l. Preferiva che fosse lei ad aprirsi, nel caso in cui ne avesse avvertito il bisogno.

"Ti offrirei una birra, ma il frigo  vuoto."

"Nessun problema, tanto me ne vado subito." Pamela si sfil la giacca, rimanendo con una T-shirt elasticizzata che metteva in risalto gli addominali scolpiti dopo ore di allenamento.

Nella stessa parte del corpo, invece, la cacciatrice aveva il suo "culo di riserva". cos definiva l'ammasso di ciccia sul ventre con l'ombelico al centro.

"Allora, com' andata con la storia del braccio nel lago?" domand l'amica.

La cacciatrice fece spallucce, avvicinandosi al camino per gettarci dentro un grosso ciocco. "Una donna oltre la sessantina. L'arto era in acqua pi o meno da venerd. Il tenente e il medico legale propendono per un suicidio, ma solo per l'esperienza che gli deriva da casi simili."

"Avevo immaginato che sarebbe andata cos..."

Pamela era l'informatrice che le passava le soffiate sui crimini violenti che riguardavano le donne. A trentuno anni era gi  maresciallo dei carabinieri. Nonostante le separasse una discreta differenza d'et , erano molto legate.

"Il tenente ha escluso la ricerca di altri resti nel lago, perci a questo punto la speranza  che riaffiori qualcosa che permetta di risalire all'identit  della poveretta" afferm la cacciatrice.

"Magari fra qualche giorno un parente ne denuncer  la scomparsa" cerc di rincuorarla l'altra che, conoscendola, immaginava cosa la angustiasse. "Comparando il DNA, avremo anche un nome."

"Per questo non fugher  i dubbi sul fatto che possa essere stata vittima della mano di qualcuno..."

Pamela scosse il capo. "Al solito, non riesci a immaginare che possa esistere una risposta pi semplice, devi sempre scervellarti sullo scenario pi inquietante."

La cacciatrice si avvicin a una mensola e lev la testa a un gallo di paglia dentro cui sapeva che avrebbe trovato tabacco e cartine per prepararsi da fumare. "Devi farmi un favore" disse con prudenza, aspettando la reazione dell'amica.

"Sentiamo: di che si tratta?"

Si frug in tasca e recuper lo smartphone, lo lanci all'amica che lo afferr al volo. "Le ultime foto che ho scattato."

Pamela and in cerca delle immagini. "Questa s che  una macchina da rimorchio" esclam quando s'imbatt nella Porsche bianca del biondino del discount.

"Dovresti procurarmi qualche informazione sul proprietario" disse lei, leccando il bordo della sigaretta artigianale. "Chi , cosa fa, se ha dei precedenti, soprattutto per maltrattamenti. La fidanzata ha chiesto aiuto ma poi si  tirata indietro." La cacciatrice era convinta che la ragazza presto se ne sarebbe pentita.

"Aveva segni di percosse?"

"Non evidenti."

Pamela allarg le braccia, come a dire che un'intuizione non era sufficiente a comprovare un'accusa.

"L'aguzzino peggiore non  quello che ti picchia ogni giorno, ma quello che il giorno dopo ti porta sempre i fiori" le ramment l'altra.

"D'accordo, giramele per email" acconsent  l'amica, restituendole il telefono. "Ora me ne torno a casa." Ma era evidente che non ne avesse voglia.

Senza commentare, la cacciatrice le porse la sigaretta. Pamela l'accett e fece un tiro, espellendo una nuvola di fumo grigio ma non il peso che si portava dentro.

"Comunque, secondo me il tenente e il dottor Silvi hanno ragione sulla sessantenne del lago" disse invece Pamela, tornando all'argomento del braccio. "Si tratta quasi sicuramente di un suicidio, forse  meglio lasciarla riposare in pace."

"Non vuoi sapere perch l'ha fatto?" la incalz lei.

"Cazzi suoi. In fondo, era ci che voleva: essere dimenticata."

"Che ne sai del dramma che c' dietro?"

"E credi che scoprirlo ti far  sentire meglio?"

All'inizio la cacciatrice aveva pensato che tanto cinismo dipendesse dall'umore di Pamela, ma adesso il discorso si era spostato su di lei. "Niente pu pi farmi sentire meglio" puntualizz.

"Non volevo dire questo" si affrett a precisare l'amica quando si rese conto di aver inavvertitamente superato un limite, entrando in un territorio delicato.

La cacciatrice non poteva negare che ci che faceva per le altre donne era un modo per compensare gli errori della sua vita precedente. Per, in fondo, l'amica era solo preoccupata che si facesse coinvolgere troppo. "Non fa niente" afferm allora, riprendendosi la sigaretta.

Pamela adesso si sentiva a disagio. "Lo stesso giorno in cui quella donna  finita nel lago, c' caduta dentro anche una ragazzina di tredici anni" disse, per giustificarsi. "Ma l'hanno salvata" aggiunse subito. "Pensa se invece avessimo recuperato lei a pezzi."

In effetti, sarebbe stato peggio. "Chi ?" chiese distrattamente la cacciatrice, ma solo perch aveva voglia di spostare l'attenzione dal suo passato.

"La figlia dei Rottinger."

Non sapeva chi fossero. "Dovrei conoscerli?"

"Gente che pu guardare alla vita con tre zeri in meno..."

"La ragazzina si  buttata?"

"Era ubriaca quando  successo."

"Ubriaca?"

"All'ospedale hanno rilevato un elevato tasso alcolemico nel sangue. La famiglia parla solo di incidente: sarebbe caduta scattandosi un selfie. A riprova, c' una caviglia rotta. Anche se non  proprio la verit , l'ingegner Rottinger  abbastanza potente da far accettare a tutti questa versione."

"Come si  salvata?"

"Alcuni testimoni hanno visto un uomo: l'ha tirata a riva rischiando di annegare anche lui, ma poi  scomparso."

Una storia curiosa. "Scomparso?" Era incredula.

"Vedrai che si far  avanti appena scoprir  che la gratitudine dei Rottinger si pu monetizzare."

La cacciatrice sper che non lo facesse. Era sinceramente ammirata da quell'anonimo eroe, erano cos rari. "La ragazzina adesso sta bene?"

"L'hanno tenuta in osservazione in terapia intensiva, ma solo per il suo cognome... A parte la caviglia, che ha richiesto un piccolo intervento chirurgico, se l' cavata con una spalla lussata e qualche escoriazione" prosegu Pamela. "Ah, c' un'altra cosa: aveva un corpo estraneo in bocca." L'amica stava per dirlo, ma poi aggiunse: "Non ci crederai..."

"Cosa?" fu costretta a domandare la cacciatrice.

"Un'unghia con lo smalto rosso."





16 aprile

Da un po' di giorni, Vera  molto triste.

La mattina non vuole alzarsi dal letto e, a volte, dorme fino a sera. Se invece si alza, si mette sul divano davanti alla tele e rimane l fino all'alba. Fissa lo schermo ma senza guardare niente. Il bambino lo vede dai suoi occhi vuoti. Il bambino sa anche che dovrebbe andare al lavoro e che, se non ci va, la manderanno via. Martina ha fatto tanto per trovarle quel posto di sciampista, e Vera sembrava anche felice all'inizio.

Adesso cosa accadr ?

Vera  stata cos triste anche altre volte. Di solito  uno dei suoi mosconi a ridurla in quello stato. Quando succede,  veramente brutto. Il bambino se ne accorge perch, qualche tempo prima di rintanarsi, la madre inizia a sbagliare le cose. Tipo, fa cadere la cenere della sigaretta nel caff e poi lo beve come se niente fosse, esce sul balcone senza le mutandine o rimane per ore impalata nel corridoio di casa perch ha scordato cosa deve fare.

Il bambino sa bene che se Vera non torna al negozio di parrucchiera non le daranno i soldi per fare la spesa. Quelli nel borsellino sono finiti. Nello sgabuzzino dove tengono le provviste non c' rimasto niente. A Vera sembra non importare. Lui, invece, ogni sera va a letto coi crampi allo stomaco.

La cosa peggiore  che, quando  triste, sua madre non gli parla. E se le domanda qualcosa, lei non risponde.  come se fosse andata in un altro posto, in un'altra casa e avesse lasciato l  solo il corpo.

Quanto tempo  passato da quando ha mangiato l'ultima volta? Il bambino ha fatto il conto sul calendario in cucina. Sono sette giorni che non tocca cibo.

Martina gli ha promesso di passare ogni settimana, ma  da un po' che non si vede. Dov'? perch non viene?

Anche il bambino adesso ha sempre sonno. Beve un po' d'acqua del rubinetto e poi va a stendersi accanto a Vera. Fino a qualche giorno fa, la supplicava di dargli qualcosa. Adesso non piange pi, ha capito che  inutile. Si accuccia accanto a lei, e ascolta il suo respiro finch  non si addormenta.

Le altre volte, Vera a un certo punto si alzava dal letto, andava a lavarsi e, lentamente, riprendevano la vita di prima. Ma stavolta non sta accadendo. Il bambino ha paura che stavolta non  come le altre. Ha paura che presto si addormenteranno e non si risveglieranno mai pi. Sta diventando sempre pi debole.

Una luce intensa sulle palpebre chiuse. Non ce la fa ad aprirle, il bagliore  troppo forte. Solleva la testa dal cuscino: le tapparelle sono state tirate su. La luce del giorno entra nella stanza come uno schiaffo.

Qualcuno sta canticchiando una canzone senza parole.

Il bambino si stropiccia gli occhi.  stanco, ma non vuole rimettersi a dormire. Vuole capire cosa sta succedendo. La voce di Vera che canta proviene dal bagno. Sembra di buonumore. Gli tremano le ginocchia, allora il bambino cammina appoggiandosi al muro. Si avvicina alla soglia. La vede. Sua madre  davanti allo specchio.  nuda. Si sta pettinando i lunghi capelli biondi. La testa inclinata da un lato, che dondola verso il basso a ogni colpo di spazzola, come uno yo-yo. Ha messo anche il rossetto. Smette di cantare, l'ha notato e ora gli sorride attraverso lo specchio. Un sorriso luminoso, di quelli che il bambino ha visto di rado. Poi Vera ricomincia.

"... Sei chiara come un'alba, sei fresca come l'aria..."

Lui conosce quella canzone. Sua madre la canta solo quando  felice.  un buon segno, significa che la tristezza  sparita. Ma mentre canta, le labbra di Vera sono immobili. Che strano. Infatti la sua voce viene da un'altra stanza. Il bambino si volta per controllare. Vera non  pi davanti allo specchio del bagno, ora  in cucina. La vede passare davanti alla soglia con indosso un vestito rosso. Com' possibile? Anche se non sta bene, anche se gira tutto e non ce la fa a stare in piedi, il bambino va da lei.

"Ti prego, ho fame..." prova a dirle, ma non  sicuro che sia vero perch gli viene anche da vomitare.

Vera si ferma, gli sorride di nuovo, senza nemmeno una parola. S'immerge in una nuvola di profumo e allora il bambino capisce che la madre sta uscendo. Infatti si dirige scalza verso l'ingresso. Lui prova a seguirla ma non  facile starle appresso.

"Dove vai?"

Nessuna risposta. Vera arriva vicino alla porta e s'infila le scarpe col tacco altissimo.

"Non voglio stare solo" cerca di protestare. "Ti scongiuro, non mi lasciare qui da solo..."

Ma Vera non sta andando da nessuna parte. Tace. Solo adesso il bambino capisce che si  fatta bella per qualcuno.

S ma per chi?

Poi Vera solleva gli occhi verso un punto davanti a s, ed  come se gli stesse indicando qualcosa. Il bambino segue la linea del suo sguardo.

La porta dello sgabuzzino delle provviste  verde. Non era cos prima, qualcuno l'ha colorata. Da l dietro proviene uno strano rumore. Adesso lo sente. Come una specie di squittio, accompagnato da piccole unghiette che grattano il legno.

Qualunque cosa sia, vuole uscire da l.

"Coraggio" lo esorta sua madre. "Ti sta aspettando..."

Ora ne ha la conferma. C' qualcuno in casa. C' qualcun altro l con loro. Un ospite. Un fischio melodico, due note prolungate, di una dolcezza fastidiosa. Un richiamo.

Il bambino muove passi incerti verso la porta verde. Giunto a met  strada, si volta di nuovo verso Vera ma lei non c' pi.  sparita. Senza fermarsi, arriva davanti alla maniglia, allunga un braccio ma non ha la forza per abbassarla. La vista  annebbiata. Poi ci riesce. La tira a s. L'uscio si apre. Succede una cosa stranissima. La luce del giorno non invade la stanza, ma indietreggia come un gatto spaventato. Nel buio, la brace di una sigaretta. Si accende e si spegne, a intermittenza.

"Come stai, ragazzo?" domanda una voce familiare. "Quando fischio devi correre, lo sai."

Nell'ombra riconosce i contorni di una figura. Non riesce a crederci. Micky  tornato. E adesso  l, in piedi fra gli scaffali vuoti.

"Stavolta non dirai niente a nessuno, vero?"

Il bambino scuote il capo.

"Vedo che i capelli non ti sono pi ricresciuti..."

Martina aveva promesso di s, ma non  successo.

"Meglio" afferma Micky. "cos si vedono bene le cerniere lampo." Ride.

Martina gli aveva anche assicurato che Micky non sarebbe riapparso, invece eccolo.

"Vieni avanti, testa pelata, e chiudi di nuovo."

Il bambino avanza, timoroso, e fa come dice. Dopo che ha richiuso la porta verde dietro di s, si accorge che Micky nasconde la mano sinistra dietro la schiena.

"Mi dicono che hai fame..."

Il bambino non sa cosa rispondere, poi annuisce.

Micky schiocca ritmicamente la lingua fra i denti. Il suono di quando  contrariato. "Non va bene, non va bene per niente... Tua madre fa tanti sacrifici per te e tu come la ripaghi?" Si risponde da solo. "Mettendoti a frignare."

"Non lo far pi" promette il bambino. "Non chieder mai pi da mangiare."

Micky soppesa le sue parole in silenzio. "So che sei sincero, ma far anche in modo che non te ne scordi pi."

Piccole lacrime calde precipitano sui piedini scalzi del bambino.

"Tu lo capisci:  necessario,  il mio dovere" si giustifica Micky, con un tono accorato. "Altrimenti come faccio a darti un'educazione?"

"No..." prova a opporsi con un filo di voce. "Ti prego, no..."

"Quanto cibo hai ingoiato in questi anni per diventare cos grasso? E accusi pure tua madre di non dartene a sufficienza?" lo rimprovera l'altro. E poi aggiunge: " per il tuo bene, ciccione".

Il bambino prova a trattenersi, ma singhiozza.

"Avanti, facciamola finita." Micky  spazientito. E finalmente gli mostra la mano nascosta dietro la schiena.

Stringe un oggetto che luccica nell'oscurit .

Il bambino vorrebbe scappare, ma sa che  inutile.

Micky s'infila la sigaretta fra i denti. "Vieni qui e apri bene la bocca..."





14


Ammirando l'incendio dell'alba che si spandeva nel lago, l'uomo che puliva pensava a Micky.

Qualcosa lo angustiava.

Per adesso, il suo coinquilino se ne stava tranquillo dietro la porta verde, in silenzio. Ma era soltanto questione di tempo. Presto si sarebbe fatto risentire.

Intanto, per, l'uomo che puliva aveva ripreso servizio. Non era consigliabile modificare troppo le proprie abitudini. Perci, dopo aver indossato nuovamente la divisa dell'azienda municipalizzata, si era rimesso al lavoro.

Era tornato dove era accaduto l'evento che aveva deviato i suoi piani: il luogo in cui aveva salvato la ragazzina col ciuffo viola, perso la reliquia e disobbedito a Micky.

L'uomo che puliva era consapevole del fatto che queste cose erano irreversibili. 

Come aveva previsto quando era stato alla spiaggetta il venerd  precedente, lo stretto tratto di costa era stato preso d'assalto dalle famiglie in gita nel fine settimana. A testimonianza del loro passaggio, gli appositi cestini in legno erano colmi di rifiuti di ogni genere e dei resti dei loro picnic. Estrasse i sacchetti, li richiuse con una fascetta di plastica. Prima di caricarli sul camioncino, li sostitu con quelli nuovi.

Mentre compiva le operazioni, scrutava intorno a s.

Aveva ripreso le normali attivit  proprio per avere un pretesto per tornare l senza dare nell'occhio. Voleva studiare la scena in modo da capire cosa fosse avvenuto prima che lui notasse qualcuno che annaspava nel lago, scambiandolo inizialmente per un bambino. Era importante ricostruire i momenti che avevano preceduto il fatto.

C'era una domanda a cui cercava una risposta. Cio, da che punto si fosse buttata la ragazzina col ciuffo viola.

Fece spaziare lo sguardo. Ripens alla direzione della corrente che la trascinava lungo il canale fra la riva e l'isola Comacina e la ripercorse a ritroso con lo sguardo. Interruppe ci che stava facendo.

A circa cento metri di distanza, aveva individuato un corto pontile che spuntava appena fra la fitta vegetazione. 

Prima di andare a controllare, punt un allarme di quindici minuti sull'orologio al quarzo per non rischiare di rimanere l  troppo a lungo. Quindi si mosse con grande difficolt  lungo la collina che digradava nel lago, facendosi strada fra gli arbusti che sembravano volerlo trattenere. Era necessaria una notevole determinazione per andare fin l , si disse. La stessa che possiede chi ha un buon motivo per togliersi la vita.

Giunto all'inizio del molo, si blocc perch il legno era marcio. Anche se c'era ancora il corrimano, mancavano alcune assi. La possibilit  che si rompessero per il peso eccessivo o di mettere un piede in fallo lo stava convincendo a terminare anzitempo l'esplorazione. Ma poi si accorse che, proprio alla fine della passerella, c'era qualcosa.

Un sacchetto bianco per la spesa.

Poteva voltare le spalle e tornare indietro, oppure andare a vedere che cosa contenesse. Non esisteva alcuna prova che appartenesse alla ragazzina col ciuffo viola, per l'istinto gli diceva ancora una volta che c'entrava con lei.

L'orologio al quarzo gli metteva fretta. Controll che non ci fosse nessuno nei paraggi. Quindi, stando molto attento, inizi a saggiare se il pontile era in grado di sostenerlo. I primi passi furono incerti e al terzo rischi d'inciampare. Arrivato a met  percorso, dovette fare un piccolo balzo per superare un buco fra le tavole. Non aveva alcuna voglia di finire di nuovo in acqua, anche perch sapeva quale rischio si nascondeva sotto la superficie immobile.

Impieg sei minuti per arrivare fino alla punta. Afferr il sacchetto e, senza perdere tempo a ispezionarne il contenuto, si volt per tornare subito indietro. Di nuovo sulla riva, poi fino alla spiaggetta e, mentre l'allarme dell'orologio suonava, stava gi  risalendo il sentiero che portava allo spiazzo in cui era parcheggiato il camioncino dei rifiuti.

Quando fu seduto al posto di guida, nel silenzio dell'abitacolo c'era solo il suo affanno. Una strana eccitazione gli montava dentro. Era paura ma anche curiosit . Come quando s'intraprende una nuova avventura e non si sa cosa pu accadere. Di solito quell'emozione era riservata a Micky, le notti in cui usciva per incontrare una prescelta. Come sempre, all'uomo che puliva toccavano solo gli scarti. Invece stavolta ebbe l'impressione di essere lui il protagonista. Attese ancora qualche momento per recuperare lucidit , quindi si decise ad aprire il sacchetto.

Una bottiglia di whisky, vuota per met . Le ragazzine non dovrebbero bere questa roba, pens. Ma, in fondo, che ne sapeva lui delle adolescenti? E allora cap: l'ha fatto per darsi coraggio, si disse. E ci comprovava la tesi che si fosse gettata nel lago. Poi l'uomo che puliva estrasse una specie di tavoletta.

La sua mente impieg all'incirca tre secondi per riconoscere cos'era. La sua reazione fu gettarla subito via, spaventato. Fin sotto il sedile accanto, sparendo dalla sua vista.

Non aveva la forza per muoversi ed era totalmente indeciso sul da farsi. Il cuore gli rimbalzava nel petto. L'uomo che puliva non aveva mai posseduto un cellulare, e se ne teneva alla larga per un motivo semplicissimo: quegli aggeggi avrebbero vanificato il suo pi grande potere, l'invisibilit . Ci che la gente si diceva attraverso quel coso poteva essere ascoltato dalla polizia o dai carabinieri. Probabilmente stava accadendo proprio in quel momento. Doveva disfarsene subito. Allung la mano nell'intercapedine fra la leva del cambio e il sedile, andando in cerca dell'apparecchio con la punta delle dita. Lo ripesc.

Appena lo rivide, per, cominci a tranquillizzarsi.

Dallo schermo nero intu che il cellulare che aveva fra le mani era rotto, scarico, oppure semplicemente spento. Perci, prima di pensare a come se ne sarebbe sbarazzato, volle esaminarlo. Aveva una specie di guscio rosa fluorescente, con le stelline che circondavano una scritta brillante.

"F-u-c-k" lesse con la solita difficolt , scandendo le lettere.

Che significava? Forse era il nome della ragazzina col ciuffo viola.

Micky si sarebbe arrabbiato tantissimo. Certo, avrebbe potuto tenerglielo nascosto. Ma, chiss  come, il suo compare veniva sempre a sapere tutto. L'uomo che puliva faceva queste considerazioni perch nella sua mente stava prendendo corpo un'idea. Il cellulare era un pericolo. Ma costituiva anche un'opportunit . Non era cos stupido da non capire che, se Fuck l'aveva lasciato sul pontile, allora voleva che qualcuno lo trovasse. Il padre, si disse subito ripensando al numero scritto a penna sulla sua gamba. Perci il telefono rappresentava qualcosa d'importante per la ragazza.

perch?

Il mistero lo stuzzicava. Ma esisteva anche un'altra ragione che lo spingeva a tenersi il cellulare: apparteneva a lei. Grazie a esso erano di nuovo vicini, molto vicini. Come la mattina sulla spiaggetta o la notte nella stanza d'ospedale.

C'era qualcosa che li legava. E l'uomo che puliva doveva scoprire cosa fosse.





15.


" impossibile" continuava a ripeterle l'amica al telefono. Sicuramente era gi  pentita per essersi lasciata convincere.

Si erano date appuntamento all'ospedale Sant'Anna.

La cacciatrice di mosche aveva trascorso una notte insonne ripensando a ci che le aveva rivelato inconsapevolmente Pamela. Il mattino dopo, di buon'ora, l'aveva buttata gi dal letto, pregandola di andare insieme a verificare se quella storia fosse davvero una specie di macabro scherzo. Voleva sbagliarsi. Non chiedeva altro, perch non aveva voglia di una nuova ossessione. Gi  pensava a quanto le sarebbe potuto costare, il suo psicologo avrebbe preteso una parcella esorbitante. Ma, se una parte di lei scacciava l'eventualit  pi estrema, l'altra non poteva ignorarla.

Il destino  una forza feroce, si ripeteva, mentre guidava verso Como. Per a volte generava conseguenze esilaranti. L'unghia smaltata di rosso poteva rivelarsi una di queste.

"Se  quella del braccio ripescato a Nesso, avrebbe dovuto percorrere circa dieci miglia nautiche per finire nella bocca della figlia dei Rottinger" obiettava Pamela al cellulare. "Accantonando per un secondo l'assurdit  della cosa: la ragazzina  caduta nel lago venerd  e, anche se l'arto  stato recuperato ieri, si presume che la donna a cui apparteneva si sia suicidata lo stesso giorno. In conclusione, la corrente non ce l'avrebbe fatta a trascinare l'unghia da un punto all'altro in cos poco tempo."

"Infatti,  quello che mi dico anch'io" rispose lei, che non era pi sicura di niente.

"Allora perch mi stai costringendo a venire con te?" le url contro l'amica, esasperata.

"perch voglio sentirmi una stupida" la spiazz la cacciatrice, con altrettanto vigore. "E non ci riuscir senza il tuo aiuto."

La Clio imbocc la rampa che conduceva al parcheggio sotterraneo dell'ospedale verso le sette e venti. Pamela era gi  l  che attendeva appoggiata alla fiancata della propria macchina: braccia conserte e la solita aria incavolata. Indossava la divisa perch di l  a poco avrebbe preso servizio.

"Facciamo che ci vado solo io" la apostrof subito, andando verso di lei. "Tu aspettami qui."

"Non se ne parla neanche" s'impunt la cacciatrice.

"Da quanto tempo non entri in questo posto?"

La domanda la inchiod. Si erano conosciute l, una sera di cinque anni prima. In effetti, la cacciatrice non ci metteva piede da allora. "Sto bene" assicur.

L'amica si limit a fissarla, seria.

"D'accordo" cedette, quindi la guard avviarsi verso gli ascensori.

Incurante del divieto di fumare nel garage, rimasta sola si accese una sigaretta. Frequentava tutti i pronto soccorso della zona del lago, spesso era l  che scovava le donne che avevano un disperato bisogno del suo aiuto. In posti come quello, iniziava la sua paziente opera di convincimento. Non era semplice, per una ragione precisa. Un uomo che usava la violenza contro una donna non pativa lo stesso discredito sociale degli altri criminali perch di solito gli estranei non avevano nulla da temere da lui: con loro era sempre gentile, simpatico, un amicone. Allora agli occhi degli altri c'era sempre qualcosa che non quadrava nella ricostruzione dei fatti. Perci, era necessario un atto di incondizionata fiducia nei confronti della vittima, cio della stessa persona che per tanto tempo aveva subto senza ribellarsi.

Forse era davvero domandare troppo alla sensibilit  della gente, pensava la cacciatrice.

D'altronde, se invece di chiedere una punizione pi severa per l'assassino di una donna, si fosse pretesa una legge per affrancarsi dopo un solo schiaffo, forse le cose sarebbero andate in modo diverso. Ma probabilmente per qualcuno era preferibile la statistica delle morti perch i morti facevano notizia e soprattutto non potevano parlare. Meglio una martire in pi che una povera scema costretta ad ammettere di essersi fatta fregare per amore.

In quel momento, si domand se anche la donna del braccio di Nesso avesse provato a chiedere l'aiuto di qualcuno prima di finire in fondo al lago.

Gett per terra il mozzicone della sigaretta e lo schiacci con la suola della scarpa. Pur conoscendo bene gli ospedali, non andava mai al Sant'Anna. Non credeva che le sarebbe mai tornato il coraggio di rimetterci piede. Anche per questo aveva coinvolto Pamela, non solo perch era pi facile che ottenesse delle risposte sfruttando la propria autorit . In effetti, mentre era l  in attesa, da sola, avvertiva una crescente sensazione di disagio.

Ud una camminata. Istintivamente, si guard intorno ma in quel momento nel parcheggio c'era soltanto lei. Come era possibile?

Prov a inspirare ed espirare regolarmente, come le aveva consigliato lo psicologo nel caso avesse avuto il sentore di un imminente attacco di panico. Si rese conto che non c'era alcuno spettro l  con lei.

Quelli che stava sentendo erano i suoi stessi passi in una sera di giugno di tanto tempo prima.

Per sua fortuna, le porte dell'ascensore si riaprirono e vide venirle incontro Pamela. "Allora?" le domand subito, ansiosa.

L'amica alz le spalle. "Come immaginavo:  stata solo una perdita di tempo."

Ignorando il fatto che fosse visibilmente contrariata, la incalz: "Che ti hanno detto dell'unghia?"

"Che non  affatto raro rinvenire corpi estranei nella cavit  orale, nei polmoni o perfino nello stomaco di chi  stato sul punto di annegare" specific l'altra. "A volte sono solo detriti, ma possono capitare anche degli oggetti."

"Va bene, ho capito, ma l'hanno conservata?"

Pamela si blocc. "Non c'era ragione per conservarla."

La cacciatrice era delusa. "Ma tu gli hai fatto intendere che potrebbe avere una certa rilevanza in un altro caso?"

"S ma ormai  stata smaltita insieme agli altri rifiuti ospedalieri" rispose quella, innervosita.

La cacciatrice si disse che era la cosa pi logica, c'era da aspettarselo. Ma doveva lo stesso provarci.

Pamela, per, ce l'aveva con lei. "Non so perch ti do retta."

"Allora non ne parlerai ai tuoi superiori?"

"Non  divertente." Poi l'amica aggiunse: "Senza l'unghia non  possibile fare un riscontro col DNA del braccio. Perci, per quanto ne sappiamo, i due resti appartenevano a due donne diverse".

La cacciatrice non voleva rassegnarsi: la segu fino alla sua auto ma, prima che aprisse la portiera, le si par davanti. "Lo so che pu sembrarti insensato, ma io sento che c' sotto qualcosa."

Pamela lev gli occhi al cielo, spazientita. "Non racconter questa storia al tenente, scordatelo. Non  per niente facile per me, lo sai."

Lo sapeva. "Ieri sera, quando sei venuta a casa mia, eri furiosa e turbata. Non credere che non me ne sia accorta."

" che Giorgia mi sta facendo impazzire" rivel finalmente l'amica pi giovane. "Si  messa in testa che dovremmo dichiararci davanti a tutti, ma io come faccio?"

"Hai provato a dirle la verit ?"

"E sarebbe?" chiese l'altra, guardandola in tralice.

"Che per una donna nell'Arma  gi  abbastanza complicato anche senza sbandierare ai quattro venti il proprio orientamento sessuale."

Pamela, per, era troppo fiera della divisa che indossava per ammettere che qualcosa non andasse nel modo in cui la trattavano colleghi e superiori. Infatti, la sua espressione s'indur improvvisamente. "Il fatto che io ti aiuti con quelle donne maltrattate non vuol dire che ti consideri la depositaria dell'assoluta verit  sui rapporti di coppia."

"Anzi, io sono proprio la persona meno adatta" ammise la cacciatrice di mosche, senza alcun problema. Stava per aggiungere che era anche l'argomento preferito del suo psicologo, ma fu interrotta dallo squillo del cellulare. Lo prese.

Un'altra chiamata da un numero sconosciuto. Immagin che anche quella fosse a carico del destinatario. Riattacc senza nemmeno rispondere.

"perch hai buttato gi?" chiese Pamela, che si era accorta del gesto sbrigativo.

" solo telemarketing" ment. "Vogliono convincermi a cambiare gestore."

L'amica ci credette, o forse non aveva voglia di approfondire. cos come non ne aveva di continuare a parlare della propria vita privata. Torn al motivo che le aveva condotte fin l  quella mattina. "Lascerai perdere questa storia dell'unghia e del braccio?"

"No" ribatt la cacciatrice di mosche.

Allora Pamela la scans per aprire la portiera della macchina, dando l'impressione di averne abbastanza di tanta cocciutaggine. Ma, inaspettatamente, torn a voltarsi verso di lei con un plico fra le mani. Glielo porse.

"Che sarebbe?"

"Una copia del fascicolo della giovane Rottinger: l'indagine sull'incidente al lago  stata archiviata. Siccome ti conosco e so che ti metterai comunque a fare domande sull'accaduto, tanto vale darti subito le risposte prima che ti ritrovi nei casini."

"E perch dovrei finire nei casini?" chiese lei, con sufficienza, anche se sapeva benissimo che era vero.

"Te l'ho detto: l'ingegner Rottinger sta facendo di tutto per insabbiare la faccenda."

"perch?" ribad la cacciatrice, che non credeva fosse solo per quello.

Pamela decise di essere sincera. "Pensa a cosa accadrebbe se si sapesse che a impicciarsi  proprio una con il tuo passato..."

Per quanto brutale, aveva ragione, pens la cacciatrice. Una col suo passato. Accett il plico senza aggiungere altro.





16


Li vedeva in continuazione.

Si aggiravano per le strade come se non avessero pi il controllo di s, immersi nel bagliore degli schermi che reggevano davanti alla faccia. Quella luce stava risucchiando poco a poco la loro anima, e decideva anche cosa dovevano fare, quali gesti. Nessuno guardava pi dove andava, n cosa o chi gli stava intorno. Li vedeva sorridere o anche piangere davanti a quegli schermi. Era uno strano incantesimo. Quelle persone erano l , eppure non c'erano.

L'uomo che puliva si era chiesto spesso come fosse fatto l'altrove in cui l'umanit  trascorreva la propria vita parallela. Non c'era mai stato e aveva anche timore ad andarci perch, non sapendo esattamente come funzionava, laggi avrebbe anche potuto perdere la sua invisibilit . Tuttavia, dopo il ritrovamento del cellulare di Fuck, gli era cresciuto un bizzarro interesse per quel mondo.

Alla fine del turno era salito su un autobus e aveva iniziato a studiare i movimenti dei passeggeri che maneggiavano quegli apparecchi, con l'intenzione di ripeterli in seguito.

"Non ci riuscirai mai, sei solo un ritardato!"

Quante volte da piccolo aveva sentito quell'insulto uscire dalla bocca di Micky? Col tempo si era convinto che avesse ragione lui. Forse era per via dei due buchi che aveva in testa, ma era vero che ci metteva sempre un po' ad arrivare al senso delle cose. Per fortuna, c'erano anche attivit  che non richiedevano una particolare intelligenza e che perfino uno come lui poteva portare a compimento. Due, in particolare, gli riuscivano proprio bene.

Nuotare e fare le pulizie.

Il telefono di Fuck era nella tasca del giubbotto. Ogni tanto controllava che fosse ancora l perch aveva paura di perderlo. Era difficile che accadesse, lo sapeva. Ma non voleva rischiare. Pens che, se l'avesse tirato fuori per trafficarci un po', gli altri passeggeri non ci avrebbero trovato nulla di strano. Per una volta, avrebbe potuto essere simile a loro. La cosa gli parve improvvisamente desiderabile. Ma poi ramment la custodia rosa con impresso il nome della ragazzina col ciuffo viola, e lasci perdere.

Aveva deciso di non portarsi il cellulare a casa. Per sicurezza, si era detto. Per evitare che la polizia o i carabinieri potessero spiarlo. Ma anche perch intendeva tenerlo il pi lontano possibile da Micky. Dopo aver riflettuto a lungo sul posto in cui nasconderlo, aveva avuto una specie di illuminazione.

Scese dall'autobus che erano gi  le diciannove, dopo un peregrinare durato tutto il pomeriggio. Nel crepuscolo, si avvi a piedi lungo la strada in collina. Intorno c'era un grande silenzio. Pass davanti alle dimore che aveva sempre visto solo all'alba, ancora addormentate, mentre portava a termine il solito giro di raccolta. Adesso erano illuminate e, all'interno, si potevano scorgere alcuni degli abitanti. Le mamme che preparavano la cena per i figli, mentre i pap  li avvolgevano in morbidi asciugamani dopo il bagno oppure li aiutavano coi compiti di scuola. Per un attimo invidi quei bambini perch non aveva mai avuto nulla del genere. Ma per lui era troppo tardi, ormai.

Procedendo senza fretta, come un comune passante che si trovava per caso nel quartiere, giunse davanti all'unica casa spenta.

Il villino al civico 23 lo stava aspettando.

Riconobbe la finestra a punta con le tende di pizzo tirate che si era fermato a guardare tante volte. L'ortensia sul davanzale si era quasi seccata e, sul cuscino accanto, non c'era alcun gatto. Dapprima, l'uomo che puliva controll che nessuno potesse vederlo. Quindi scavalc il cancello e si mosse rapidamente sul prato. Aggir il basso edificio e si ritrov nel retro, dove c'era un piccolo orto. Come previsto, l'abitazione aveva anche un ingresso posteriore.

Lo forz e fu dentro.

Si ritrov in uno stretto locale che fungeva da lavanderia. Si mise ad ascoltare la casa. Nessun suono o rumore che potesse metterlo in allarme. Il silenzio era spesso come un liquido, ogni mobile, ogni oggetto vi era immerso. Su una parete c'era una foto della sua amica Magda che lo osservava sorridendo. L'uomo che puliva si avvicin e stacc la cornice dal muro. Pass in rassegna la cucina con la carta da parati del colore della paglia, la sala da pranzo con il tavolo e la credenza, un soggiorno con un paio di divani, il televisore, statuine di porcellana, vasi con fiori di seta. Man mano che proseguiva l'esplorazione degli ambienti, raccolse le altre fotografie della proprietaria del villino con l'intenzione di sbarazzarsene.

Una scala portava al piano di sopra. Inizi a salire.

Un bagno, un guardaroba, i vestiti, le scarpe, una consolle con i trucchi. Si avvicin alla mensola per prendere una boccetta di profumo. Svit il tappo, lo annus e riconobbe anche lo spirito della donna del Blue. Si volt verso la porta aperta della camera da letto: su una poltrona c'erano i cinque gatti. Dormivano, chi sul cuscino, chi sulla spalliera o sui braccioli. Sembravano soltanto smagriti. Quello argentato sollev la testolina e lo fiss. Quindi fu la volta di tutti gli altri.

Poco dopo, l'uomo che puliva aveva preparato delle ciotole con dei croccantini e con l'acqua. Le lasci sul pavimento della cucina. Gli animali iniziarono a sfamarsi voracemente. Lui li osservava dalla soglia. Si domand perch li stesse nutrendo, in fondo nessuno si era mai assicurato che lui avesse da bere o da mangiare quando rimaneva solo in casa da bambino, anche per diversi giorni. La sorte di quei gatti non avrebbe dovuto essere un suo problema. Cosa gli stava succedendo? Si disse che lo faceva perch altrimenti gli sarebbe toccata la seccatura di seppellirli. Per non era sicuro che fosse la verit.

Risolta quella faccenda, poteva finalmente dedicarsi al cellulare di Fuck.

Si sedette al tavolo della sala da pranzo e mise il telefonino davanti a s, sul ripiano. Inizi a esaminarlo. C'erano dei pulsanti lungo i bordi, probabilmente servivano ad accenderlo. Scelse di premere il pi grande ma, quando lo fece, non accadde nulla. Dopo qualche secondo d'incertezza, ripet l'azione. Stavolta, lo schermo nero si illumin debolmente e dal buio emerse una piccola mela bianca morsicata.

Sembrava non dovesse accadere altro, poi improvvisamente la tavoletta prese vita.

Esplose in una miriade di colori. Prima emerse l'immagine di un teschio rosa, poi su quella iniziarono a posizionarsi altri piccoli elementi, ciascuno contrassegnato da una scritta. La terza fase fu la pi sorprendente perch, in rapida sequenza, apparvero dei riquadri con altre diciture accompagnate da suoni e cicalini, ed era come se il telefono avesse trattenuto quegli avvisi per tanto tempo e adesso, nuovamente acceso, li stesse tirando fuori tutti in una sola volta.

L'uomo che puliva rimase a osservare l'apparecchio con apprensione, senza sapere esattamente cosa fare, sperando solo che smettesse presto. Pochi secondi ancora e fu accontentato.

Dopo aver assistito allo strano fenomeno, non sapeva come comportarsi. Rimase in attesa, ma intanto cominci a leggere le didascalie sotto i simboli. Gli saltarono agli occhi una specie di fiore multicolore e la parola "Foto". Allung l'indice per schiacciare la figura. Comparvero varie sezioni. Ne digit una a caso e si ritrov davanti una sfilza di fotografie.

La maggior parte erano di Fuck. Eccoti qua, pens subito l'uomo che puliva. Era contento di rivederla.

In alcune, la ragazzina col ciuffo viola era sola davanti all'obiettivo, in pose buffe o con espressioni che lui non sapeva decifrare: era come se cercasse l'approvazione di qualcuno. In altre, era in compagnia di un'amica della stessa et  che portava l'apparecchio ai denti. Erano immagini spensierate, a volte irriverenti. A scuola oppure in un locale. A piedi o sullo scooter. Indossava sempre abiti diversi, soprattutto magliette e jeans strappati. All'uomo che puliva sembr strano che, con dei genitori cos ricchi, non avesse i soldi per comprarsi dei vestiti nuovi. Forse era una forma di protesta, pens. O forse cercava di passare inosservata mettendo abiti che non fossero sfarzosi, esattamente come faceva lui. Proseguendo con la visione, not che in un paio di foto la ragazzina si era anche truccata. Ambiva a essere provocante. Ma a lui non piaceva che si atteggiasse in quel modo, visto che era solo una bambina. Non sono affari miei, si ripeteva. Ma forse, avendole salvato la vita, era autorizzato a impicciarsi. Le foto erano tantissime e, facendo scorrere il dito verso la parte bassa dello schermo, ne venivano fuori altre. Erano centinaia. Si sofferm su una in particolare.

Fuck era distesa in pigiama su un letto rosa a baldacchino, probabilmente quello della sua cameretta, senza trucco e con un'espressione innocente. Stringeva un orsetto bianco di peluche.

L'uomo che puliva decise che quella foto era la sua preferita.

Siccome non era pratico, digit qualcosa e cominci una canzone malinconica. All'improvviso, si ritrov immerso in un'altra dimensione. Una voce maschile, dolcissima e struggente, cantava in una lingua che non conosceva. Pur non potendo comprendere il senso delle parole, ebbe l'impressione che raccontassero di lui.

Everyone cries...

Everyone tells each other all kinds of lies...

Everyone falls...

Chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare dalla melodia. Era la prima volta. Lui odiava la musica. Si accorse di non aver provato nulla di simile prima di allora. Era tutto nuovo. Nuovo e strano. Un improvviso capogiro, un senso di vertigine. Riapr gli occhi, spaventato. Che stava succedendo? Non sapeva decifrare le sensazioni che lo investivano come una tempesta. Temendo di esserne travolto, schiacci di nuovo il pulsante laterale e spense il telefono.

La foto della ragazzina che stringeva l'orso di peluche scomparve. La musica cess.





17


Con il sopraggiungere della sera, dal lago era strisciata fuori un'umidit  bavosa che impregnava i vestiti e lasciava una patina biancastra sulle cose.

Rientrando in casa, la cacciatrice di mosche aveva subito acceso il fuoco nel camino. Il calore le aveva in parte tolto di dosso quel senso d'appiccicoso e bagnaticcio.

Sulla strada del ritorno, aveva trovato il tempo di fermarsi in un minimarket per acquistare della birra e una confezione di wurstel. Siccome non aveva voglia di cucinare, li avrebbe mangiati crudi. Dopo averli disposti su un piatto, per dargli almeno la parvenza di un vero pasto, se li era portati appresso sul divano assieme a una lattina di Perlenbacher, calda. Si era distesa e si era avvolta in una coperta senza nemmeno togliersi le scarpe. Poi si era lasciata ipnotizzare dallo scoppiettio della legna e dalla danza delle fiamme.

Aveva trascorso la giornata ad assistere una madre di cinque figli che si era finalmente decisa a denunciare il marito che la picchiava sulle gambe e sul sedere con la cinghia dei pantaloni. L'aveva accompagnata al pronto soccorso perch un medico refertasse le ultime percosse subte e poi si era trattenuta mentre quella raccontava per la prima volta, con ammirevole compostezza, ventisei anni di soprusi e sevizie a un appuntato dei carabinieri che aveva un'et  di poco inferiore alla durata del suo sciagurato matrimonio. Il dettaglio pi scioccante di quella storia non era legato alle prolungate e sistematiche violenze, o all'astuzia dell'aguzzino nel colpire esclusivamente parti del corpo che potessero essere facilmente celate dai vestiti, ma era che i cinque figli, ormai quasi adulti, in tutto quel tempo non avevano mai sospettato di nulla. La cacciatrice aveva impiegato otto mesi a persuadere la madre a far cessare quell'ipocrisia. Adesso era sfiancata.

Nella borsa che stava per terra accanto al divano c'era il plico che Pamela le aveva consegnato quella mattina nel parcheggio dell'ospedale. La copia del fascicolo dell'incidente che aveva coinvolto la figlia tredicenne dei Rottinger. Un atto doveroso da parte delle forze dell'ordine, ma che non avrebbe avuto alcun seguito giudiziario.

La cacciatrice non aveva avuto un minuto per leggerlo. O forse qualcosa la tratteneva.

"Pensa a cosa accadrebbe se si sapesse che a impicciarsi  proprio una con il tuo passato..."

Pamela aveva ragione. C'era una cosa che la spaventava pi di ogni altra. Che il suo passato riuscisse a riemergere dalla prigione di oblio in cui l'aveva confinato.

Per questo la cacciatrice era rimasta a fare la guardia a quella casa.

Per doveva capire cos'era accaduto al lago, altrimenti non avrebbe avuto pace. Cos, nonostante la stanchezza, si allung per posare sul pavimento ci che rimaneva della birra e, contemporaneamente, prese la busta. Strapp coi denti la linguetta che la richiudeva ed estrasse i documenti.

Li esamin alla luce dorata del camino.

Il rapporto era un testo scarno, probabilmente edulcorato con la versione fornita dagli stessi famigliari dell'adolescente. Il famoso venerd, la ragazzina aveva marinato la scuola per andarsene in riva al lago. Aveva raggiunto in bus la sponda prospiciente l'isola Comacina, l'autista aveva confermato la circostanza che fosse sola. Da quel momento in poi, per, la narrazione s'interrompeva fino a quando non era caduta in acqua per motivi non del tutto chiari, "probabilmente scattandosi un selfie".

Pamela aveva detto che la tredicenne era ubriaca e il referto medico lo comprovava. L'amica aveva ragione: c'era tutta l'intenzione di far sembrare la vicenda una ragazzata.

La cacciatrice pass ad analizzare la parte in cui era riassunta la dinamica del salvataggio,perch era anche quella che la interessava maggiormente. I testimoni che erano accorsi sulla spiaggetta per sincerarsi delle condizioni dell'adolescente avevano descritto una scena convulsa. Da lontano avevano assistito mentre uno sconosciuto si gettava in acqua per prestare soccorso alla giovane in difficolt , rischiando di essere risucchiato a sua volta dai mulinelli del lago. L'uomo era riuscito a riportarla a riva e le aveva praticato una manovra di rianimazione.

Poi si era dileguato.

La cacciatrice di mosche si chiese in quale momento, celato fra quelle righe, l'unghia smaltata di rosso fosse finita in bocca alla ragazzina. Poteva essere accaduto mentre annaspava nella corrente, in cerca d'ossigeno. Ma allora le probabilit  che quel frammento fosse appartenuto davvero alla presunta suicida di Nesso erano irrisorie, addirittura ridicole. Oppure c'era un'altra spiegazione. Qualcosa che era sfuggito a tutti, ma che doveva essere per forza ancora l, in quel resoconto.

C'era un'idea che si era insinuata in lei sin da quando Pamela le aveva raccontato l'accaduto. Poi aveva preso lentamente una forma nella sua mente, ma non aveva avuto il coraggio di parlarne all'amica, temendo di passare per matta. Riguardava colui al quale era stato cucito addosso il ruolo di eroe. In realt , era il personaggio pi ambiguo della vicenda.

Le storie non sono mai lineari, si ripeteva, pensando anche alla propria. Invece sono labirinti. E, a volte, ci si imbatte in porte chiuse che immettono in realt  parallele o in altre storie segrete.

Il misterioso salvatore poteva essere la chiave di una di queste.

perch allontanarsi in quel modo dopo aver compiuto una buona azione? si era chiesta. D'altronde, per, era anche vero che, se avesse avuto qualcosa da nascondere, non si sarebbe mai esposto buttandosi per salvare un'estranea. E se invece l'uomo conosceva la ragazza? E se aveva delle responsabilit  nell'incidente? No, si disse la cacciatrice. E poi, se fosse stato diversamente, la famiglia Rottinger non avrebbe cercato di insabbiare tutto e i carabinieri non si sarebbero potuti esimere dall'aprire un'indagine sulla sua identit .

La cacciatrice prese uno dei wurstel dal piatto e lo addent senza distogliere l'attenzione dai fogli. Ogni verit  ha il suo punto debole, ramment. L'aveva imparato bene nella sua vita precedente. E c'era ancora una domanda inevasa che avrebbe dovuto insospettire gli investigatori.

Che ci faceva l  quell'uomo?

Il ticchettio di un vecchio orologio a cuc, che il padre aveva vinto a un torneo di pesca alla trota quando lei era ancora bambina, faceva da sottofondo ai pensieri della cacciatrice mentre cercava una risposta. Scans il piatto coi wurstelperch non aveva pi fame e inizi a riflettere.

I testimoni dell'annegamento avevano un motivo valido per essere nei pressi dell'isola Comacina quel venerd  mattina. Un giardiniere che lavorava in una villa vicina, tre muratori impegnati nella ristrutturazione di una casa e un postino che stava ultimando il suo giro di consegne. L'anonimo soccorritore poteva anche essersi trovato l  per caso, ma c'era comunque qualcosa che stonava. La cacciatrice conosceva la spiaggetta dove si erano svolti i fatti, perch nei fine settimana veniva presa d'assalto dagli escursionisti e dalle famiglie che si concedevano una gita fuori porta. Nei giorni feriali, invece, era deserta. Allora prov a immaginare la ragione per cui l'uomo si trovava l  attraverso le scarne informazioni che possedeva sul suo conto.

Di lui sapeva che era un nuotatore provetto e che, in seguito, era stato in grado di far espellere l'acqua ai polmoni della ragazzina.

Pens subito a un professionista: un bagnino, un sub, addirittura un dottore o un infermiere. Comunque qualcuno che aveva dimestichezza con certe procedure salvavita. Ma, cercando un riscontro nella cartella medica della giovane Rottinger, si dovette ricredere: la spalla lussata e le costole incrinate stavano a indicare un intervento non proprio da manuale. Anzi, addirittura maldestro.

Per c'era scritto anche che l'adolescente era caduta in preda a una crisi convulsiva ma che l'uomo aveva avuto la prontezza di infilarle qualcosa in bocca per impedire che si mordesse la lingua.

La cacciatrice di mosche si sofferm su quel dettaglio. Dal testo non si capiva di che oggetto si trattasse. Qualcosa che aveva trovato l  intorno come, ad esempio, un rametto. O un brandello degli abiti della ragazza oppure dei propri vestiti. Il rapporto non ne parlava. Una nuova frenesia s'impossess di lei: si liber della coperta, si sedette a gambe incrociate e dispose le carte davanti a s sul divano, mettendosi a cercare un appiglio o un'illuminazione.

Al fascicolo erano allegate delle foto.

Erano state repertate le Converse della tredicenne, jeans scuri, una maglietta, lo zainetto di scuola. E un fazzoletto beige con una sottile trama tartan. La cacciatrice lo studi attentamente, infilato nell'apposita bustina trasparente. Non era certamente il genere di accessorio che potesse appartenere a un'adolescente. Sembrava pi adatto a un maschio adulto. Le ha infilato proprio quello in bocca, si disse, dando retta a un antico sesto senso. E la stoffa conteneva gi  l'unghia smaltata. Il rapporto di causalit  era inattaccabile. La catena degli eventi, giustificata. Ma la cacciatrice di mosche non poteva ancora dirsi soddisfatta perch adesso c'era la parte pi difficile.

Doveva trovare quel maledetto fazzoletto.

Magari sopra c'era anche una traccia di DNA della proprietaria del braccio di Nesso. Tuttavia non era il caso di correre troppo, n di farsi illusioni. Non essendoci un'indagine in corso e non trattandosi della prova di un crimine, era stato sicuramente restituito alla famiglia della tredicenne insieme agli altri effetti personali. A quell'ora poteva essere stato smarrito, gettato via oppure distrutto come era successo con l'unghia.

La cacciatrice di mosche pens di nuovo al misterioso salvatore. Non poteva trarre ancora conclusioni ma l'aura oscura che esalava dalle carte che aveva di fronte non lasciava scampo. E la riprova fu il brivido che la percorse. Poteva essere solo paranoia, oppure no.

Qualcosa di terribile era accaduto. Qualcosa che forse stava ancora accadendo. Un'altra volta.





29 novembre

Tieni la bocca chiusa, si ripete il bambino. Tienila chiusa e non parlare. Anche perch, quando ci prova, biascica le parole e sputa. E allora, meglio tacere.

"Cosa c', perch non parli?" domanda Martina mentre guida in mezzo al traffico.

L'ha fatto sedere accanto a s e gli ha allacciato la cintura di sicurezza. Per un attimo, i loro visi sono stati molto vicini. Poteva sentire il suo fiato. Il fiato di Martina ha un odore dolcissimo. Quel breve momento  stato bello, ma non glielo confesserebbe mai per paura di arrossire.

L'amica, per, non si rassegna al suo silenzio. "Ti va di ascoltare un po' la radio?" domanda, allungando il braccio verso la manopola.

Ma lui la blocca, afferrandole la mano. Non gli piace la musica. Negli ultimi sei mesi, ogni volta che Micky veniva a trovarli Vera metteva su un disco, cos che i vicini non potessero sentirli.

" una prova di coraggio" lo giustificava la madre. "Micky ti vuole forte. Vuole che da grande diventi un vero uomo, proprio come lui."

Ma il bambino ne aveva abbastanza di quel coraggio fatto di paura. A volte rimpiangeva perfino i mosconi. Per fortuna, un giorno  arrivata Martina e l'ha portato via da l . E adesso, dopo un altro mese d'ospedale, lo sta accompagnando in un grande istituto dove ci sono altri bambini. Ma i denti, come i capelli, non ricresceranno pi. E lui  sicuro che, con le cicatrici sulla testa e tutto il resto, sar  un problema.

"Martina, qual  la mia storia?" domanda, mentre con la mano si copre la bocca.

La giovane assistente sociale si volta per un attimo verso di lui. "Cosa?" chiede, poi torna a guardare la strada.

"L'hai detto tu a Vera che nessuna famiglia mi vuole perch quando sentono tutta la storia si tirano indietro... Che storia?"

"Avrai capito male" dice Martina. Per abbassa gli occhi.

L'istituto  un grande edificio marrone. Quando arrivano  gi  sera. Il bambino non ha una valigia, solo i vestiti che indossa. Ma Martina ha promesso che gliene daranno degli altri.

"Qui sei al sicuro" gli dice prima di andar via.

Si riferisce a Micky, l'ha capito. Micky  scappato di nuovo. E quando il bambino ha chiesto di Vera, Martina gli ha risposto che sua madre  malata e che l'hanno portata in un posto per curarla.

"Ascolta" aggiunge poi l'assistente sociale, piegandosi sulle ginocchia per guardarlo bene, occhi negli occhi. "Non voglio mentirti, i primi giorni non sar  facile. Ma col tempo ti integrerai e ti piacer  stare qui."

Il bambino non sa a cosa si riferisca esattamente l'amica, non sa nemmeno se deve avere paura. Martina fa una cosa che sua madre non ha mai fatto: si sporge e gli d  un bacio. Poi va via.

Con quell'impronta umida sulla fronte, segue una suora che lo accompagna lungo i corridoi deserti. Fa freddo e c' odore di brodo. Entrano in una grande stanza immersa nell'oscurit . Ci sono tanti letti. In ogni letto, c' un bambino che dorme. La suora gli mostra dove dormir .

"La colazione  alle sette" gli spiega, consegnandogli un piccolo asciugamano e una saponetta. "Lavati bene e di' sempre le preghiere" si raccomanda.

Quando la suora se ne va, lui si toglie i vestiti, li ripiega e li lascia su una sedia. Poi s'infila sotto le coperte. Chiude gli occhi cercando di addormentarsi subito.

Intorno a lui, il sonno silenzioso dei suoi nuovi compagni. Ma quel silenzio  anche fatto di piccoli suoni. I respiri che si susseguono. Le molle del materasso che cigolano quando uno di loro si rigira fra le lenzuola. Sospiri che aumentano. Sussurri che diventano voci curiose. Rumori di passi scalzi che si avvicinano. Lo circondano. Ora sono tutti intorno al suo letto, sono venuti a vedere chi  il nuovo arrivato. Con gli occhi chiusi pu soltanto percepire la loro presenza. Sono ombre che si muovono oltre lo schermo delle palpebre. Le sente sghignazzare mentre commentano la sua testa pelata, le sue cerniere lampo. Lo deridono, dicono: "Non ha nemmeno un pelo,  come un verme". Non sono un verme, vorrebbe rispondere. Sono un bambino. Continua a far finta di dormire, sperando che si stanchino presto, ma non succede. Adesso iniziano a scuoterlo. Prima piano, poi pi forte. Qualcuno comincia a dargli dei pizzicotti. "Il verme  molliccio" lo schernisce. "Il verme  morto." Uno di loro allora dice: "Lo sveglio io". E fa qualcosa che all'inizio il bambino non capisce. Poi uno spruzzo caldo gli arriva dritto sulla faccia. Riconosce l'odore acre dell'urina. "Svegliati, verme ciccione" urla quello, orientando il getto. Il bambino continua a tenere gli occhi serrati, ma si mette a piangere. Non riesce a trattenersi. E, piangendo, commette l'errore fatale di socchiudere le labbra. "Guardate" indica allora qualcuno. "Sembra un neonato!"

"Vieni qui e apri bene la bocca..."

Intanto le risate sono un vortice tutt'intorno, il bambino si sente inghiottire. Gli insulti diventano botte. Schiaffi sul sedere e calci nei reni. Uno degli assalitori si china su di lui e inizia a urlargli nell'orecchio, con tutta la forza che ha nei polmoni. Il bambino prova a resistere, ma sta per diventare sordo.  in quel momento che si volta di scatto, lo punta: scorge la sorpresa, che diventa una luce di terrore negli occhi dell'altro mentre lui spalanca le mandibole in una specie di sorriso cattivo, disumano. Prova un'inaspettata soddisfazione mentre si avventa per mordergli la faccia. Un piacere che nessun bambino dovrebbe mai provare.





18


Il vento s'insinuava tra le foglie e i rami del grande tiglio, nascondendosi sotto la tovaglia di fiandra, sembrava volesse giocare con lei. La ragazzina col ciuffo viola teneva la testa all'ins, lasciandosi accarezzare dalla brezza. Piccole cose che non aveva mai apprezzato prima. Ma adesso che era costretta su una maledetta sedia a rotelle, aveva tutto il tempo di notarle.

Quella mattina, suo padre aveva dato disposizioni alla servit perch la portassero a fare colazione in giardino, sotto il gazebo. Accanto alla fontana ma abbastanza lontano dal lago, si era raccomandato, per evitare che le tornasse in mente l'incidente, come lo chiamava lui. Non si era premurato nemmeno di chiederle se era d'accordo. Perci adesso lei aveva davanti una tavola imbandita con cestini di croissant, marmellate assortite, toast alla francese, succo d'arancia e uova strapazzate.

Suo padre pianificava ogni cosa, in famiglia come in azienda, e non si rassegnava al fatto che le uova le facessero schifo.

Anche quel pasto faceva parte della recita. Tutto doveva tornare al pi presto alla normalit . L'episodio del lago doveva essere archiviato, cos la vita avrebbe ripreso a scorrere come sempre e l'apparenza sarebbe stata salvata, pens con irridente solennit . Nonostante avesse solo tredici anni, aveva imparato molto presto il codice di condotta dei Rottinger. C'era una regola di etichetta per ogni cosa, anche la pi improbabile. Per questo non bisognava meravigliarsi se ci che le era accaduto non avesse turbato pi di tanto la loro ineccepibile routine: esisteva una procedura da seguire perfino per il problema "figlia che ha stoltamente rischiato d'annegare".

Le torn in mente la mano che le aveva afferrato il braccio mentre precipitava nell'acqua buia. Al ricordo di quel contatto, prov una scossa. Non rammentava molto altro.

Ancora non aveva toccato cibo e non aveva per niente fame. Forse era per via della sensazione acre che avvertiva in bocca. Il sapore del lago. Era stato come ingoiare un pesce di fango. Era ancora vivo dentro di lei, lo sentiva muoversi nella pancia. Adesso, ogni cosa che assaggiava era viscida e sapeva di quello. O forse erano le medicine a conferire quel gusto al cibo. Era sicura che nel succo d'arancia che brillava nel bicchiere di cristallo ci fosse lo psicofarmaco in gocce che sua madre aveva cominciato a somministrarle di nascosto, su consiglio dei medici. I dottori dicevano che era un bene che avesse dimenticato quasi tutto dell'incidente, la sua mente stava guarendo da sola dallo shock. Una cosa, per, non riusciva a scordare. Ma non ne aveva parlato con nessuno per evitare l'umiliazione di non essere creduta o, peggio, che fingessero di crederle.

L'essere di luce che si era ritrovata davanti riprendendo coscienza all'improvviso.

Per l'esattezza, un'ombra ritagliata in un raggio di sole che filtrava fra gli alberi della piccola spiaggia. Un gigante senza volto che, dopo aver ricambiato silenziosamente il suo sguardo, era svanito nel nulla.

Anche lei avrebbe voluto sparire cos. Invece era ancora bloccata l .

La ragazzina abbass gli occhi sulla gamba appoggiata al supporto della carrozzina: il tutore che la immobilizzava arrivava fin sotto al ginocchio. Un ortopedico fatto arrivare apposta dalla Svizzera aveva assicurato che la caviglia si sarebbe rimessa a posto senza che fosse necessaria una seconda operazione, ma ci sarebbe voluto un mese e almeno un altro per la riabilitazione. Praticamente, si era fottuta l'estate. Ma forse essere ridotta cos poteva rivelarsi un bene.

Sicuramente lo era per i suoi genitori.

Nonostante fosse sola sotto al gazebo, non poteva fare a meno di notare gli sguardi dell'anziano giardiniere intento a potare un cespuglio di rose, n quelli delle domestiche che si aggiravano con qualsiasi pretesto nei dintorni, sempre tenendosi alla larga per non dare troppo nell'occhio. La stavano sorvegliando. Era convinta che fosse stata la madre a ordinarglielo. Di cosa aveva paura esattamente? Che si alzasse dalla sedia a rotelle e si precipitasse zoppicando verso la riva per fare un altro bel tuffo?

Per far sembrare che tutto andava bene e che si fidavano ancora di lei, i genitori le avevano comprato un nuovo iPhone, l'ultimo modello. Avrebbe dovuto rimpiazzare quello vecchio che, secondo la loro versione, era caduto insieme a lei nel lago dopo il famigerato selfie. La infastidiva che l'avessero fatta passare per una cretina. Nessuno, per, voleva davvero sapere cos'era successo.

Forse neanche lei lo sapeva.

La mattina dell'incidente si era svegliata con una strana idea nella testa. Non avrebbe saputo spiegare cosa fosse. Ma qualcosa l'aveva spinta a rubare una bottiglia di whisky dal mobile bar dello studio, a nasconderla nello zaino di scuola, a prendere un autobus che non aveva mai preso e ad andare in un posto in cui non era mai stata. Era scesa a una fermata deserta, senza un motivo preciso. Dalla strada aveva notato il vecchio pontile malandato, nascosto dalla vegetazione. Ridiscendendo la collina, attraverso una selva di arbusti, aveva raggiunto la riva. l  si era scritta addosso con una penna il numero di telefono del padre: sulle braccia, sulla pancia, sui polpacci. Poi aveva ingollato il liquore, lasciando che le bruciasse la gola. Aveva infilato la bottiglia mezza vuota insieme all'iPhone in una busta di plastica trovata l  vicino.

Il resto della storia era confuso.

A volte malediceva il misterioso salvatore che l'aveva riportata indietro. Poi per se ne pentiva e lo ringraziava dentro di s per non averla lasciata sprofondare in quell'abisso. Chiss  come doveva essere stare l  sotto, circondati dal silenzio.

"Ho notato che non hai ancora provato il nuovo iPhone" esord la madre, sopraggiungendo alle sue spalle. Indossava una gonna bianca che le fasciava i fianchi e una camicetta di seta. Era sempre bella ed elegante e, anche se dicevano tutti che si somigliavano, la ragazzina col ciuffo viola si sentiva brutta e goffa in confronto a lei. "Non l'hai nemmeno tolto dalla scatola" la rimprover la donna.

"Lo far dopo" rispose la figlia, senza troppa convinzione.

"Strano" comment l'altra. "Prima stavi sempre con la faccia ficcata in quel coso."

Prima. Quella parola era l'unica eccezione alla regola che prevedeva che si dovesse parlare sempre meno dell'incidente al fine di rimuoverlo del tutto. Erano tutti concentrati sul dopo, senza chiedersi nemmeno perch lei non volesse pi un cellulare. Mai pi.

"Se proprio ci tenete a farmi un regalo, vorrei sceglierlo io" disse, decisa.

La madre non batt ciglio. "Sentiamo, cosa vuoi?"

"Stampelle."

"L'ortopedico ha detto che  ancora presto."

"L'ortopedico ha detto che potevo cominciare a usarle quando mi sentivo pronta" ribatt perch ricordava esattamente le sue parole. "E in questo momento lo sono" ribad.

La madre incroci le braccia e la fiss, interrogativa. "perch?"

La ragazzina voleva arrivare proprio a questo. "La festa."

Era l'evento di fine anno scolastico, si teneva nella villa di una compagna di scuola che apparteneva a una nota famiglia comasca.

"Non se ne parla" disse la madre.

Si aspettava quella reazione. Ma lei doveva andarci. E non perch era una serata ambita da tutti i suoi coetanei. Non gliene fregava niente.

Doveva vedere una persona.

Altrimenti sarebbe finita di nuovo in quel maledetto lago, ne era sicura. E lei non voleva morire annegata, non dopo aver provato cosa significa essere ingoiati dall'acqua che ti toglie le forze e il respiro. 

"Non sei nelle condizioni" ribad  la donna, cercando di sembrare ferma ma con la voce che le tremava perch aveva il terrore che le accadesse di nuovo qualcosa di brutto.

Se non l'avesse avuta come alleata, come poteva sperare di convincere anche il padre? Ma la ragazzina aveva escogitato un modo. "Avete detto a tutti che sto bene. Se non ci vado, qualcuno comincer  a chiedersi il perch..."

Lasci che la frase producesse da sola l'effetto sperato. Lo vide affiorare sul volto della madre, come un punto interrogativo fra le sopracciglia. Il suo peggior timore erano le chiacchiere della gente. Non di chiunque per, solo degli appartenenti al loro mondo fatato.

"Dovrai chiederlo a tuo padre" disse.

La ragazzina col ciuffo viola non desiderava altro perch ormai aveva aperto una breccia nelle resistenze della donna. L'energica ma, in realt , fragile moglie dell'ingegner Guido Rottinger. Colei che per tutti era stata capace di farlo capitolare e che, secondo le cronache mondane, aveva un ascendente speciale su di lui. Ma che, invece, era totalmente succube del carattere autoritario del marito e degli antidepressivi.

Prima che la madre potesse aggiungere altro, il maggiordomo si avvicin al gazebo con in mano una specie di volantino.

Sopra c'era stampata una frase. La via d'uscita sei tu!

Con la discrezione che lo contraddistingueva, il servitore parl alla signora Rottinger con un tono sufficientemente basso per farsi sentire soltanto da lei ma abbastanza alto da non sembrare scortese nei confronti della ragazzina che, infatti, carp appena la frase: "L'ho fatta accomodare nello studio".

La madre aveva visite, meglio cos. Infatti si volt e si diresse verso la casa. Chiunque fosse la sconosciuta del volantino poco le importava, per dentro di s la ringrazi per averle costrette a sospendere la discussione. Finalmente rilassata, la ragazzina col ciuffo viola allung una mano sul tavolo per prendere il bicchiere col succo d'arancia. Lo bevve senza chiedersi quale medicina ci fosse all'interno, con la sola speranza che il farmaco si portasse via i brutti pensieri. Poi chiuse gli occhi e torn a farsi coccolare dal vento. Ma li riapr quasi subito perch in mezzo alla folata aveva riconosciuto qualcosa.

Erano note.

Sparirono, tanto da farle credere di averle solo immaginate. Si guard intorno. Oltre il muro di cinta della villa sembrava tutto tranquillo e non c'era nessuno. Che stava succedendo? Era uno scherzo? Poi la musica torn, insieme a una voce malinconica. La riconobbe e si sent smarrire. La canzone era un avvertimento, la promessa di un conto in sospeso. E veniva dal lago.

Everyday Life dei Coldplay.

Il brano che aveva ascoltato con l'iPhone la mattina in cui si era buttata in acqua con l'intenzione di morire.





19


Non era mai entrata in una casa cos. Non pensava nemmeno che esistessero, a parte nei film.

La cacciatrice di mosche si era presentata al cancello della villa a bordo della Clio. Non sapendo come l'avrebbero accolta, si era limitata a suonare il campanello. Con sua grande sorpresa, non solo le avevano aperto ma l'avevano anche fatta accomodare all'interno della lussuosa dimora. Era sicura che, appena avesse chiesto della signora Rottinger, l'avrebbero liquidata con una scusa. Invece una solerte cameriera aveva convocato addirittura un maggiordomo. Anche quelli pensava fossero soltanto un'invenzione di certi libri gialli. Invece si era presentato un uomo in giacca e cravatta, dal portamento impeccabile. Chiss  cosa c'era scritto nei suoi documenti riguardo alla professione. Mentre si poneva quella domanda idiota, la cacciatrice si era resa conto di non avere mai pensato a procurarsi dei biglietti da visita, cos aveva consegnato uno dei suoi volantini, sperando che fosse sufficiente ad accreditarla con la padrona di casa. Le era bastato accennare all'incidente del lago e l'uomo l'aveva condotta subito lungo un corridoio col pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri, adornato con statue e mobili antichi, fino alla stanza in cui si trovava ora.

Uno studio con un'enorme biblioteca.

La cacciatrice si era sistemata nell'unica porzione della sala che non fosse coperta da preziosi tappeti. Non sapeva perch, ma si sentiva in soggezione a calpestarli. E mentre si guardava intorno, spaesata da tanta opulenza, provava anche un senso di vertigine. Chi ci vive in una casa cos? si era chiesta.

"Gente che pu guardare alla vita con tre zeri in meno" cos li aveva definiti Pamela.

Quanti soldi avevano i Rottinger? La cacciatrice di mosche sapeva quanti ce n'erano sul proprio conto in banca: duemila euro e spiccioli. I Rottinger conoscevano l'importo delle loro disponibilit? Come funzionava per gente come quella? Fermo restando che non avessero problemi a pagare le bollette, qual era il loro rapporto col danaro? Se, per esempio, lei non sapeva, e non avrebbe mai saputo, come potesse essere trovarsi al posto di un milionario, loro come immaginavano l'esistenza di una come lei?

Distratta da simili pensieri, non si era premurata di preparare un discorso convincente da fare alla moglie dell'ingegner Rottinger. Aveva scelto di affrontare lei e non il marito perch le sembrava pi semplice interagire con un'altra donna, riusciva sempre a scovare un dettaglio in comune per instaurare un dialogo. Gli uomini, invece, la trovavano ostile e finivano quasi sempre per entrare in conflitto con lei. Forse pensavano che fosse una di quelle femministe psicopatiche con l'idea fissa di evirare tutti i maschi che incontrava.

Dalla porta finestra alta almeno tre metri che affacciava sul giardino, intravide il maggiordomo che camminava con in mano il suo volantino verso un gazebo. l  sotto scorse la signora Rottinger, fiera e perfetta come una dea, in piedi di fronte a una ragazzina su una sedia a rotelle. Aveva i capelli neri e un ciuffo tinto di viola che le ricadeva sulla fronte. Madre e figlia stavano discutendo, se ne accorse dal modo in cui la donna gesticolava nel tentativo di tenere testa alla tredicenne. Il maggiordomo le interruppe. La signora Rottinger lesse il volantino e torn verso la casa.

Mentre attendeva che varcasse la soglia dello studio, la cacciatrice si sofferm ancora per qualche secondo sulla giovane sopravvissuta del lago. Durante i concitati momenti dell'annegamento, aveva avuto modo di guardare in faccia il suo salvatore? E se s, sarebbe stata in grado di fornire una descrizione? Avrebbe voluto parlare con lei, domandarglielo. Ma nessuno le avrebbe mai permesso di avvicinarsi. Per questo doveva mettere insieme pi elementi per suffragare il caso e poi presentarlo agli inquirenti, sperando che si convincessero a iniziare una ricerca dell'uomo misterioso. Perlomeno per conoscere la sua identit  e il motivo per cui era scappato.

"Buongiorno, mi hanno riferito che voleva incontrarmi" si present la signora Rottinger, facendola trasalire. Forse si era anche accorta che stava spiando la figlia sotto il gazebo. Si era fatta scortare dal maggiordomo, che si mise in disparte per sorvegliare la scena.

La cacciatrice di mosche si present, poi disse subito: "Mi spiace averla scomodata, non volevo turbare la vostra vita privata dopo quanto  accaduto. Anzi, sono felice per come si  risolta la vicenda del lago".

"Cosa significa questo?" tagli corto la donna, restituendole il volantino. "Mia figlia non ha subto alcun sopruso,  stato un incidente."

La donna era sulla difensiva. Mi ha scambiata per una che cerca soldi, pens la cacciatrice. Evidentemente, altri stavano provando ad approfittare della situazione. "Non ho mai detto questo" si affrett a spiegare.

"Allora perch  venuta, scusi?"

"Sono interessata all'uomo che ha salvato vostra figlia" afferm. "Mi capita spesso di imbattermi in esseri privi di scrupoli, capaci di qualsiasi azione. Ho pensato che la storia di uno sconosciuto che rischia la propria vita per salvarne un'altra e poi scompare senza pretendere nemmeno un grazie meritasse di essere..." Cerc la parola. "... approfondita." Sperava che l'ambiguit  del discorso bastasse per convincerla.

"Se quell'uomo ha preferito non farsi avanti, possiamo soltanto rispettare la sua decisione. Noi vogliamo solo dimenticare."

Volete solo che la gente si dimentichi di voi, pens la cacciatrice. Era comprensibile. Ed era proprio su questo che contava. "Non sempre le cose sono come sembrano. Quell'uomo potrebbe avere avuto un motivo per comportarsi cos" rilanci. "Una ragione che non ha niente a che fare con vostra figlia, i buoni propositi o le buone azioni." Era un'accusa pesante e not che la donna si morse le labbra. Sicuramente lei e il marito si erano posti la stessa domanda, considerando anche le implicazioni di ogni possibile risposta.

"Quanto vuole?" chiese allora la donna, cercando di nascondere l'angoscia.

Non era abituata a esternare le proprie emozioni, pens la cacciatrice. Nell'ambiente a cui apparteneva era considerato sconveniente. I ricchi sono come gli invitati a una festa che non finisce mai, si disse. Non possono smettere di danzare e di sorridere. "Non voglio soldi, chiedo solo un aiuto per rintracciare quello sconosciuto." Lasciava intendere di sapere molto pi di quanto le stava rivelando e le offriva di tenere fuori polizia e carabinieri, per il momento.

"Devo parlarne con mio marito."

Temeva quella replica. Non poteva attendere che i due si consultassero. Dalla fama dell'ingegnere, poi, le derivava anche l'impressione che fosse meno malleabile della moglie. Per questo, doveva insistere. "Il fazzoletto" disse, disorientandola. "Durante la crisi convulsiva, l'uomo ha messo fra i denti di sua figlia il proprio fazzoletto. Vi sar  stato sicuramente restituito dall'ospedale insieme ai vestiti e agli effetti personali. Se me lo consegna, sparir anch'io" promise.

Era uno scambio equo. Niente denaro. Solo un misero fazzoletto. La donna sembr pensarci su. Fu allora che il maggiordomo si schiar la voce per attirare l'attenzione e fece un passo avanti.

"Non c'era alcun fazzoletto."

La cacciatrice lo fiss, spiazzata. Non sapeva se credergli. Probabilmente era solo una scusa per prendere tempo, si disse.

L'uomo si rivolse a lei, come se le avesse letto nel pensiero. "La roba dell'ospedale  ancora nei sacchetti in cui ci  stata riconsegnata, se vuole gliela mostro." Poi si gir verso la padrona di casa e attese di essere autorizzato.

Quando lei annu, l'uomo fece strada fuori dallo studio.

La cacciatrice lo segu insieme alla signora Rottinger. Il lamento delle sue scarpe da ginnastica sul pavimento di marmo strideva in confronto all'elegante ticchettio delle scarpe di quella specie di divinit . Attraversarono una serie di salotti e anche le cucine, simili a quelle di un grande ristorante. Superati alcuni locali di servizio, si ritrovarono in una lavanderia.

I sacchetti con gli effetti personali della ragazzina erano ancora appoggiati su un ripiano. La cacciatrice si avvicin e cominci a frugare. Il fazzoletto, in effetti, non c'era.

"Non  possibile." Era incredula, ma non poteva rivelare di averlo visto nelle foto allegate al rapporto dei carabinieri. Si sarebbero domandati come una civile fosse entrata in possesso di un documento riservato e avrebbe messo nei guai Pamela.

"Al momento delle dimissioni dal Sant'Anna, ci hanno restituito solo questo" conferm il maggiordomo.

Era andato perso come l'unghia smaltata di rosso? Sembrava un po' forzata come coincidenza. Ma, per adesso, non c'erano altre spiegazioni.

"E mi permetta un'ultima considerazione" aggiunse il servitore. "Se quell'uomo avesse davvero avuto qualcosa da nascondere, non avrebbe mai commesso la leggerezza di lasciare il proprio fazzoletto sulla spiaggia prima di dileguarsi."

Il ragionamento non faceva una piega e la signora Rottinger sembr finalmente rilassarsi. La cacciatrice prov a interpretare il suo pensiero. Non aveva pi nulla da temere da quella sgradevole donnetta che aveva osato infastidirla in un momento come quello. Ma poi intercett anche la sua espressione interrogativa. Conosceva quello sguardo, l'aveva visto apparire troppo spesso sul volto della gente. D'altronde, Pamela l'aveva avvertita.

"Aspetti un momento..." disse la padrona di quella casa. "Io la conosco: lei ..."

Pensa a cosa accadrebbe se si sapesse che a impicciarsi  proprio una con il tuo passato...

"S" conferm, senza scomporsi, la cacciatrice di mosche. "Sono la madre."

Non aggiunse altro. Si scus per il disturbo e lasci subito la villa. Mentre si avviava a passo sostenuto verso la Clio parcheggiata nel viale ghiaioso, stringeva i pugni per la rabbia. Aveva fallito, si era anche umiliata. Inoltre, se i Rottinger avessero avvertito i carabinieri della sua visita, la sua migliore amica rischiava di andarci di mezzo. Mentre camminava, per un attimo le sembr di sentire una musica malinconica trasportata dal vento. Ma la melodia fu spazzata via dallo squillo del cellulare che preannunciava l'ennesima chiamata dal numero sconosciuto e a carico del destinatario. La cacciatrice di mosche non aveva nemmeno bisogno di controllare il display. Lo sapeva gi .

Un tempismo perfetto, si disse, prima di riattaccare senza rispondere.





20


Era gioved. Erano le undici del mattino. Sapeva dove trovarlo. Sebbene non si frequentassero da tempo, la cacciatrice era convinta che le abitudini dell'uomo che cercava non fossero cambiate.

Infatti quando varc la soglia della graziosa caffetteria, situata all'interno delle mura del centro storico di Como, lo individu subito. Era seduto al tavolino in fondo al locale, quello pi appartato, vicino al bagno. Nell'andirivieni dei clienti che si fermavano per un espresso e una brioche alla crema, il professor Rinaldi passava inosservato, intento a leggere il giornale, sfogliato con lentezza intingendo il polpastrello sulla punta della lingua. Davanti a lui, una tazza di cappuccino che veniva rabboccata, con discrezione, con la fiaschetta metallica che l'uomo teneva nella tasca esterna della giacca marrone.

La cacciatrice si avvicin. Il professore distolse l'attenzione dalle notizie per spostarla su di lei. "Guarda guarda..." disse, accogliendola. "A quanto pare, mi hai scoperto."

"Il tuo orario scolastico non cambia da vent'anni e il gioved hai sempre un'ora buca fra le undici e mezzogiorno" ramment, scostando la sedia di fronte al suo posto. "Posso?"

Il professore le fece cenno che poteva e la cacciatrice si accomod.

Da quella distanza poteva sentire l'odore del liquore nel suo alito. "La solita routine" osserv ironica, indicando il cappuccino con il mento. "A scuola che ne pensano?"

"finch  la cosa non interferisce con l'istruzione e il benessere dei miei allievi, non hanno di che lamentarsi" replic l'uomo, serafico. "Non guido, non sono molesto: alla fin fine, non faccio male a nessuno."

Aveva ragione. Il professor Rinaldi era l'uomo pi retto e buono che avesse mai incontrato. Insegnava informatica al liceo scientifico. Se avesse nutrito anche solo il dubbio che la propria condotta potesse nuocere agli studenti, piuttosto si sarebbe dimesso.

"Non so perch, ma ero sicura che almeno tu te la saresti cavata" disse, ed era sincera.

"Le due ragazze che gestiscono questo posto sono state mie allieve" spieg l'uomo, per perorare la propria causa. "Quando hanno aperto, le ho aiutate a informatizzare il magazzino, a organizzare gli ordini e a creare un sito web del locale. In cambio, mi permettono di stare qui a leggere il giornale. Non do fastidio ai clienti, perci..." Lasci in sospeso la frase, come a dire che comunque non erano affari suoi. Non pi.

Lo vide grattarsi la barba ispida, chiss  da quanto non si radeva. I capelli erano spettinati e aveva la forfora sulle spalle. La sfior il ricordo del tempo in cui si occupava di lui. Non gli avrebbe mai permesso di andare in giro in quel modo. Le pupille azzurre che l'avevano fatta innamorare adesso annegavano nella sclera giallognola, indice di un problema al fegato.

"Avrei potuto essere una moglie migliore" confess.

"Cos', il momento dell'esame di coscienza? Non dovresti crogiolarti nei sensi di colpa, non ti fa bene" rise, e sollev la tazza per ingollare un altro sorso della mistura proibita.

L'autodistruzione era iniziata cinque anni prima, in silenzio. In precedenza, non ricordava di avergli mai visto bere pi di una birra il sabato sera in pizzeria. Si era accorta di quello che stava accadendo di punto in bianco, dall'odore dei suoi vestiti mentre li infilava in lavatrice. Da allora, il professore aveva imparato a gestire il proprio alcolismo. Non si ubriacava mai. La sua dose quotidiana era una bottiglia di un qualsiasi superalcolico, ma diluita nel corso delle ventiquattro ore. L'alcol per lui non era un vizio, bens una sorta di compromesso. Il professor Rinaldi cercava di mantenere uno stato di durevole torpore. Siccome non aveva la forza di farla finita, a cinquantasei anni gli serviva solo un modo pratico per superare indenne un'altra giornata di ci che rimaneva della sua misera esistenza.

"Non credo che tu sia venuta a cercarmi solo per biasimare il mio stile di vita."

Non si sbagliava. Era andata l  per chiedere all'uomo pi onesto che conosceva di fare qualcosa di illegale. "Ho bisogno di qualcuno che sappia entrare in un sistema di sicurezza."

Il professore non si scompose.

"Lo so che ti sto chiedendo tanto, ma  per una buona causa."

L'uomo sollev entrambe le mani e, tenendo le dita distanziate, le tese davanti a s. Il tremito era abbastanza evidente. "Un tempo volteggiavano sulla tastiera. Ormai, per fermarle devo buttare gi pi di un bicchiere. Ma, se lo faccio, poi non sono abbastanza lucido per lavorare."

Tuttavia, lei non aveva scelta e insist: "Non so a chi rivolgermi ed  molto importante".

"Pi importante di me?" chiese lui, con una punta di acredine.

Lei non seppe cosa rispondere.

"Un tempo, tutti i gioved, approfittando di quest'ora libera correvamo entrambi a casa e facevamo l'amore."

La loro vecchia casa, quella in cui ormai abitava solo lui. La cacciatrice non aveva dimenticato quei momenti, li aveva semplicemente lasciati nel passato.

"Adesso guarda come ci siamo ridotti..." prosegu l'uomo, con amarezza. E visto che lei non aveva nulla da dire, tagli corto: "Sentiamo, di che si tratta?"

La cacciatrice prese dal giubbotto jeans un foglietto ripiegato che aveva preparato poco prima. Glielo pass, facendolo scivolare sul tavolo. " tutto scritto qui sopra."

Il professore lo apr e lo lesse, quindi se lo mise nel taschino della giacca. "Non dovrei avere problemi a procurarti ci che ti serve."

"Grazie."

"Eri brava nel tuo lavoro, non ho mai capito perch l'hai lasciato."

Ma lui sapeva il perch. Per lo stesso motivo per cui lei aveva abbandonato anche suo marito.

" strano che tu sia venuta a cercarmi proprio in questo periodo" disse il professore.

"L'anniversario" replic, per dimostrargli che non se n'era scordata.

"Una volta festeggiavamo quello di nozze, adesso c' rimasto questo..."

La cacciatrice sapeva dove voleva approdare con quel discorso: se le stava proponendo uno scambio, allora tanto valeva togliersi subito il pensiero. "Hai ricevuto anche tu la telefonata?"

L'uomo annu.

"E hai risposto?"

Il professore si stup della domanda. "Certo che ho risposto."

"E allora?" chiese, impaziente.

"Sono passati cinque anni, ha diritto a una seconda opportunit ."

"Dopo quello che ha fatto?" Era allibita. "Lo sai cosa penso:  quello il suo posto, non lo aiuter a uscire da l ."
"Anche Valentina sarebbe d'accordo..."

"Non ti azzardare mai pi a dire una cosa del genere" lo minacci. "Non in mia presenza." Era rabbiosa, si alz per andarsene.

L'altro abbass il capo, in segno di resa. "Mi manca la mia vita di prima. Mi manchi tu... Il divorzio non cancella la memoria delle cose: quelli che si separano sono comunque costretti a condividere gli stessi ricordi, lo fanno solo in due posti diversi."

La cacciatrice di mosche tacque. Era inutile torturarsi in quel modo, visto che non si poteva tornare indietro.

Il professor Rinaldi la conged con un sorriso malinconico. "Come si dice... finch  morte non vi separi, no?"





21


In poco tempo, aveva imparato a spostarsi per la villa con la sedia a rotelle. Pi che altro perch ne aveva abbastanza di essere scorrazzata in giro dalla servit. Ce li aveva addosso tutto il santo giorno, voleva essere indipendente almeno in una cosa. Non le fregava nemmeno di scheggiare la maledetta boiserie o di lasciare lunghe scie nere sul marmo bianco. Manovrando la carrozzina, spesso urtava di proposito un mobile per far cadere a terra qualche preziosa statuetta di porcellana. Ogni volta che capitava, qualcuno si precipitava a riparare il danno, pulire o raccogliere i cocci. Faceva parte della sua tattica di guerriglia contro l'ordine costituito e il regime che governava quella casa. In ossequio alla nuova accezione che in famiglia avevano attribuito al termine "incidente".

In verit , era soltanto arrabbiata e non sapeva pi come far passare il tempo. Allora, visto che tutti i tentativi di sabotaggio non le valevano neanche un misero rimproveroperch venivano comunque vanificati dall'intervento immediato dei domestici, a met  pomeriggio decise di rintanarsi nella propria stanza per leggere un libro. Quando apr la porta, per, si ritrov davanti una scena imprevista.

Suo padre era seduto sul letto e la stava aspettando.

Il completo grigio e la cravatta azzurro polvere indicavano che era rientrato in anticipo dal lavoro. Da bambina era affascinata dalla sua eleganza, dal buon odore che emanava quando la prendeva in braccio per farla rimbalzare sulle ginocchia. Crescendo, quella speciale intimit  fra genitore e figlia era svanita, probabilmente pure per colpa sua. E anche se non l'avrebbe mai ammesso apertamente, la ragazzina col ciuffo viola ne avvertiva la mancanza.

"Come va?" le domand subito l'uomo, con il solito sorriso affabile. Accanto a lui c'era una lunga scatola bianca con un bel fiocco di raso rosso.

"Una meraviglia" rispose, acida. Perfino lei stessa si detestava quando le usciva quel tono.

"Ti starai domandando perch sono qui" prosegu lui, incurante del suo umore.

"perch mamma ti ha detto della festa di stasera" replic pronta, aspettandosi un discorsetto su quanto fosse sconsigliabile e inopportuno partecipare nelle sue condizioni. Il regalo sul letto era il modo in cui il padre cercava di blandirla, ma lei conosceva troppo bene la tecnica e non si sarebbe lasciata sorprendere. Non poteva.

Ma lui la spiazz. "Io la penso esattamente come te: dovresti andarci."

Cosa stava succedendo? Non riusciva a credere che fosse cos facile ottenere ci che desiderava. Doveva esserci per forza qualcosa sotto. Un trucco, un inganno. "Per ti schiererai comunque dalla parte di mamma, giusto?" lo rintuzz, credendo di aver intuito il suo gioco.

"Nient'affatto" rispose il padre, scuotendo il capo. "Hai tredici anni, non possiamo sempre dirti quello che puoi o non puoi fare: dovresti capire da sola ci che  meglio per te."

Ai loro occhi era diventata improvvisamente adulta: non solo non ci credeva ma al pensiero le veniva anche da ridere. "Allora immagino che in quella scatola ci sia un bel vestito da sera..." lo provoc.

Il padre ignor la strafottenza e inizi a disfare il fiocco. Sollev il coperchio e le mostr il contenuto. Un paio di stampelle rosso metallizzato.

"Credo che queste siano meglio di un bel vestito. Le ho fatte realizzare dagli operai in fabbrica: un modello esclusivo in fibra di carbonio."

La ragazzina non riusciva a capacitarsi del regalo, ma soprattutto del fatto che lui fosse davvero dalla sua parte. Non sai quanto ho bisogno di te, pap , della tua protezione, avrebbe voluto dirgli. Soprattutto adesso. Per questo mi sono scritta addosso il tuo numero prima di buttarmi nel lago. Avrebbe voluto spiegargli che non voleva affatto partecipare a quella festa, ma non aveva scelta. E poi avrebbe voluto corrergli incontro e gettargli le braccia al collo, come faceva da bambina.

"Ho chiesto al tuo ortopedico: ha detto che se riesci a fare dieci passi con queste, sarai in grado di usarle anche subito."

La frase le arriv addosso come una secchiata d'acqua gelata. La ragazzina sent spegnersi l'entusiasmo. Ecco la fregatura, pens. Era una prova. Ogni cosa lo era con suo padre. L'uomo si accorse della sua smorfia di disappunto, adesso era lui a sogghignare.

"Voglio tentare" afferm lei, sicura, perch l'incontro che sarebbe dovuto avvenire alla festa era pi importante di qualsiasi cosa.

"Bene" sentenzi lui. Si alz dal letto e cominci a creare una specie di percorso nella stanza. Spost una sedia, scost il tappeto, rimosse tutti i possibili ostacoli. Infine, prese dal comodino l'orsetto bianco con cui dormiva da quando era piccolissima. Lo osserv. "Ricordo ancora quando te l'ho portato da New York, avevi appena due anni." L'aveva preso da FAO Schwarz e tante volte da piccola si era sentita promettere che un giorno sarebbero tornati insieme nel magnifico negozio di giocattoli. Non era accaduto e adesso era troppo tardi.

L'orso fu piazzato a circa cinque metri dalla carrozzina, come un traguardo. Poi il padre recuper le stampelle dalla scatola e gliele porse.

La ragazzina mise il blocco alle ruote della sedia affinch  non scivolasse all'indietro, quindi si alz. In bilico sulla gamba fratturata e perfettamente piantata su quella sana, impugn le stampelle e se le infil sotto le ascelle. Il padre si appoggi alla parete con le braccia conserte, per osservarla e fare da arbitro a quell'assurda sfida. Lei fiss l'orsetto nei piccoli occhi di vetro.

Facendo leva, mosse il primo passo.

Non fu difficile, ma non era ancora il caso di esultare. Il secondo fu altrettanto facile. Al terzo oscill perch quel maledetto tutore ortopedico, pur essendo leggero, la sbilanciava. Il quarto passo fu pi breve. Al quinto si fece coraggio perch era a met  strada. Al sesto ebbe la sensazione che le braccia le cedessero: si accasci su un ginocchio ma non cadde. Al settimo passo prov una fitta alle costole incrinate, si blocc perch le era mancato il fiato. Era sul punto di mollare e di scaraventare le stampelle contro il muro, ma decise di non cedere. L'ottavo le cost una fatica immensa, poteva sentire piccole goccioline di sudore che le imperlavano la fronte. Al nono digrign i denti ed emise un suono rabbioso perch le faceva male anche la spalla che si era lussata.

L'orso era l , mancava un solo passo.

Non poteva girarsi per vedere il padre, ma era curiosa di sapere se sul suo volto c'era un'espressione di sadico divertimento oppure d'incoraggiamento. Quando comp l'ultimo passo, avrebbe voluto esplodere di gioia. Ma si trattenne. Preferiva godere della reazione di chi era stato sconfitto. Finalmente, guard il genitore.

Come al solito, l'ingegner Rottinger sembrava imperturbabile. "Brava" disse soltanto.

"Mi hai insegnato tu a non arrendermi" gli concesse lei.

Ma l'uomo non si cur del complimento. Si avvicin, raccolse l'orso dal pavimento e gli accarezz la pancia. "Oscar ti accompagner  alla festa e rimarr  fuori ad attenderti."

Oscar era il suo autista, nonch guardia del corpo e tirapiedi.

"D'accordo" disse la ragazzina. Poi and a sedersi sul letto, esausta.

Prima di lasciare la stanza, il padre le riconsegn il peluche. "Come ho gi  detto, devi sapere da sola ci che  meglio per te... Ma forse dovremmo tutti rassegnarci al fatto che in molte cose sei ancora soltanto una bambina."

Quando fu uscito, la ragazzina col ciuffo viola fu colta da un attacco di collera. Per l'irritazione, afferr la testa dell'orso e cominci a tirare fino a staccargliela. Quindi lo scaravent nel cestino della carta che stava accanto alla scrivania e si mise a piangere.





22


La gente si teneva alla larga da casa sua.

I bambini in bicicletta acceleravano quando ci passavano davanti, le vecchiette si facevano il segno della croce. Una notte aveva sorpreso un gruppo di adolescenti che cercava di entrare al piano di sopra per compiere una specie di rito con croci e candele. La gente del lago la chiamava "la villetta degli orrori", perch cos l'aveva ribattezzata un articolo di giornale. Per fortuna, i suoi genitori non erano vissuti abbastanza per dover sopportare la vergogna di vedere il luogo in cui avevano abitato per oltre cinquant'anni ormai marchiato da quella triste reputazione.

La cacciatrice, invece, era costretta a pensarci ogni volta che tornava a rifugiarsi nella propria tana.

Le persone che aveva conosciuto nella sua vita precedente si erano chieste come mai avesse deciso di trasferirsi proprio l  dopo l'accaduto. Ma ormai, trascorsi cinque anni, nessuno glielo domandava pi. Gli amici di un tempo si erano dileguati. Non poteva biasimarli, forse anche lei avrebbe fatto lo stesso al posto loro. Aveva Pamela, ma lei era arrivata dopo. D'altronde, nessuno vuole stare vicino a chi si  sporcato con la morte, specie se quella morte  avvenuta in modo cos atroce da risultare inspiegabile. E lei si portava ancora addosso il puzzo del sangue. Quel tanfo avrebbe repulso chiunque, tranne le mosche.

apr la porta del seminterrato e scopr che c'era un pacchetto nella buca delle lettere. Lo prese, poi accese la luce per vedere di cosa si trattava.

A quanto pareva, l'ex marito era stato di parola.

Poggi il pacco sulla scrivania e and in bagno perch, da quando era salita in macchina per tornare a casa, si stava trattenendo dall'orinare. Aveva vagato intorno al lago per quasi tutto il giorno. Un tempo guidare le serviva a schiarirsi le idee. Mentre si liberava la vescica, pens che le restava un'ultima possibilit  prima di dover chiudere definitivamente con la storia del braccio e dell'unghia rossa.

Le persone tristi sono attratte dai dettagli.

Diceva cos il suo psicologo, e aveva ragione quando sosteneva che ormai la sua vita era costellata di ossessioni. E quello probabilmente era anche l'unico punto su cui fossero d'accordo. La terapia non le portava alcun beneficio, ma continuava perch la considerava una sorta di spia che l'avrebbe avvertita nel caso in cui avesse perso la ragione.

La sua pi grande paura era impazzire.

Quando ebbe finito, strapp un po' di carta igienica per asciugarsi. Quindi si tir su i jeans e schiacci il pulsante dello sciacquone. Passando davanti allo specchio, rallent il passo. Si guard e si chiese dove fosse finita la sua femminilit , il desiderio di curarsi, di farsi bella per qualcuno. Non era soltanto una questione d'et , cinquantatr anni non erano poi cos tanti. Qualcosa era entrato in lei, qualcosa di brutto. Si era fabbricato un nido caldo e non se ne sarebbe pi andato. Per questo, ci che adesso vedeva nel riflesso era il risultato della combinazione fra lei e quel parassita che si nutriva di dolore. Le torn in mente lo stato in cui versava il professor Rinaldi. Anche lui ce l'aveva dentro.

"finch  morte non vi separi..."

Spense la luce del bagno e, poco dopo, accese il pc. Mentre attendeva che si avviasse, apr il pacchetto dell'ex marito. All'interno c'era una chiavetta USB. La infil nell'apposita fessura. C'era un'unica cartella con diversi file video provenienti dal reparto di terapia intensiva e rianimazione dell'ospedale Sant'Anna. Le registrazioni, effettuate dalle telecamere di sorveglianza, comprendevano i quattro giorni in cui la figlia dei Rottinger era stata ricoverata dopo l'annegamento.

In totale, novantasei ore.

Se fosse stato necessario, le avrebbe controllate tutte. Ma era convinta che ci che cercava fosse limitato a un periodo preciso della degenza della ragazzina col ciuffo viola: le notti.perch di solito gli ospedali erano pi tranquilli. Ed erano perfette se qualcuno voleva passare inosservato.

Selezion i filmati dalle ventitr alle cinque del mattino. Avrebbe cominciato dal primo giorno: il venerd  dell'incidente al lago.

Si apr la finestra del programma di riproduzione. Lo schermo era diviso in nove scomparti, ciascuno relativo all'inquadratura di una diversa videocamera. Riprendevano dall'alto, in grandangolo, l'ingresso principale e i corridoi, comprendendo per anche l'uscita dagli ascensori. Le stanze dei pazienti erano ovviamente escluse per motivi di privacy, perci la cacciatrice non poteva sapere quale fosse quella della ragazzina.

Erano appena le diciannove, ma ebbe subito l'impressione che l'attendesse una lunga veglia davanti al pc. Con un occhio al monitor, and in cucina a prepararsi una moka. Poco dopo, torn al tavolo con una grande tazza in cui aveva versato l'intero contenuto della caffettiera. Si accese anche una Diana.

Nel reparto di terapia intensiva e rianimazione ogni cosa avveniva al rallentatore. Il calmo viavai di medici e infermieri e l'atmosfera ovattata avevano un effetto ipnotico su di lei. Gli occhi si muovevano meccanicamente sullo schermo in cerca di qualche anomalia, cos la mente poteva vagare.

Dopo l'incontro col professore, si aspettava che il passato sarebbe tornato a farle visita sotto forma di una presenza. Accadeva sempre quando si ritrovava davanti a una delle porte chiuse a chiave dentro di s. Ogni tanto, da dietro una di quelle porte, sentiva bussare. Lei doveva decidere se ignorare l'ospite, oppure lasciarlo entrare. Di solito aveva le sembianze di Valentina, con il volto solcato dalle lacrime, le mani e i piedi insanguinati e gli occhi inespressivi dei cadaveri.

"S sono la madre..."

Quando pensava a se stessa nel futuro, la cacciatrice si vedeva ancora in una casa abitata da spettri. Sempre pi incattivita. Sempre pi sola. La cosa peggiore che potesse capitare nella vita era restare incastrati nel presente. A causa del dolore, per lei il tempo non scorreva pi. La sofferenza le impediva di immaginare la possibilit  di un cambiamento, di un riscatto o anche soltanto di sembrare diversa.

"Come ci siamo ridotti..."

Il professor Rinaldi aveva ragione. Ma per ritrovarsi in quello stato non c'erano voluti anni, era bastato un giorno. Un singolo giorno. Un giorno maledetto. Sarebbe stato meglio se fosse accaduto in un periodo pi lungo, almeno non avrebbe provato l'insopportabile senso di colpa che la perseguitava perch proprio da quel cos breve lasso di tempo derivava la sgradevole sensazione che forse avrebbe potuto impedirlo. Oltre a una serie di dubbi senza soluzione.

Se avessi vigilato... Se avessi scorto un segnale, un'avvisaglia... O anche se soltanto fossi arrivata un po' prima...

Erano trappole mentali in cui di solito evitava di cadere, per non doversi avvitare inutilmente su se stessa. E che terminavano con la stessa, superflua constatazione.

Forse avrei potuto salvarla.

Il suo ex marito era troppo accondiscendente con l'assassino di Valentina.

"Sono passati cinque anni, ha diritto a una seconda opportunit ."

No, nessuna seconda opportunit . Forse il professore voleva soltanto dimenticare, rimuovere, cancellare: allora gli andava bene anche scendere a patti con il mostro. Oppure cercava soltanto una tregua dal dolore. Non poteva biasimarlo. Perdere un figlio era gi  una tragedia, ma perderlo come era accaduto a loro era la cosa peggiore che potesse capitare. Per questo la cacciatrice pensava che il proprio tormento facesse parte della condanna comminata all'omicida. Una pena accessoria per non aver vigilato abbastanza. Per non essere stata una buona madre.

Intanto le immagini delle telecamere continuavano a scorrere. Erano le ventuno e trenta e c'erano ancora parecchi filmati da visionare. Ma dopo quasi due ore e mezzo di quel trattamento, il suo respiro si fece regolare e fu pervasa da un'inaspettata ondata di benessere.

Nello schermo, i corridoi del reparto erano deserti, tranne che per un addetto alle pulizie, con tanto di camice, mascherina e cuffia per capelli, intento a passare una macchina lavapavimenti. La lentezza dei suoi movimenti aveva un potere soporifero, perci la cacciatrice si accese l'ennesima sigaretta e guard dentro la tazza, ma era vuota. Avrebbe dovuto preparare un'altra moka. E dire che una volta non andava oltre le tre tazzine, altrimenti le veniva subito la tachicardia. Accadeva quando il suo istinto di autoconservazione era ancora funzionante, o quando l'esistenza aveva ancora uno scopo. In quel momento, prov un irresistibile prurito alla gamba destra. Con un riflesso automatico, mosse la mano per grattarsi ma, cos facendo, strofin la punta arroventata della Diana contro il bordo della scrivania. La brace le cadde addosso e lei si scost subito per non bruciarsi, urtando con il gomito la tazza che precipit sul pavimento e and in frantumi.

"Cazzo" imprec, osservando il danno.

Allung un braccio e inizi a raccogliere i cocci, per poi gettarli uno alla volta nel cestino dei rifiuti sotto al tavolo. Si accorse che era rimasta con la sigaretta ormai spenta in bilico fra le dita dell'altra mano. Se ne sbarazz schiacciandola come un inutile insetto in mezzo ai mozziconi che strabordavano da una ciotola accanto al computer. Mentre si ripuliva la maglia dalla cenere, torn per un attimo con lo sguardo sul monitor e not un dettaglio che la costrinse a bloccarsi.

Nei brevi momenti in cui si era distratta, l'uomo delle pulizie era sparito, lasciando il macchinario in mezzo al corridoio. Il particolare che aveva attirato l'attenzione della cacciatrice era che non l'avesse spento perch le spazzole rotanti continuavano a girare.

Dove era finito?

Attese con trepidazione che tornasse da un momento all'altro. Forse  solo andato a prendere qualcosa che ha dimenticato, ipotizz. Qualcosa che gli serve per proseguire il lavoro, un arnese oppure altro detergente. Ma il comportamento era alquanto insolito. La cacciatrice fissava la macchina lavapavimenti che seguitava a pulire sempre lo stesso punto, come un automa che non  in grado di discernere l'inutilit  di un'azione ma la ripete perch si limita a obbedire a un comando.

Quando ormai stava perdendo le speranze di vederlo riapparire ed era pronta ad accelerare o rimandare indietro la registrazione, lo scorse mentre usciva da una delle stanze. Cosa c'era andato a fare e perch si era trattenuto per cos tanto tempo? Ma, soprattutto, chi era il paziente che era andato a visitare?

In realt , la cacciatrice non aveva bisogno che qualcuno le fornisse le risposte perch in cuor suo le conosceva gi . Anche se non avrebbe potuto provarlo, era convinta che nella stanza ci fosse la figlia dei Rottinger e che l'uomo che aveva davanti, col volto celato dalla cuffietta per capelli e dalla mascherina chirurgica, non lavorasse in ospedale, ma fosse andato l  per riprendersi un fazzoletto dimenticato per errore su una spiaggetta in riva al lago. O chiss  per cos'altro ancora. Il pensiero si accompagn allo sgradevole solletico dell'inquietudine.

Le persone tristi sono attratte dai dettagli, si disse. Per questo non riusciva a lasciar perdere.

Agli altri quelle sarebbero parse solo congetture, ma per lei erano un segno che fino ad allora non si era sbagliata. L  fuori c'era effettivamente qualcuno che aveva qualcosa da nascondere. Un falso eroe con un inconfessabile segreto. Una mosca a cui dare la caccia.





23


La villa rientrava di diritto fra le pi invidiate dimore di Bellagio. La ragazzina lo sapeva perch la madre non smetteva di denigrare chi ci abitava. Ai lati del viale d'ingresso c'erano due scie di torce che scortarono la Mercedes che la portava alla festa. Padelle romane erano state piazzate sui davanzali della facciata, che adesso spiccava nel cielo scuro con decine di pupille di fuoco.

La ragazzina col ciuffo viola indossava un vestitino nero in gabardine di Prada, impreziosito da una cinta sottile con una fibbia di lapislazzulo, un unico stivaletto in pelle di Gucci su cui erano ricamate piccole api dorate e, ovviamente, le stampelle rosse. Si era messa un cerchietto fra i capelli, tirati all'indietro con la cera. Come trucco, soltanto una pesante matita intorno agli occhi. Sapeva di non essere bella ma, anche se la cosa la faceva soffrire, affermava che non le importasse. I fisici delle sue coetanee cominciavano a sbocciare, lei invece continuava a somigliare a un torsolo. Non era semplicemente magra, era esile. Quel tratto distintivo della sua infanzia non voleva proprio sparire. Con un corpo simile era difficile farsi considerare pi matura. In verit , una parte di lei avrebbe voluto riavvolgere il tempo perch tutti gli adulti che conosceva erano infelici. E perch quando era pi piccola poteva contare sulla protezione dei genitori. A tredici anni, dentro di lei era una continua lotta fra due opposti desideri: crescere e tornare indietro. Con l'aggravante che adesso, per, doveva cavarsela da sola.

La macchina si ferm a pochi metri dalla guida rossa che conduceva a una tensostruttura piazzata nel giardino. Attraverso la tenda bianca, s'intravedevano le luci stroboscopiche che danzavano a tempo con la musica.

L'autista si volt verso di lei. "Ti aiuto?" domand, indicando con lo sguardo la gamba col tutore.

"Faccio da sola, grazie, Oscar."

"Io rimango qui" le ricord. "Chiama se hai bisogno."

"D'accordo" disse lei, anche se era senza cellulare. Quindi attese che lui andasse ad aprirle la portiera, scese dall'auto e si fece coraggio: si era esercitata tutto il pomeriggio per non sembrare goffa. Mont sulle stampelle e si avvi verso l'entrata del tendone.

La festa era gi  iniziata da un bel po' quando fece il suo ingresso. Come previsto, c'erano molti compagni della scuola privata che frequentava. Per l'et  dei partecipanti variava, perch le parve subito d'individuare pi di qualcuno che andava gi  alle superiori. Man mano che si addentrava nella sala, molti si voltarono a guardarla. Immaginava cosa pensassero, in fondo era trascorsa meno di una settimana dall'incidente del lago e sembrava incredibile che fosse gi  l  con loro. Ebbene s, sono tornata dal mondo dei morti, si disse. Eppure, a parte i graffi su braccia e gambe e il tutore alla caviglia, era quella di sempre.

"Come stai?" chiese una voce, con una spiccata pronuncia blesa.

La ragazzina si volt e si trov davanti Maia: la sua migliore amica parlava in quel modo a causa dell'apparecchio ai denti. Era strizzata in un vestitino di Dior e, senza attendere una risposta, ebbe uno slancio d'affetto e l'abbracci.

"Sto bene" la tranquillizz, ignorando la fitta alle costole.

"Mi hai fatto preoccupare, cazzo."

Maia aveva un bel viso, era grassottella ma non gliene fregava niente del giudizio degli altri. La ragazzina col ciuffo viola la ammirava perch non aveva intenzione di smettere di ingozzarsi di dolci e altre schifezze. Anzi, Maia esaltava il proprio aspetto rinnovando continuamente il guardaroba nelle boutique fra via Monte Napoleone e via della Spiga, a Milano.

"Non credevo venissi stasera" disse l'amica, staccandosi da lei e scrutandola bene per assicurarsi che fosse davvero tutto a posto.

"Avevo voglia di non pensarci pi e di rivedervi tutti." Era una bugia e, mentre la diceva, si guardava intorno, in cerca dell'unica persona che voleva veramente incontrare. Ma ancora non la scorgeva.

"Speravo che l'estate prima delle superiori saremmo andate insieme a Ibiza. Invece come fai con 'sto coso?" domand Maia, indicando il tutore alla caviglia.

Avevano programmato quel viaggio per mesi. Ma poi si erano allontanate all'improvviso e la ragazzina col ciuffo viola credeva che l'amica non volesse pi partire con lei.

"Mi sa che quest'anno mi tocca andare in Toscana dalla nonna, sai che palle" afferm Maia, poi la fiss, seria. "Ascolta, io non so che ti  preso ultimamente: sei sparita, non ti fai pi sentire... Che ti ho fatto?"

"Tu non c'entri" si affrett a dire, ed era vero. Il motivo per cui il loro rapporto si era raffreddato era legato a qualcosa di cui non voleva parlare. Maia non avrebbe capito. E poi il distacco non aveva riguardato solo lei, molte altre cose erano cambiate. In peggio. La ragazzina col ciuffo viola si tormentava, perch voleva solo tornare alla vecchia vita. Stava per dire all'amica che le dispiaceva, che era stata proprio una stronza e che avrebbe cercato di rimediare. Ma prima di aprire bocca, not la persona che stava cercando.

Capelli castani che gli arrivavano al collo, sorriso magnetico e occhi verdissimi: il ragazzo era insieme ad alcuni amici dall'altra parte della sala. Indossava jeans, camicia di jersey e mocassini e aveva l'aria disinvolta di chi ha gi  imparato a stare al mondo.

Alla ragazzina cominci a battere forte il cuore.

Maia intercett la direzione del suo sguardo. "Il bastardino  arrivato col centoventicinque che gli ha appena regalato il padre."

Il "bastardino", come lo chiamava l'amica, era Raffaele, un diciassettenne che andava al liceo. Gli si avvicin una biondina, sinuosa come una modella. I due si scambiarono un bacio sulle labbra e lui le piazz una mano sul sedere.

" venuta anche la principessina" comment Maia, riferendosi alla fidanzata. "Chiss  cosa si prova a stare con una merda."

L'amica non lo sopportava perch, quando non era ancora cos sicura di se stessa, Raffaele l'aveva presa in giro pubblicamente per il suo aspetto fisico. Dopo quell'episodio, la ragazzina col ciuffo viola si era sempre tenuta alla larga da lui, temendo di fare la stessa fine a causa del corpo acerbo e sgraziato che si ritrovava.

Ma poi, un giorno, era accaduto qualcosa: Raffaele si era accorto di lei.

Quell'improvviso interessamento era una delle ragioni per cui si era allontanata da Maia: non voleva che lui le paragonasse. Adesso si sentiva meschina. Ma aveva gi  deciso che avrebbe messo fine a tutto questo. Quella sera stessa.

Attese che Raffaele fosse solo e, mezz'ora dopo, lo intravide mentre usciva in giardino a fumare. Pens che fosse il momento giusto e gli and dietro.

Il ragazzo era di spalle, con una mano in tasca e guardava la piscina. Stava parlando con un coetaneo, un tipo con una camicia a scacchi. Ma si scambiarono appena poche frasi,perch l'altro se ne and quasi subito.

Allora Raffaele si volt, la vide. Evidentemente si era gi  accorto di lei. Ma non disse nulla, si limit a sorriderle e indic la casa con il capo. S'incammin e lei lo segu con le stampelle, tenendosi a distanza.

Lo vide salire la scalinata di marmo che si avvolgeva su se stessa come una columella. La ragazzina guard in alto e si disse che poteva farcela. Giunta con fatica al primo piano, lo individu in fondo al corridoio. La stava aspettando accanto a una porta chiusa. Lo raggiunse.

"Ho saputo cosa ti  successo" disse subito lui.

Ma lei non aveva voglia di parlare dell'episodio del lago. Era venuta con uno scopo preciso e, avendo paura di smarrire il coraggio, decise di andare subito al punto. "Voglio smettere" esord, sicura.

Raffaele la guard, stupito. "Che significa?"

Stava fingendo, se lo sentiva: non era affatto meravigliato. "Quello che ho detto:  finita."

"Vuoi dire per il bacio di poco fa?"

Il fatto che avesse baciato la fidanzata, che aveva giurato mille volte di lasciare, non le interessava. Erano altri i motivi che la spingevano a compiere quel passo, e lui avrebbe dovuto intuirli. "Non me ne frega un cazzo di quella,  che non mi sta pi bene ci che stiamo facendo."

Raffaele incroci le braccia. "E cosa stiamo facendo? Sentiamo..." domand, divertito.

Lei tacque e lo fiss. Giur a se stessa che non avrebbe distolto lo sguardo per niente al mondo. cos lui avrebbe finalmente capito quanto fosse seria.

Il ragazzo cambi atteggiamento, si fece dolce e le accarezz una guancia. "Piccolina, non mi va di litigare con te."

Lei scost il capo, non voleva pi essere toccata da lui.

"perch adesso fai cos? Non vuoi pi essere la mia piccolina?"

Quella vocina da bambino offeso le dava ai nervi. Fino a qualche settimana prima non si sarebbe nemmeno sognata di entrare nelle sue grazie, perfino di stare cos vicina a lui. All'inizio non voleva crederci, poi aveva constatato che era tutto vero. Ma non si era mai chiesta perch uno come Raffaele, bello, ambito, popolare, s'interessasse improvvisamente a un'insignificante nullit  come lei. Aveva avuto paura di scoprire che era stato tutto un sogno o, peggio, un inganno della sua mente. L'illusione di una povera stupida che credeva di essere diventata di colpo desiderabile. "Voglio che cancelli le foto" gli intim, con tono fermo.

Il ragazzo si mise a ridere.

"Non scherzo."

In quel momento, si accorse che lui sollevava il capo e guardava oltre le sue spalle. Si gir e vide che dalle scale era arrivato il ragazzo con la camicia a scacchi con cui Raffaele aveva scambiato qualche parola poco prima, accanto alla piscina. Cap all'istante ci che stava per accadere. Fu invasa da un'ondata di tristezza ma si sforz di trattenerla perch non straripasse in pianto.

"Dovrai darmi un'altra prova d'amore, piccolina" disse il bastardino.

Erano mesi che andava avanti cos. In principio erano piccole richieste, quasi innocenti. Poi lui aveva cominciato ad alzare le aspettative e a chiederle cose sempre pi imbarazzanti. Lei non si era mai tirata indietro, pensando che fosse normale che lui cercasse di farle fare "esperienza", visto che era appena uscita dall'infanzia. In fondo, affermava di farlo per lei. Ma, dopo un po', aveva iniziato a sentirsi a disagio. Sporca, era la parola giusta. E la cosa pi assurda era che pensava di essere sbagliata. Non l'aveva mai sfiorata l'idea che, invece, potesse essere lui quello spregevole.

"Io non voglio" disse stavolta.

Lui sembr contrariato. "Non puoi tirarti indietro, farei una brutta figura:  un mio amico, ormai gliel'ho promesso."

Scioccamente, aveva sperato che le sue condizioni, con il tutore alla caviglia e tutto il resto, li scoraggiasse. Non era cos.

"Non voglio" ripet, con la voce che cominciava a incrinarsi.

Raffaele si avvicin, lei poteva sentire il suo alito di sigaretta. "Tu adesso vai con lui l  dentro e fai quello che devi fare,  chiaro?" le ordin, indicando la porta chiusa. "Altrimenti quelle foto finiranno sui cellulari di tutta Como."

La ragazzina non immaginava che potesse arrivare a tanto. "Mio padre ti denuncer " lo minacci.

"Tuo padre si vergogner  di te" replic lui, gelandole il sangue. Poi si avvi lungo il corridoio e scambi un cenno d'assenso con l'altro ragazzo che, invece, le and incontro.

Quando i due amici s'incrociarono, la ragazzina col ciuffo viola not il denaro che passava da una mano all'altra.





24


Aveva cercato di assentarsi, vagando con la mente per tutto il tempo e lasciando che quel ragazzo sconosciuto si prendesse ci che voleva. L'importante era che lo facesse in fretta. Poi, quando lui ebbe finito, lo vide rivestirsi velocemente, come se fosse imbarazzato da ci che era appena successo.

Paradossalmente, prov pena per lui.

Quando usc dalla stanza, lei rimase ancora un po' sul letto a fissare il soffitto. Il vestito tirato su fino all'ombelico, le mutandine sul pavimento insieme alle stampelle, un bruciore alle parti intime. Non doveva essere molto esperto, non si era nemmeno curato che lei fosse pronta ad accoglierlo. Mentre lui ansimava come un cane dopo una corsa, la ragazzina col ciuffo viola non aveva emesso un fiato. Aveva sopportato il suo peso molle su di s, anche se le comprimeva il petto. Alla fine si era ritratto rapidamente e aveva lasciato sgorgare il suo scarso entusiasmo sulla sua pancia. Sentiva ancora il liquido caldo che le colava lungo i fianchi. Afferr un lembo del copriletto, lo tir a s e lo us per ripulirsi, poi si alz a sedere. Le girava la testa. Si abbass la gonna, si ricompose e, dopo aver recuperato le stampelle, si apprest anche lei a lasciare quel posto.

Scese lungo lo scalone di marmo attaccandosi alla balaustra in ferro battuto. Ogni gradino, un piccolo crampo alla caviglia. Era arrivata quasi in fondo, quando vide sopraggiungere Maia.

"Dove sei stata?" chiese l'amica, preoccupata. "Ti ho cercata dappertutto."

La ragazzina aveva la nausea. "Sai dov' il bagno?"

Maia si accorse del suo malessere,perch cambi espressione. "Certo, da questa parte."

L'aiut a raggiungerlo, poi si chiuse dentro insieme a lei. La ragazzina si guard allo specchio, era pallida e la matita degli occhi le era colata lungo le guance ma non ricordava di aver pianto. apr il rubinetto e si appoggi al lavandino per riprendere fiato.

"Non  che hai preso qualcosa, no?" domand Maia, pensando fosse la reazione a qualche droga.

"No" le assicur, ma si ricord che una volta Raffaele l'aveva costretta a provare una pillolina fucsia. Solo per divertirsi un po', aveva detto. Non aveva mai capito in cosa consistesse il "divertimento"perch dopo non ricordava nulla, ma aveva lividi ovunque. Lui tirava coca, questo lo sapeva. "Ti dispiace andare fuori a cercare Oscar? Vorrei tornare a casa..."

Sulle prime, Maia parve indecisa: non voleva lasciarla sola in quello stato.

"Per favore."

"Va bene" disse Maia, e usc dal bagno.

La ragazzina fu sorpresa da un conato, si pieg per vomitare ma non venne fuori nulla. Rutt e, dal profondo dei polmoni, esal un odore familiare. Il lago. Le torn in mente l'uomo che l'aveva sottratta alle acque, il suo misterioso eroe. Inizi a gridare. "Dove cazzo sei, brutto figlio di puttana? perch non ci sei adesso che ho davvero bisogno di te? perch non mi hai lasciato affogare, stronzo?!" Mentre piangeva e inveiva contro di lui, si volt per un istante verso la finestra. Le sembr di intravedere qualcosa dietro i vetri.

Due occhietti che la fissavano.

Gett un urlo, ma si copr subito la bocca. Si stacc dal lavandino e fece un passo indietro, rischi d'inciampare. Poi uno in avanti, poi un altro. Arrivata di fronte alla finestra, afferr la maniglia e spalanc le ante. Qualcosa cadde dal davanzale ai suoi piedi. La ragazzina col ciuffo viola vide cos'era, senza sapersi dare una spiegazione.

Sul pavimento c'era l'orsetto bianco di peluche che aveva gettato via quel pomeriggio dopo averlo decapitato per la rabbia.

Qualcuno gli aveva ricucito la testa.





25 marzo

Quando la suora viene a chiamarlo, sta facendo colazione insieme agli altri nel refettorio. Ma intorno a lui ci sono soltanto sedie vuote. La suora gli dice semplicemente che  arrivato qualcuno per portarlo via. Solo i bambini speciali vanno via dall'istituto, pensa mentre la suora lo riaccompagna in stanza per fare i bagagli. Quante volte ha sentito ripetere quella frase?

Il bambino non sa chi sia venuto a prenderlo e, dopo tre anni, non se l'aspettava pi. Mentre infila le sue cose nella borsa  eccitato. Non gli dispiace andarsene. Non ha amici da salutare, n particolari ricordi che lo legano a quel posto. In tutto il tempo che  stato l , ha imparato a starsene sempre da solo. Fin dalla prima notte fra quelle mura. Una notte di urla e di sangue. E di vendetta.

Su una cosa Micky aveva ragione: gli ha insegnato a essere un vero uomo.

Da allora nessuno si  pi permesso di fargli del male, di prenderlo in giro per i capelli che non ha o per le cerniere lampo ai lati della testa. Girano alla larga, come se fosse un cane senza padrone che, dopo essere stato preso sempre a calci, ha imparato a difendersi a morsi.

Quando ha terminato il bagaglio, la suora lo conduce nell'ufficio della direttrice. La porta si apre e il bambino riconosce un volto familiare.

Martina ha qualche capello bianco ma, in fondo, sembra sempre la stessa. Gli sorride. "Ciao" dice. "Abbiamo un treno che ci aspetta: ti ho trovato una famiglia."

Il bambino non ci sperava pi, ormai si era rassegnato. Pensava che "la sua storia" fosse un impedimento insormontabile. Anche se non ha mai scoperto di preciso qual , perch nessuno gliel'ha mai raccontata.

Poco dopo sono in taxi, diretti verso la stazione. Il tassista continua a osservarli dallo specchietto retrovisore. Il bambino sa che  per via del suo aspetto. L'assistente sociale non se ne accorge e gli parla come se non si vedessero da una settimana, ma lui sente che qualcosa  cambiato.

"perch non sei pi venuta a trovarmi?" le domanda, biascicando.

Lei gli rivela che nel frattempo ha conosciuto un uomo, che si  sposata. "Ci siamo trasferiti altrove per un po', per via del lavoro di mio marito" spiega. "Ma ora siamo tornati e ho ripreso il mio vecchio posto."

Il bambino, per, non ce l'ha con lei. In fondo, Martina gli sta semplicemente dicendo che la sua vita  andata avanti perch nessuno ha l'obbligo di salvare il mondo. Malgrado il dolore di qualcun altro che si sente abbandonato. Qualcuno  felice, qualcun altro ne paga il prezzo.  cos che funziona, n lui, n Martina possono farci niente.

"Come  andata con gli altri bambini dell'istituto?" gli domanda. "Sei riuscito a farti degli amici?"

Per un attimo il bambino ha pensato che volesse parlare di ci che era accaduto la prima notte, ma Martina non sa nulla e lui  sollevato. "S tanti amici" mente, poi aggiunge: "Vera non  mai venuta a trovarmi".

Martina gli accarezza una guancia. "Vera non verr  mai pi."

Non sa se dispiacersi. Forse dovrebbe, d'altronde  sua madre. Ora la immagina in qualche posto caldo, circondata dai mosconi che le piacciono tanto. Ma la verit   che non prova pi niente per lei. Ha paura di dirlo a Martina, teme che lo giudichi male per questo.

Da un po' di tempo, il bambino non prova pi niente per nessuno.

Il viaggio dura diverse ore. Non  mai stato su un treno. Quando Martina si rende conto di come lo guardano gli altri passeggeri, gli mette subito in testa un cappellino che ha portato con s. "Non te lo togliere, va bene?"

Quando giungono a destinazione  gi  sera. La sua nuova famiglia abita in un paesino fra le montagne. Si chiamano Appennini. Per raggiungere il posto  necessario proseguire in auto. Infatti, fuori dalla piccola stazione trovano un uomo,  venuto a prenderli. Il bambino ha capito che quello  il suo nuovo padre, ma non sa se pu chiamarlo cos. Non ha mai avuto un padre prima d'ora. A parte i mosconi di Vera, ma non si sarebbe mai sognato di rivolgersi a loro in quel modo.

Il suo nuovo padre  un uomo alto, con spalle larghe e grandi mani. Ha una strana ombra sulla faccia, di tristezza e anche di diffidenza. Il nuovo padre lo scruta. Al bambino non piace quando qualcuno lo fissa in quel modo.

"Ci salutiamo qui" gli annuncia Martina.

"Non mi accompagni?" chiede il bambino, che non immaginava che lei lo lasciasse cos.

"Devo tornare a casa da mio marito" si giustifica l'assistente sociale. "Ma qui ti troverai bene."

Il bambino non sa chi sia il marito di Martina, ma pensa che sia molto fortunato a stare insieme a lei. Solleva lo sguardo sull'uomo che  venuto a prenderlo.

"Andiamo" gli dice quello e non aggiunge altro.

Senza nemmeno sapere perch, il bambino gli prende la mano. L'uomo, per, non se ne cura. Si dirigono insieme verso l'auto.

La sua nuova casa  in mezzo ai boschi. La porta si apre e ad accoglierli c' una donna sorridente, che indossa un grembiule azzurro. Ha i capelli in ordine e un bell'aspetto. C' un buon profumo di cibo.

"Benvenuto" gli dice, entusiasta. "Questa  casa tua."

Guardando meglio i nuovi genitori, il bambino pensa subito che c' qualcosa che non va. Si sforzano di apparire giovani, ma sono vecchi.

Anche la casa  strana. In ogni stanza c' una sedia a dondolo.

La nuova madre non sembra fare troppo caso al suo aspetto.  come se non notasse la testa e le sopracciglia pelate, le cicatrici. Soprattutto non gli chiede che fine abbiano fatto i denti. Durante la cena parla solo lei. Il nuovo padre, invece, ha la testa ripiegata sul piatto, immerso in chiss  quali pensieri. Il bambino inizia a chiedersi se per caso la nuova madre si aspetti qualcosa in cambio di tanta gentilezza.

"Ti piace il gelato?" gli domanda la donna mentre stanno terminando un ottimo passato di verdure.

"S mamma" risponde lui, credendo che sia ci che vuole sentirsi dire.

A quella parola, il nuovo padre si ridesta e smette improvvisamente di mangiare.

La nuova madre non dice pi nulla per un tempo che sembra infinito. Per continua a sorridere. "Forse sar  meglio che il gelato lo mangiamo domani, ora sarai stanco dopo il lungo viaggio" afferma a un certo punto, come se niente fosse, senza perdere il suo tono allegro.

Il nuovo padre e la nuova madre gli mostrano la sua stanza, al piano di sopra.  molto bella e spaziosa.  tutto nuovo: i mobili, i libri, i giocattoli che non ha mai avuto. Nell'armadio non ci sono vestiti, ma la nuova madre gli promette che presto ne compreranno della sua misura. Mentre sono ancora sulla soglia, il bambino si volta distrattamente verso il lungo corridoio. In fondo, intravede un'altra stanza chiusa.

Nella penombra c' una porta coi vetri smerigliati.  verde.

"Che ti succede?" domanda la nuova madre che ha notato un turbamento.

Il bambino non pu rispondere,  paralizzato. Gli sembra di scorgere un'ombra che passa rapida dietro la lastra opacizzata.

Allora  il nuovo padre a parlare, il tono  duro. "Non dovrai mai entrare l , chiaro?"

Le luci della casa si spengono,  ora di andare a letto. Il bambino  nella cameretta, la nuova madre gli ha portato un bicchiere d'acqua e gli ha rimboccato le coperte.  stanco ma non riesce a dormire. Resta immobile con gli occhi sbarrati, perch ha paura che se li chiude succeder  qualcosa. Nel silenzio della notte si sente solo il vento che scuote la casa e gli alberi del bosco. Ma, in mezzo a quei rumori, s'insinua un suono. All'inizio  debole, appena accennato. Poi diventa sempre pi evidente.

Due note prolungate, di una dolcezza fastidiosa. Un richiamo familiare.

Il bambino sa che, se non d  retta a chi reclama la sua attenzione, il fischio non smetter . Nonostante l'ordine del nuovo padre, decide di alzarsi. Percorre il corridoio lentamente, obbedendo alla chiamata. Arriva in fondo, davanti alla porta verde coi vetri smerigliati. Gira la chiave nella serratura e abbassa la maniglia. Spinge il battente e viene investito da un odore che ha gi  sentito tante volte.

Disinfettante. Puzza d'ospedale.

Avanza cercando di capire dove si trova. La luna che penetra debolmente da un abbaino fa brillare le cromature di un letto d'acciaio, vegliato da tanti apparecchi spenti. C' un bastone per le flebo e un carrello di medicinali. Ma, nonostante tutte queste cose, le pareti sono colorate e ci sono altri giochi.

 la stanza di un altro bambino.

Un cigolio. Si volta di scatto. La sedia a dondolo nell'angolo si muove nel buio. C' seduto sopra qualcuno. E sta fumando.

"Hai notato come ti ha guardato l'uomo quando  venuto a prenderti alla stazione?" dice Micky, spargendo intorno a s una nuvola grigia. "Non ha avuto alcuna reazione quando ha visto quanto sei brutto."

"Nemmeno la donna" risponde il bambino. "Forse non gli importa."

Micky si mette a ridere. "La verit   che uno vale l'altro."

"Che significa?"

"Significa che tu o un altro, non faceva differenza."

Il bambino non capisce.

Micky si spiega meglio. "Hanno avuto un figlio. Quel figlio  morto. Tu sei qui per rimpiazzarlo: brava scimmietta."

Il bambino si guarda di nuovo intorno. Micky ha torto: se l'hanno scelto, c' un motivo. "Invece di prendere me, non potevano farne un altro?"

"Il figlio  crepato tanto tempo fa, adesso  troppo tardi per loro."

"Non danno bambini a chi  vecchio" ribatte, sicuro che per lui sia stata fatta un'eccezione.perch lui  speciale.

"Tu sei uno scarto, ragazzino" replica Micky. "Sei qui solo perch hanno dovuto accontentarsi."

Il bambino vorrebbe non credergli, ma sa che  cos.

"Con la tua storia cosa ti aspettavi?"

A quanto pare, anche Micky la conosce. Allora il bambino prova a domandare: "Qual  la mia storia?"

L'altro aspira una lunga boccata dalla sigaretta. "Vuoi davvero conoscerla?"

"S per favore."

Micky ci pensa un po' su. "Va bene, ragazzino. Ma da oggi in poi farai tutto quello che ti ordino."





25


I gatti vennero ad accoglierlo, lo circondarono strofinandosi contro le caviglie. L'uomo che puliva richiuse la porta sul retro del civico 23 e, come sempre, attese di capire se fosse l'unico ospite della casa. Quindi s'inoltr. Aveva con s un sacchetto di carta con un paio di tramezzini e una bottiglietta d'acqua naturale che aveva acquistato da un distributore automatico.

Uscito dal lavoro, si era recato direttamente l  senza passare dal suo appartamento. Non voleva incontrare Micky, sperava di sfuggirgli per non dovergli dare spiegazioni. In fondo, cosa aveva fatto Micky per lui in tutti quegli anni? L'uomo che puliva l'aveva accudito, curato. Era stato un buon servitore. Aveva assecondato ogni sua richiesta, anche la pi sgradevole. Invece, Micky non era stato di parola.

Non gli aveva ancora raccontato la sua storia.

Perci l'uomo che puliva non aveva alcuna voglia di giustificarsi per aver passato le ultime ventiquattro ore in compagnia della ragazzina col ciuffo viola.

L'aveva guardata dall'altura che dominava la villa in cui abitava, mentre faceva colazione in giardino, tutta sola sulla sedia a rotelle. L'aveva vista reclinare il capo all'indietro e chiudere gli occhi e l'aveva imitata, scoprendo quanto fosse dolce la carezza del vento. Per contraccambiare, le aveva fatto ascoltare la sua canzone preferita, custodita nel cellulare che aveva ritrovato sul pontile.

Era un modo per farle sapere che era vicino. E che non doveva avere paura.

Poi aveva preso in prestito il Fiorino di Micky e l'aveva seguita alla festa per riportarle il suo orso di peluche, che stranamente aveva rinvenuto senza testa nella spazzatura. L'aveva perfino ricucito per lei. Dal parabrezza l'aveva vista scendere, elegantissima, da un'auto scura ed entrare in un grande tendone illuminato e pieno di musica.

Fuck era bellissima.

Si era introdotto di nascosto nella propriet  per sorvegliarla, curioso di saperne di pi sul suo conto. Chi erano i suoi amici, com'era quando stava in mezzo agli altri, se era felice oppure triste. L'aveva vista chiacchierare con una coetanea e poi dirigersi in casa al seguito di un ragazzo pi grande, che portava i capelli lunghi fin sotto le orecchie. All'uomo che puliva piacevano i capelli del ragazzo, avrebbe voluto averli uguali. I due erano saliti al primo piano e lui, per non perderli d'occhio, si era arrampicato su una grondaia. Dal cornicione aveva ascoltato il loro diverbio, carpendo poche battute e un vago riferimento a delle foto. Poi era arrivato un altro ragazzo con una camicia a scacchi e Fuck era entrata con lui in una camera da letto. L'uomo che puliva non aveva voluto guardare cosa accadeva l  dentro. Era a disagio, provava disgusto e delusione. Ma quando lei era uscita per tornare di sotto, si era accorto che non stava bene. Infatti poi era andata subito in bagno.

Si sedette al tavolo della cucina e sistem davanti a s quanto c'era nel sacchetto. apr la confezione trasparente del primo tramezzino e lo addent distratto, ripensando alla scena a cui aveva assistito.

Mentre la guardava attraverso la finestra del bagno, Fuck si era messa a urlare di fronte allo specchio. Uno sfogo violento e imprevedibile. In un primo momento, l'uomo che puliva non aveva capito che ce l'avesse con lui, ma poi in mezzo agli insulti aveva colto una domanda.

"perch non ci sei adesso che ho davvero bisogno di te?"

La ragazzina aveva bisogno di lui? Non se l'aspettava, l'idea non lo aveva mai neanche sfiorato. Improvvisamente, l'uomo che puliva aveva iniziato ad agitarsi. Siccome non sapeva cosa fare, aveva lasciato il peluche sul davanzale ed era scappato via.

Adesso non poteva fare a meno di considerare che c'era qualcosa di diverso. Sentiva di essere cambiato.

Per questo dopo la festa non era potuto rientrare nel suo appartamento, Micky avrebbe capito all'istante che c'era qualcosa di strano. Micky, a volte, leggeva nella sua mente. Cos, l'uomo che puliva era tornato al civico 23, rimanendo sveglio fino all'ora in cui doveva prendere servizio. Aveva continuato a pensare all'accaduto per tutto il giorno. Non gli era mai successa una cosa del genere. Di solito, la gente non aveva bisogno di lui. La sua unica utilit  era liberarli da ci che non volevano pi. D'altronde, oltre ad aiutarli a sbarazzarsi dei rifiuti, non avrebbe saputo cos'altro fare per loro.

La luce del pomeriggio filtrava dalle persiane chiuse, scomponendosi in lame di pulviscolo dorato che tagliavano la stanza. L'uomo che puliva scopr di non avere pi fame. Sbriciol ci che rimaneva dei tramezzini e lo distribu sul pavimento, cos che i gatti potessero far sparire tutto. Dopo aver bevuto un sorso dalla bottiglietta d'acqua, s'infil una mano in tasca ed estrasse il cellulare di Fuck.

Lo accese ancora una volta.

Di nuovo, all'apparizione della mela morsicata fece seguito una miriade di avvisi, con riquadri che si aprivano e si richiudevano. Non faceva in tempo a leggere le scritte contenute in quegli spazi, era troppo lento, ma in fondo non gli interessavano.

C'era qualcos'altro che gli premeva sapere.

Dopo aver sommato le cose che conosceva sul conto di Fuck, aveva tratto anche delle conclusioni. La ragazzina col ciuffo viola aveva cercato di farsi del male gettandosi nel lago. Prima di buttarsi, per, aveva lasciato il cellulare sul pontile, come se l  dentro fosse celata la spiegazione al gesto estremo. Poi era andata alla festa e aveva avuto una discussione con un ragazzo pi grande, quindi si era appartata con un amico di quello e, infine, si era sentita male.

Tutte le sue azioni, per, non sembravano frutto di una scelta. Era come se gliele avesse imposte una forza oscura. Come se anche lei avesse un Micky che le dava ordini. Fuck non voleva fare ci che ha fatto, si disse.  stata costretta. Ma l'uomo che puliva non aveva notato alcun atteggiamento violento, nessuna minaccia. Ci pens bene. A volte non ce n' bisogno, ragion. Gli venne in mente ci che Fuck aveva detto al ragazzo che portava i capelli lunghi fin sotto le orecchie.

"Voglio che cancelli le foto."

Ma di quali foto stava parlando? Era possibile che ve ne fosse traccia nel cellulare? Siccome ormai era diventato pratico di alcune funzioni, apr di nuovo quella specie di album in cui erano raccolti gli scatti che Fuck aveva conservato. Osservando daccapo le immagini, non gli parve di cogliere nulla di nuovo o di strano. Ma poi, facendo scorrere le sezioni in cui erano suddivise, gli cadde l'occhio sull'ultimo simbolo dell'elenco.

Un piccolo bidone della spazzatura.

L'uomo che puliva sapeva bene che a volte nei rifiuti si potevano trovare le risposte pi inimmaginabili perch, come si ripeteva sempre, la spazzatura non mente mai. Con un leggero stato di ansia, premette il simbolo.

Ci che vide lo lasci sgomento.

Baci proibiti. Mani sconosciute che frugavano il corpo di Fuck, fragile e acerbo. Atti che lui non aveva mai commesso, nemmeno col pensiero. Tutto ci non si addiceva a una bambina. Prov un senso d'oppressione che gli serr la gola. Si alz e inizi a vagare per la cucina, in preda alla collera. La odiava, poich si sentiva tradito. perch lei gli faceva questo? Stava per sferrare un pugno a uno stipo, ma si blocc perch una sensazione lo costrinse a riflettere. C'era qualcosa di profondamente ingiusto in quelle immagini, lo percepiva con chiarezza. Ma non era rivolto contro di lui. Una nuova rabbia cominci a montargli dentro, insieme a un'infinita compassione.

Senza che l'uomo che puliva se ne accorgesse, una piccola lacrima gli scivol lungo la guancia.





26


Dopo aver riflettuto a lungo, la cacciatrice di mosche era giunta a una risoluzione. Doveva tornare indietro, ricominciare dall'inizio.

Dal braccio di Nesso.

Se avesse scoperto il legame fra la donna senza volto e il misterioso salvatore della figlia dei Rottinger, sarebbe potuta risalire all'identit  dell'uomo e capire cosa avesse da nascondere. Era sufficiente un semplice punto di contatto fra i due per iniziare a ricostruire la loro storia.

Erano all'incirca le ventuno di una serata di nebbia fine. In giro non c'era nessuno, sembrava inverno. La Clio era parcheggiata di fronte all'ingresso del Palazzo di Giustizia di Como. Dall'abitacolo, la cacciatrice teneva d'occhio l'edificio.

Stava aspettando Silvi, il medico legale assegnato al caso della presunta suicida sconosciuta.

Nel frattempo, ramment quanto il patologo aveva detto dopo aver compiuto un esame sommario dei resti ripescati nel lago. Caucasica, et  approssimativa fra i sessanta e i sessantacinque. Dallo stato di conservazione dei tessuti e dalle lacerazioni si poteva ipotizzare che la vittima fosse rimasta in acqua per due o tre giorni. Silvi aveva parlato di "depezzamento" avvenuto all'altezza della spalla destra, specificando che la natura della lesione non faceva ritenere che fosse stato usato uno strumento da taglio. Ma, come gi  qualche giorno prima, la cacciatrice pens di nuovo che ci non escludeva l'omicidio.

"Causa del decesso: un'irresistibile forza sconosciuta" ripet a bassa voce, riprendendo le conclusioni del dottore dei morti.

Le squill il cellulare.

"Dove sei? Sono passata da casa tua e non c'eri." La voce di Pamela conteneva sempre una nota di rimprovero, anche quando non ce n'era motivo.

"Ho avuto da fare." Avrebbe dovuto dirle della scoperta fatta nelle registrazioni video del Sant'Anna, ma non poteva senza spiegarle come si era procurata i filmati e risalire col racconto alla visita a casa dei Rottinger. Troppa roba per una semplice telefonata. Anche perch, soprattutto, non voleva rivelarle dove fosse in quel momento. "Che succede, hai litigato di nuovo con Giorgia?" chiese, cercando di deviare la conversazione.

"La stronza si  calmata" le comunic l'amica. "Ma ho fatto la ricerca che mi avevi richiesto."

"Che ricerca?"

"Il bastardo della Porsche."

Aveva completamente rimosso la ragazza dei sottaceti fra i surgelati e ci che era accaduto al discount. Si sent in colpa. "Che hai scoperto?"

"Avevi ragione, gli piace fare il duro con le donne. Non ha precedenti ma a suo carico esistono un paio di denunce per maltrattamenti da parte di ex fidanzate, che poi per sono state ritirate."

Ha comprato il loro silenzio, pens la cacciatrice. Oppure, con le querele le ragazze avevano comunque raggiunto lo scopo di liberarsi di lui e a quel punto era inutile continuare. Anche se ritrattando le accuse avevano messo a rischio quelle che sarebbero venute dopo di loro, non se la sentiva di condannarle per aver voluto evitare il mortificante passaggio in un tribunale e la gogna ignobile a cui erano sottoposte in modo implicito le compagne di un violento, come se fossero complici invece che vittime.

"Che intendi fare?" domand Pamela. "Pensavi al solito trattamento?"

"Il solito trattamento" conferm la cacciatrice. Presto il bastardo con la Porsche avrebbe avuto la lezione che meritava.

Riattacc e guard l'orologio, chiedendosi quanto ci avrebbe messo Silvi. Come se l'avesse invocato col pensiero, vide scendere la sua figura allampanata dalle scale del tribunale, stretto nell'impermeabile e con la borsa di pelle che ondeggiava, sbilanciandolo, a causa delle impetuose folate di vento. Sembrava un fuscello in balia degli elementi.

La cacciatrice accese il quadro motore e diede un paio di colpi di clacson per attirare l'attenzione. Silvi si blocc, guardandosi intorno. Quando la individu, impieg qualche secondo a riconoscerla.

"Cosa vuoi?" le grid con il solito tono scorbutico, mentre si avvicinava.

La cacciatrice apr il finestrino per parlargli. "Quindici minuti del tuo prezioso tempo" ironizz.

"Ho appena terminato una deposizione di quattro ore, sono distrutto e vorrei tornarmene a casa."

L'uomo stava per andarsene, ma lei disse ad alta voce: "La figlia dei Rottinger aveva un'unghia rossa in bocca quando l'hanno estratta mezza morta dal lago..."

Silvi si blocc. Le sembr che avesse colto il riferimento al braccio di Nesso e stesse riflettendo sul da farsi. Infatti, cambi idea e si diresse nuovamente verso di lei. La cacciatrice si meravigli, si era aspettata di dover faticare di pi per convincerlo. Quando cap che aveva intenzione di salire in auto, fece rapidamente spazio sul sedile accanto, ingombro di volantini e vecchi pacchetti di Diana accartocciati.

"Nottataccia" comment Silvi, infilandosi al calduccio e sistemandosi la borsa sulle ginocchia. "Allora, cos' questa stronzata dell'unghia?"

La cacciatrice part dalla storia del fazzoletto che la custodiva, specificando che ormai quella potenziale prova organica era andata persa per sempre, gettata nei rifiuti ospedalieri. Invece di liquidarla come una povera visionaria, il patologo si mise a riflettere sull'accaduto. Poco dopo, lo vide rabbrividire.

"Questa maledetta primavera tarda ad arrivare."

"Non divagare" lo ammon.

Lui la fulmin con lo sguardo. "Che fai, sfotti?"

"Mi  sempre piaciuto questo nostro modo schietto di interagire" gli confess. "Dico sul serio: sei l'unico che non mi abbia mai trattato con compassione."

"Non mi rompere le palle" ribatt lui, continuando ad attenersi alla parte del burbero. Ma forse non voleva rivangare le circostanze in cui si erano conosciuti, cinque anni prima.

"Francamente pensavo che avrei dovuto supplicarti per parlare ancora di quel braccio" prosegu la cacciatrice di mosche. Aveva centrato il punto perch l'uomo tacque di nuovo. "Hai fatto l'autopsia, vero?"

"Quattro giorni fa" ammise Silvi, senza aggiungere altro.

"E allora?" lo incoraggi.

C'era qualcosa che lo turbava. L'uomo si strinse alla borsa che teneva in grembo.

"Sei ancora convinto che si sia trattato di un suicidio?" Dalla sua espressione intu che non lo sapeva pi.

"D'accordo" disse finalmente il medico legale. "D'accordo" ripet per prendere coraggio, poi cominci: "Geologicamente, il lago di Como  una discarica perfetta: se dovessi far sparire qualcosa, qualsiasi cosa, non avrei dubbi. L  sotto c' di tutto: carcasse di auto con chiss  cosa nel bagagliaio, casse, bauli. Si dice che ci sia perfino un furgone portavalori finito in acqua durante una rapina, con tre scheletri che ora vegliano un carico di lingotti d'oro". Sorrise, ma era nervoso. Poi torn serio. "Per via delle correnti, il lago ingoia tutto e raramente restituisce qualcosa. E, quando lo fa, vuole mandare un messaggio."

"Cosa stai cercando di dirmi?"

"Dalla tranquillit  della superficie non si direbbe, ma in fondo al lago di Como c' una specie di palude. Si dice che ogni volta che scavi in una palude viene fuori qualcosa... Da sempre, la gente che vive qui sa che deve fare i conti con i segreti che si nascondono l  sotto."

La cacciatrice intu che Silvi aveva paura di rivelarle ci che aveva scoperto. "Io non sono come gli altri" disse per convincerlo perch lei non aveva seppellito il proprio segreto.

L'uomo la fiss. "Non ho mai capito perch sei rimasta qui..."

"Non puoi nasconderti dal lago" rispose. "Ovunque vai, lui ti trova."

Il patologo ci pens su. "Va bene" disse. "Ma devi vederlo con i tuoi occhi."





27


Entrarono insieme nell'obitorio deserto. I loro passi risuonavano nell'eco dello stanzone con le celle frigorifere.

"Metti questi" si raccomand Silvi, porgendole camice, copriscarpe e mascherina che indoss anche lui insieme ai guanti.

Quindi si avvicinarono all'alveare d'acciaio e il patologo tir a s la maniglia di uno degli scomparti a scorrimento. Dall'interno si lev una nuvola di polvere ghiacciata che si dirad rapidamente. Subito dopo, il medico legale recuper il piccolo feretro che la cacciatrice di mosche aveva gi  visto qualche giorno prima a Nesso, contenente il braccio che i carabinieri avevano ripescato dal lago.

Il patologo port la cassettina con s a uno dei tavoli autoptici presenti nella sala. Con un pedale, accese la lampada scialitica che lo sovrastava. Prima di aprire la scatola di metallo, si rivolse a lei. "Quando ho iniziato l'autopsia, mi aspettavo che si sarebbe conclusa come al solito: la classica dichiarazione di morte per cause ignote, accompagnata da una scarna descrizione dei resti per l'archivio della procura."

"Invece?"

"Invece sono emersi due particolari..."

Silvi apr la cassa ed estrasse il braccio congelato, adagiandolo delicatamente sul ripiano d'acciaio.

La cacciatrice lo riconobbe: sul molo, gli aveva chiesto di mostrarglielo per un ultimo pietoso saluto alla donna senza nome. Ma in quel contesto faceva un altro effetto e ne fu scossa.

I medici legali dimenticavano che il resto del genere umano non era abituato ad avere un contatto cos intimo con la morte. Infatti, Silvi prosegu come se niente fosse. "Come sappiamo, sulla carne sono presenti lesioni compatibili con l'azione delle correnti e con l'urto contro rocce o detriti. Ma, se guardi meglio, c' qualcos'altro..."

Le indic il punto esatto con il mignolo guantato. Lei prese un respiro e si sporse. Nell'incavo del gomito c'erano due semicerchi sovrapposti ma leggermente distanziati, simili a mezzelune. A differenza delle altre ferite, questa risultava regolare.

"Che roba ?" domand, sorpresa.

"Un morso."

Aveva pronunciato la parola con un tono cupo, quasi spettrale. La cacciatrice ebbe paura a chiedere il resto della storia.

"La pressione esercitata e l'ampiezza delle arcate non lasciano dubbi" prosegu l'altro. "Per c' qualcosa che non quadra... C' un unico solco continuo: mancano le singole incisioni dei denti."

"Sar  stato un pesce" azzard la cacciatrice.

"Nel lago di Como non esistono pesci in grado di lasciare quel segno" afferm Silvi, sicuro.

"Allora cosa oppure chi?"

Il dottore dei morti and in cerca di una risposta, che non trov. "Non ne ho idea" ammise.

La cacciatrice sospir. "Ne hai parlato coi carabinieri?"

"L'ho segnalato nel referto" si scherm l'altro. "Ma non t'illudere: non sar  formulato alcun capo d'imputazione, per adesso l'ipotesi del suicidio regge ancora."

"Allora perch me lo stai mostrando?"

"perch ho pensato che forse tu puoi scoprire l'identit  della donna: magari  davvero vittima di un marito o di un compagno violento che ora si sta compiacendo per averla passata liscia." Fece una pausa. "Sono un po' di notti che non ci dormo."

"Poco fa hai detto che i particolari emersi dall'autopsia sono due... Qual  il secondo?"

"Sei pronta a stupirti?"

La cacciatrice si disse che il dettaglio del morso era gi  abbastanza sorprendente. Che altro poteva esserci? Intanto Silvi si mosse verso un bancone con vari strumenti chirurgici. Lei ebbe il timore che tornasse con un bisturi o una sega a motore, ma si trattava soltanto di un piccolo neon.

"La pelle umana  come una specie di foglio bianco" afferm il medico legale. "A volte, sopra c' scritto un racconto invisibile. Perci usiamo sempre gli ultravioletti per rilevare impronte o materiale organico sui cadaveri" le spieg. "Ma, onestamente, non mi sarei mai aspettato di trovare questo..."

Accese la lampada che stringeva in pugno, poi allung la gamba verso il pedale per spegnere la scialitica. La sala piomb nel buio totale, fatta salva la bolla violacea che li circondava. Silvi avvicin il neon al braccio di Nesso e lo fece scorrere fino alla mano della vittima.

Sul dorso, dove fino a poco prima non si vedeva nulla, affior l'ombra di una scritta. Sembrava un tatuaggio realizzato con l'inchiostro simpatico.

DANCING BLUE - FREE DRINK





28


A sedici anni, sua madre era gi  una modella.

Aveva sfilato per Armani e girava il mondo, dividendosi fra una passerella e un servizio fotografico. Era giovane ma tutti nell'ambiente le pronosticavano un futuro radioso. E affermavano che con quel suo viso particolare, spigoloso ed enigmatico, avrebbe lasciato il segno. A diciott'anni, per, la futura signora Rottinger aveva gi  capito che non sarebbe mai diventata una top model, poich  non possedeva la misteriosa qualit  che rende speciali alcuni esseri umani rispetto ad altri. Per questo, le sarebbe toccata una carriera da gregaria e, nella migliore delle ipotesi, sarebbe finita a fare la bella statuina alle feste di qualche riccone. Il privilegio di una vera top era andare a letto presto quando gli altri erano costretti a divertirsi, e lei non l'avrebbe mai avuto.

Con un'enorme dose di realismo aveva compreso che l'unica possibilit , prima che evaporasse la magia della bellezza, era trovarsi un marito che le assicurasse un tenore di vita adeguato al corpo che aveva ricevuto in dono. Forse la madre della ragazzina col ciuffo viola si sarebbe anche accontentata del ruolo di moglie-trofeo di qualche trentenne basso e tarchiato, col Rolex d'oro rosa ben in vista e un sigaro fra i denti, capace solo di combinare casini che sarebbero stati risolti dai soldi di paparino. Invece aveva avuto la fortuna d'innamorarsi del giovane e avvenente rampollo di una nota famiglia di industriali che, a sua volta, aveva perso subito la testa per lei.

L'ingegner Rottinger parlava sei lingue. Da giovanissimo era appassionato di sport estremi ed era stato campione di surf e canottaggio, partecipando perfino a un'Olimpiade. Dopo aver studiato nelle migliori scuole internazionali, si era laureato a Stanford. A quarant'anni, oltre che essere a capo di una holding che valeva centinaia di milioni, presiedeva una fondazione benefica che si occupava di costruire scuole e ospedali nelle zone pi disagiate del pianeta.

Secondo la leggenda che le veniva raccontata fin da bambina, i suoi genitori si erano conosciuti due anni prima che lei nascesse, durante una tempesta in mezzo all'oceano Indiano, quando suo padre aveva tratto in salvo sulla sua barca la futura moglie e un gruppo di amici, naufragati con il loro catamarano. Da quel momento, erano diventati una delle coppie pi invidiate del jet-set locale.

E adesso, in quel quadro di assoluta perfezione, c'era lei. La ragazzina col ciuffo viola.

Le mancavano tre anni per compierne sedici, ma non credeva che quel lasso di tempo sarebbe bastato a farla diventare come la madre alla stessa et . Era partita dalla considerazione che, solitamente, i ricchi brutti sposano donne bellissime e il frutto dell'unione  sempre qualcosa d'incerto o d'improbabile. L'esempio lampante era la sua amica Maia, figlia di un nobile con la gobba e un'attrice del cinema. Ma, nel caso dei suoi genitori, la genetica avrebbe dovuto giocare a suo favore.

Invece si era divertita a riunire nell'unica figlia i pochi difetti di due semidei.

Aveva ereditato le gambe sottili del padre, sproporzionate rispetto al busto, come zampe d'uccello. E anche le sue mani troppo grandi. Le orecchie a sventola della madre, che il parrucchiere nascondeva abilmente. E il naso aquilino, che a lei stava benissimo e le conferiva un tratto arabeggiante, ma che sulla faccia della ragazzina sembrava una protuberanza posticcia.

Inoltre, non aveva doti particolari. Era una frana negli sport e, per quanto s'impegnasse, a scuola era un mezzo disastro. Non coltivava interessi particolari, non eccelleva in nulla. L'unica cosa che le riusciva bene era farsi rimproverare continuamente dai suoi perch non era la figlia modello che si aspettavano. Poteva leggere la delusione nell'espressione del volto o malcelata nel tono quando le parlavano.

A tredici anni, l'idea di non essere alla loro altezza era pi che un sospetto.

Forse per questo si era lasciata abbindolare da Raffaele. Per una volta, era stata capace di conseguire un risultato che nessuno si attendeva da lei. Si era illusa che lui l'amasse realmente. Aveva creduto a una fiaba mai esistita e che lei aveva immaginato partendo da una semplice domanda, "perch non dovrebbe capitare a me?", senza riuscire a sospettarne i retroscena o le conseguenze. Era convinta che le richieste del ragazzo fossero normali e che il segreto che lui aveva imposto alla relazione fosse dovuto al fatto che gli altri non erano in grado di comprendere la purezza del loro amore e avrebbero fatto di tutto per ostacolarlo.

A Raffaele aveva regalato la sua prima volta. Ma poi si era chiesta come mai lui insistesse per farle fare sesso coi suoi amici. All'inizio si era sentita desiderabile, visto che in tanti volevano stare con lei. Ma poi, lentamente, aveva dovuto fare i conti col disagio che le cresceva dentro e, soprattutto, con l'incapacit  di sottrarsi a quel vortice perverso, quel gioco da grandi mentre lei, in fondo, si sentiva ancora una bambina.

Aveva cercato una via d'uscita nell'acqua del lago. Ma l  aveva trovato solo la paura di morire.

E quando alla festa aveva notato il plateale passaggio di denaro fra Raffaele e il ragazzo con la camicia a scacchi, aveva finalmente compreso cosa stava succedendo. Non si sentiva ferita per il fatto che lui la vendesse. Fra l'altro, uno come Raffaele non aveva certo bisogno di soldi. Lo facevano solo per sfizio, pagare faceva parte del gusto perch in realt  non compravano lei: compravano la possibilit  di scoparsi la figlia dei Rottinger. E non c'entrava niente che lei fosse bella o brutta, perch tanto ci che volevano era insozzare la perfezione, spruzzare il loro viscido escremento sul ritratto di famiglia.

Era questo che faceva male.

La ragazzina col ciuffo viola sentiva di non aver umiliato solo se stessa, ma tutti loro.

A casa, dopo la festa, aveva gettato in un angolo le stampelle e si era chiusa nella sua stanza. Non era pi uscita, nemmeno per mangiare. Aveva addotto come scusa il fatto che le erano venute delle mestruazioni molto dolorose. Siccome anche la madre ne soffriva, le avevano creduto. Invece, il motivo per cui continuava a sanguinare era legato alle manovre maldestre di un adolescente inesperto che, dopo aver fatto i propri comodi, se l'era svignata senza neanche dirle il suo nome. L'unica consolazione per la ragazzina era il pensiero che forse un giorno, diventato un uomo, se ne sarebbe vergognato. D'altronde, il ragazzo aveva avuto un chiaro assaggio di ci che sarebbe stato per il resto della vita: anche se avesse avuto dei figli e fosse stato un marito amorevole, a causa di quell'unica volta sarebbe rimasto per sempre un vigliacco. Uno stupratore.

C'era anche un altro motivo per cui la ragazzina col ciuffo viola si era rintanata nella cameretta in cui era cresciuta. C'entrava con la canzone dei Coldplay portata dal vento e con l'orsetto riapparso dal nulla alla festa, sul davanzale della finestra del bagno. Chiunque gli avesse ricucito la testa, riportandolo indietro dall'inferno dei peluche, sapeva molte cose di lei. Pi di quante lei stessa avrebbe voluto rivelare a chicchessia.

Era un bel pomeriggio ma aveva chiuso le imposte. Si dondolava seduta sul letto, al buio. Intanto ripensava a chi potesse essere l'autore di quei messaggi silenziosi. Ormai dava per scontato che non si trattasse di uno scherzo. L'unico che le venisse in mente era lo sconosciuto che l'aveva salvata e poi era sparito. L'essere di luce che aveva intravisto per qualche momento sulla spiaggetta.

Forse era un angelo.

Solo gli angeli compiono le buone azioni e poi non ne rivendicano il merito. Magari era davvero cos, visto che lui era riapparso proprio nel momento in cui aveva pi bisogno di un conforto. E, riflettendo bene, aveva avvertito la sua presenza in un'altra circostanza: la prima notte trascorsa in ospedale, quando era sedata dopo l'intervento alla caviglia ma aveva sentito chiaramente qualcuno muoversi nella stanza e sollevare il lenzuolo, scoprendole la gamba su cui si era scritta il numero di telefono del padre, nel caso fosse morta.

S adesso ne era sicura. Non era stato soltanto un sogno. L'angelo era andato a farle visita.

Tuttavia, era ancora troppo strano e non sapeva se poteva fidarsi. Qualunque cosa le stesse accadendo, non poteva parlarne con nessuno. Ma se qualcuno le aveva mandato un angelo a proteggerla, voleva dire che lass sapevano cosa aveva fatto e non la giudicavano per questo. Se invece si trattava di una persona in carne e ossa, allora c'era perfino la speranza che avrebbe messo fine all'incubo.

La ragazzina con il ciuffo viola ebbe la sensazione che una misteriosa giustizia stesse operando intorno a lei senza che potesse vederla e che, alla fine, tutto si sarebbe sistemato. Ma, nello stesso tempo, sapeva di non potersi illudere. L'amarezza dell'ennesima, profonda delusione era in agguato.

Doveva avere una prova.

Ripensando a come l'orsetto di peluche era tornato da lei dopo che l'aveva decapitato e gettato via, aveva escogitato un modo per mettersi in contatto con l'angelo misterioso. Quella mattina aveva scritto un biglietto. L'aveva infilato in una busta che poi aveva cosparso di glitter colorati,perch attirasse l'attenzione. Invece di imbucarla in una cassetta postale, l'aveva deposta nel cestino della carta, sotto la scrivania. Infine aveva atteso che una domestica venisse a prenderlo per svuotarlo.

Sperava che funzionasse.

Controll l'ora. Quasi le quattro. Si arm di stampelle, usc dalla stanza e and in cerca della madre. La trov nella sala da pranzo mentre dava disposizioni al maggiordomo e alla governante su come voleva che fosse apparecchiata la tavola per la cena che si sarebbe tenuta un paio di giorni dopo. Organizzare eleganti convegni casalinghi con amici e conoscenti era l'unica occupazione della signora Rottinger. Il marito lasciava fare tutto a lei e non voleva saperne nulla: l'importante per l'ingegner Rottinger era trovare una nota in agenda e si sarebbe reso disponibile per la data fissata. Ma la ragazzina col ciuffo viola stavolta aveva il sospetto che il prossimo incontro mondano, in realt , avesse uno scopo preciso. Permettere agli invitati di sincerarsi personalmente che dopo l'incidente al lago andava tutto bene, in modo da mettere fine a chiacchiere e pettegolezzi. Visto che la madre era impegnata pi del solito per realizzare quell'arduo proposito, non le sarebbe stato difficile ottenere ci che era venuta a domandarle.

"Mamma?" la chiam, inserendosi nella discussione con la servit.

La madre si volt, sorpresa di trovarsela davanti. "Come ti senti?" chiese, distrattamente.

"Va meglio, grazie" si limit a risponderle. Prima che l'altra si rimettesse a parlare di porcellane inglesi e posate d'argento, la incalz: "Puoi chiedere a Oscar di accompagnarmi in centro a Como?"

Stavolta la signora Rottinger le prest pi attenzione e il suo sguardo si fece diffidente.

"Stavo pensando di comprare qualcosa di nuovo da mettere alla cena" prosegu la ragazzina, fingendo entusiasmo per l'evento.

La madre si prese del tempo per riflettere. Alla ragazzina col ciuffo viola sembr interminabile.

"Va bene, ma cerca di non fare tardi" disse infine freddamente la donna, dando l'impressione di non essersi del tutto bevuta la storiella. "Dir a Oscar di non perderti mai di vista."

La ragazzina trattenne la gioia, ma dentro di s si compiacque per essere riuscita nell'intento. Adesso doveva soltanto sperare che anche il resto del piano andasse per il meglio.





29


Davanti al posto si era addensato un nugolo di ragazzini. Il negozio di abbigliamento occupava un intero edificio del centro, risalente ai primi del Novecento. L'interno era stato sventrato ma la facciata risultava ancora intatta, solo che adesso era attraversata da un reticolo di luci a led.

La ragazzina col ciuffo viola si fece lasciare all'ingresso.

"Parcheggio e torno subito qui" le disse Oscar mentre scendeva dalla Mercedes con le stampelle. "Non ti muovere" le intim, poich aveva ricevuto ordini precisi.

La ragazzina pens che, in fondo, la caviglia rotta era una buona scusa per sbarazzarsi del suo guardiano: se fosse stata libera di camminare agevolmente, l'avrebbe costretta ad andare con lui. Quando l'autista si fu allontanato, si volt verso l'entrata.

Si fece coraggio.

L'accolse un enorme ambiente permeato dal fumo e spazzato dai laser. Un dj accompagnava l'esibizione di un performer di trap. Gli abiti in vendita erano esposti su semplici stand, per scarpe e accessori c'erano apposite vetrine luminose.

La ragazzina col ciuffo viola si domand se fosse stata una buona idea dare appuntamento al suo angelo proprio l . Ma in fondo non era nemmeno sicura che lui avesse intercettato il suo biglietto. Aveva indicato solo l'indirizzo e un orario approssimativo, ma adesso era preoccupata che il messaggio non fosse abbastanza chiaro. Si sentiva come uno di quei naufraghi che affidano all'oceano una richiesta di soccorso dentro una bottiglia.

Era esattamente quella la misura della sua disperazione.

Nell'attesa di un segno, cominci ad aggirarsi per il negozio. S'imbatt in un gruppo di coetanee intente a scherzare fra loro e a ridere per nulla mentre sceglievano insieme i vestiti. Davanti alla scena, la ragazzina si blocc. Ripens ai pomeriggi in quel posto in compagnia delle amiche, ai discorsi sui ragazzi, agli innocui pettegolezzi, all'allegria. Le mancava essere cos trasparente.

Si accorse che Oscar era entrato nel negozio e la stava cercando con impazienza, scansando malamente quelli che gli intralciavano il passo. Prima che l'autista la individuasse, afferr una gruccia con un vestito a caso, portandoselo verso i camerini di prova.

Scelse l'ultimo in fondo a un lungo corridoio e si chiuse dentro.

Si sedette sulla panchetta che arredava lo stanzino, pos le stampelle e inizi a guardarsi allo specchio. Ci che vide la colp. Non se n'era mai accorta. Per la prima volta, si rese conto di assomigliare a sua madre. Non nell'aspetto, non era diventata bella come lei. Era come se, all'improvviso, le fosse concesso di vedere il proprio futuro e di imbattersi nella donna delusa che sarebbe diventata presto. In quello spazio angusto, si sent prigioniera. La musica, attutita dalle pareti, arrivava a ondate. In mezzo a un breve intervallo di silenzio ovattato, fu distratta da un rumore.

Qualcuno aveva bussato.

" occupato" disse, seccata, rivolgendosi alla porta. Ma, chiunque fosse, non demorse e buss di nuovo. "Cazzo, non ci senti?" disse, spazientita. Alla terza sequenza di colpi, decise di affrontare lo scocciatore, sapendo gi  che era Oscar.

Spalanc l'uscio ma fuori non c'era nessuno.

Torn subito a rintanarsi nella cabina. Ma, prima che potesse capirci qualcosa, tre lenti colpi di nocche le svelarono che, chiunque stesse reclamando la sua attenzione, in realt  si trovava nel camerino accanto.

Si avvicin alla parete con lo specchio e vi appoggi delicatamente entrambe le mani e un orecchio. Il cuore batteva forte, il respiro accelerava e il suo fiato si condensava sulla superficie lucida. Per, oltre quella sottile e fredda barriera, non riusciva a sentire nulla. Decise di replicare all'invito sonoro e buss anche lei. Tre tocchi.

Dall'altra parte, qualcuno le rispose.

Prosegu quel dialogo insolito e misterioso e scand quattro brevi colpi. Anche il suo interlocutore fece lo stesso. Andarono avanti cos, usando un linguaggio segreto di cui nessuno dei due conosceva le regole ma il cui significato era chiaro a entrambi. Poco importava che ci che si stavano dicendo non fosse traducibile in parole. Ci che contava veramente era aver stabilito un contatto.

Sono reale, e sono qui per te. Questo era il messaggio.

Ma alla ragazzina col ciuffo viola non poteva bastare. Perci, contravvenendo al patto che si era instaurato fra loro fino a quel momento, decise di parlargli. "Dimmi qualcosa" sussurr. "Ti prego..." Immaginava di udire una voce, invece non sent nulla. Allora prov di nuovo, bussando ancora. Ma nessuno ritrasmise il suono. Colta da un'ansia improvvisa, impugn le stampelle e usc in corridoio. Il camerino accanto era vuoto, come se non ci fosse mai stato nessuno all'interno.

Non posso averlo solo immaginato, si disse.

Poi vide in fondo una porta tagliafuoco da "usare solo in caso d'emergenza". Era accostata. L'angelo se n'era servito per scappare? Scappare da lei, per l'esattezza. Il pensiero le fece male. Si gir e imbocc la direzione opposta, voleva andarsene subito da l . Forzava la camminata con le stampelle e, a ogni passo, dalla caviglia risaliva una fiammata di dolore. Intanto, lacrime inutili e patetiche le sgorgavano dagli occhi. Intorno a lei, le casse diffondevano la voce di un trapper alterata dal vocoder. Fu in quel momento che una parola sovrast la musica.

Il suo nome. Qualcuno la stava chiamando.

La ragazzina col ciuffo viola si volt di scatto e vide Maia che le veniva incontro, sfoggiando un gioioso sorriso metallico. Liber una mano dalla stampella e se la pass velocemente sulla faccia per cancellare il pianto.

L'amica non ci fece caso. "Non mi aspettavo di vederti qui. L'altra sera mi sembravi mezza morta."

Cerc di sviare dal discorso. "Come  andata a finire la festa? Vi siete divertiti?"

"A mezzanotte  arrivata una torta gigantesca: credevamo che fosse vera ma dentro c'era nascosto un clown con una specie di bazooka che ha cominciato a sparare panna montata sui presenti." Maia rise. "Una strage di abiti da sera."

Si sforz di fingere che anche per lei fosse divertente.

"Ti faccio vedere le foto" disse Maia, brandendo lo smartphone.

La ragazzina col ciuffo viola pens all'iPhone sul tavolo della sua stanza, ancora sigillato nella confezione. La madre aveva ragione, una volta era esattamente come Maia e non riusciva a separarsene neanche per un momento, e ogni singolo ricordo era filtrato da quell'aggeggio. Il vantaggio era che la realt  arrivava con un considerevole ritardo, cos uno poteva anche farsi trovare pronto. Invece adesso era tutto cos brutale, tutto cos presente. "Magari me le mandi" tagli corto. "Ora, per, devo andare: Oscar mi sta cercando."

Si mosse ma qualcuno, passando, la urt accidentalmente. Maia l'afferr poco prima che cadesse.

"Come fai ad andare in giro su quei trampoli?" domand, riferendosi alle stampelle. "Io piuttosto mi butterei nel lago."

La battuta fintamente cinica era tipica di lei. Alla ragazzina scapp da ridere, ma poi si morse il labbro per non piangere ancora. Avrebbe voluto dirle quanto le fosse mancata in quei mesi.

Maia cap di aver aperto una breccia, sembr quasi che la scrutasse attraverso quella piccola crepa. "Lo sai che io ci sono sempre e per qualsiasi cosa, vero?"

Lo sapeva. Ma il segreto che doveva custodire era troppo grande perfino per lei stessa.

Davanti al suo silenzio, Maia cambi argomento. "Ti ricordi quando a otto anni abbiamo fatto credere a quello scemo di mio cugino che eravamo entrambe innamorate di lui?"

"S che mi ricordo."

"E quella volta che abbiamo dato fuoco per sbaglio allo yorkshire di tua zia mentre cercavamo di pettinarlo col phon?"

" scappato via come un razzo, poverino. Abbiamo dovuto inseguirlo con una bottiglia d'acqua."

Iniziarono a ridere di gusto. La ragazzina col ciuffo viola dimentic la delusione di non aver incontrato l'angelo. Invece era un sollievo che avesse incrociato Maia quel pomeriggio perch in quegli aneddoti c'era la sostanza del loro rapporto e l'amica voleva rammentarle che ci che le legava non si era creato in pochi minuti, c'erano voluti anni: per questo adesso poteva sopportare qualsiasi rivelazione.

"Quando sar pronta" le promise di punto in bianco. E Maia le credette.

"Anch'io devo scappare" annunci l'amica. "Ho una lezione di pianoforte e mia madre mi sfracassa le palle se faccio tardi." Era deliziosa anche quando era volgare. Ma, prima di andare, si ferm e torn a voltarsi verso di lei. "Te lo ricordi Tancredi?" domand.

Ci pens, poi scosse il capo. "Non lo conosco."

"Come no? C'era anche lui alla festa, aveva un'orrenda camicia a scacchi."

Un sudore improvviso.perch glielo stava dicendo? Ebbe un brutto presentimento.

"Ieri sera l'hanno rapinato mentre rientrava a casa in scooter: per portargli via un cavolo di Rolex, l'hanno lasciato mezzo morto sull'asfalto."

La ragazzina col ciuffo viola sent che le si prosciugavano le forze, e avvert anche un incomprensibile rimorso. Un unico, terribile pensiero le lampeggiava nella mente.

Gli angeli non fanno queste cose.





30


La cacciatrice di mosche parcheggi sul piazzale deserto. Erano le diciassette di un assolato pomeriggio e aveva impiegato un'ora a trovare dove fosse ubicato il DANCING BLUE. L'insegna ovviamente era spenta e la costruzione dava l'idea di un capannone industriale riconvertito in locale da ballo.

Scese dalla macchina e si avvi verso l'entrata principale, ma scopr ben presto che la saracinesca era abbassata. Si accost ai vetri blu che circondavano l'edificio, provando a sbirciare l'interno attraverso i buchi di vernice scrostata: non sembrava esserci nessuno. Non si arrese e saggi le maniglie delle porte di sicurezza, cercando una serratura che non fosse chiusa a chiave dall'esterno.

Fu accontentata al terzo tentativo.

S'introdusse in un andito con la biglietteria e il guardaroba, quindi varc una tenda rossa. Si trov davanti a una grande pista di cemento circondata da tavolini e divanetti. Per terra c'era una moquette scadente e si avvertiva un cattivo odore di umido e sigarette. La cacciatrice valut che di giorno il posto non ispirava un granch, chiss  se di notte con le luci e la musica cambiava qualcosa.

"C' qualcuno?" domand al silenzio. Ma non ottenne risposta. Poi per le sembr di udire un tintinnio di vetri.

Dietro al bancone del bar c'era una porticina aperta. Decise di andare a vedere.

Superata la soglia, si ritrov in un deposito. C'era un uomo in canottiera, con un leopardo tatuato sull'avambraccio, intento a spostare cassette di bottiglie vuote e fusti di birra.

"Buongiorno" disse, per annunciare la propria presenza.

L'uomo sollev lo sguardo senza smettere ci che stava facendo. "Siamo chiusi."

La cacciatrice ignor il commento e si avvicin. "Scusi se la disturbo, immagino che lei lavori qui."

"Sono il barista" conferm l'altro. "Se cerca il proprietario, Mario non arriva prima delle sette."

"Avrei solo bisogno di sapere se di solito per offrire la consumazione omaggio ai clienti gli mettete qualcosa sulla mano" disse, indicando il punto.

"Un timbro" conferm l'uomo. " un'idea della moglie di Mario:  visibile solo con le luci del locale, ma poi viene via con un po' d'acqua."

Per fortuna no, pens la cacciatrice.

"perch lo vuole sapere?" chiese il barista, sospettoso.

"Mi domandavo se lo fate spesso o solo in occasioni particolari."

"Il gioved, quando c' la serata danzante a tema."

Il giorno era compatibile con il momento in cui, secondo il medico legale, la donna di Nesso era finita nel lago. Cerc di rimanere calma. "Immagino che non ne saltiate mai uno..."

"perch dovremmo?  il giorno in cui incassiamo di pi perch la gente viene per ballare col complesso dal vivo e bere gratis il primo drink."

"E ha per caso notato qualcosa di strano il gioved sera di due settimane fa?" azzard.

L'uomo si ferm. Si terse la fronte con l'avambraccio tatuato e la squadr. "Lei  della polizia?"

La cacciatrice prese dalla tasca del giubbotto uno dei suoi volantini e glielo consegn. "Sto cercando di capire se qualcuno ha fatto del male a una donna che era qui quella sera" ammise, facendo affidamento sulla sua collaborazione. Ma inizi subito a perdere le speranze perch l'altro ci metteva un po' troppo a rispondere.

"Non voglio casini."

"Nessuno vuole metterla nei casini, gliel'assicuro."

"Sono uscito da poco e qui mi tengono ancora in prova" si giustific lui.

Era comprensibile che il fatto di essere stato in carcere lo frenasse. "D'accordo, allora vorr  dire che torner alle sette per parlare con Mario." Stava per allontanarsi ma si accorse che il barista continuava a fissare il volantino.

"Lei ..."

Cap di essere stata riconosciuta. "Sono la madre" conferm, per l'ennesima volta.

"E ora si occupa di questo?" chiese, sorpreso, sventolando il foglietto.

La cacciatrice sapeva che esisteva un codice d'onore in galera, secondo il quale chi toccava donne e bambini non meritava alcun rispetto. Anche se non le piaceva servirsi della morte di Valentina, aveva bisogno dell'aiuto di quell'uomo. Annu.

Il barista sospir profondamente, poi la guard. "Avanti, cosa vuole sapere..."

"Il gioved sera di due settimane fa, fra i vostri clienti c'era una donna fra i sessanta e i sessantacinque anni."

"Pu descrivermela?"

"Purtroppo no, ma forse era qui con qualcuno... Ricorda per caso un cliente particolare, che aveva bevuto troppo o era su di giri? Oppure qualcuno che ha fatto una scenata?"

L'altro scosse il capo. "Di solito qui viene gente di una certa et ." E poi aggiunse: "Senza offesa".

La cacciatrice non era certo anziana, ma prefer glissare. "Non c' problema."

"Mario dice che la clientela  pi o meno sempre la stessa: si conoscono tutti e sono piuttosto tranquilli. A volte, offre tutte le consumazioni perch durante la serata c' un suo amico che cerca di vendergli le batterie di pentole..." L'uomo stava divagando. "Ma adesso che ci penso... S sar  stato il gioved di due settimane fa..."

"Cosa?" chiese, ansiosa.

"C'era un tale... Alto, robusto, vestito di scuro, occhiali fum. Strani capelli biondi, sembravano appiccicati alla testa."

Intanto la cacciatrice prendeva nota di quei particolari, confidando che ci fosse un seguito. Fisicamente poteva ricordare l'inserviente che aveva visto nelle registrazioni delle telecamere di sicurezza dell'ospedale, ma non era sicura.

"Non so se  venuto altre volte perch, come le ho gi  detto, non  molto che lavoro qui."

"Allora perch l'ha notato?"

"perch era pi giovane degli altri... Mi sono domandato cosa ci facesse in mezzo a quei vecchi." Poi si corresse di nuovo: "Sempre senza offesa".

Stavolta la cacciatrice non ci fece caso, era troppo concentrata sul racconto. "E ricorda se era in compagnia di qualcuno?"

"In effetti ha chiacchierato per un po' con una cliente abituale."

"Da come si comportavano, le  sembrato che si conoscessero da tempo oppure che si fossero incontrati per la prima volta quella sera?"

"Non so, per poi li ho visti andare via insieme."

La cacciatrice sentiva come una marea che le cresceva nella pancia. "Sa come si chiama la donna?"

"Magda" disse l'uomo. "Magda Colombo."





31


Dopo aver trascorso un'infinita notte insonne, la ragazzina col ciuffo viola si alz verso le sei per scendere di sotto. Saltell con le stampelle nella casa silenziosa, fino alla soglia dello studio.

Come immaginava, il padre era gi  sveglio.

Ogni giorno, prima di andare al lavoro, trascorreva del tempo alla scrivania, immerso nella lettura di una mazzetta di quotidiani. Il rituale mattutino si completava con un vassoio d'argento su cui c'era soltanto una tazzina di caff, rigorosamente senza zucchero.

Non buss, attese che fosse lui ad accorgersi della sua presenza.

"Tesoro" la salut, meravigliato. "Cosa ci fai in piedi cos presto?"

"Posso parlarti?" domand lei e avanz nella stanza, fino al tavolo.

"Fra poco devo prendere un aereo" disse l'ingegner Rottinger, per sottolineare che non aveva molto tempo. Poi si sfil gli occhiali e la fiss: "Che succede?"

"Pensavo all'uomo che mi ha salvata dal lago..."

Il padre non disse nulla, per capire dove volesse approdare con quel discorso.

"... e pensavo che forse dovresti dargli una ricompensa."

L'uomo sorrise. "Gliel'avrei data, se si fosse fatto avanti" le assicur.

"Allora perch non lo cerchi?"

Rottinger si lasci andare sullo schienale imbottito della poltrona di pelle. "Stai dicendo che dovrei offrirgli pubblicamente dei soldi per convincerlo a venire allo scoperto?"

S maledizione, pens la ragazzina: lo scopo  proprio questo.

"Ti rendi conto di quanti malintenzionati rischieremmo di attirare?" E si mise a elencare: "Mitomani, truffatori, per non parlare dei giornalisti".

La ragazzina col ciuffo viola avrebbe voluto dirgli che, in quel momento, aveva meno timore di loro che dello sconosciuto che le aveva impedito di annegare. Forse si era sbagliata sul suo conto, forse non era affatto un angelo. Forse era perfino pericoloso. E lei l'aveva fatto scioccamente avvicinare troppo alla loro vita. Ma non poteva condividere quel pensiero, altrimenti avrebbe dovuto rivelare al padre anche il resto. E l'ingegner Rottinger, cos convinto di possedere il controllo della propria vita e di quella di tutti loro, non avrebbe mai retto l'impatto con la verit . "Perci, suppongo che sia un no."

L'altro scosse il capo, contrariato dalla sua insistenza. "Lascia che queste cose le decidano i grandi. Va bene, tesoro?" disse, con infastidita accondiscendenza. Poi torn ai suoi giornali, decretando cos la fine della discussione.

La ragazzina col ciuffo viola non si mosse. Si rese conto che, se avesse voluto, avrebbe potuto distruggere in un istante il genitore, annientando la sua illusione di potere. Sarebbe stato sufficiente parlargli apertamente, come dovrebbe fare sempre una figlia con l'uomo che l'ha messa al mondo. Invece disse: "Avevo tre anni. Un pomeriggio stavo facendo il riposino e mi hai svegliato. Mi hai caricato in macchina e siamo andati insieme al belvedere. Siamo rimasti l  per ore, davanti al panorama, senza nemmeno scendere dall'auto". Fece una pausa. "Forse pensi che ero troppo piccola per ricordarmene, invece me lo ricordo ancora."

"Abbiamo aspettato il tramonto" aggiunse il padre.

"S per io ti ho visto piangere...perch piangevi, pap ?" Lasci che la domanda decantasse. Non aveva mai affrontato l'argomento con lui, era sicura che ci fosse un motivo valido se si era comportato in quel modo. Forse l'ingegner Rottinger non era sempre stato cos forte come voleva apparire. Forse anche in lui c'era una piccola tentazione di fragilit  che, per, lo avrebbe reso finalmente umano ai suoi occhi. Se solo fosse stato vero, la ragazzina col ciuffo viola si sarebbe potuta fidare. Finalmente si sarebbe aperto un nuovo spazio fra loro, e lei ci avrebbe riversato dentro ci che provava, i sentimenti belli e brutti.

"Ti sbagli" disse per l'uomo, replicando con freddezza e chiudendo, cos ogni spiraglio. "Eri molto piccola, ricordi male."

Era delusa. "Mi sono chiesta come avresti reagito se due settimane fa fossi morta."

"Sarebbe stato devastante" ammise lui.

La ragazzina col ciuffo viola non riusc a capire se fosse sincero. Si sistem sulle stampelle e stava per voltarsi per tornare a letto, ma sent che il padre si schiariva la voce.

"Vorrei che per un po' evitassi d'indossare il Cartier che ti ha regalato la nonna per Natale."

Lo fiss, cercando d'intuire la ragione della richiesta.

"Avrai sentito di quel ragazzo un po' pi grande di te che  stato rapinato dell'orologio."

Tancredi, come poteva scordarlo. Era colpa sua. Aveva chiesto un segno all'angelo. E l'angelo gliel'aveva mandato.

Il padre le porse la pagina del quotidiano che stava leggendo. "I carabinieri hanno rintracciato la refurtiva."

Per un attimo, le si ferm il cuore al pensiero che avessero arrestato lo sconosciuto del lago.

"A quanto pare,  stata una banda di ragazzini di un campo rom."

Nell'istante in cui ricominciava a respirare dopo aver trattenuto il fiato, si rese conto di aver commesso un grave errore. Aveva giudicato male proprio l'unico essere umano a cui importasse realmente di lei.

L'angelo era innocente.

Non sono poi cos diversa da te, pap , si disse.perch forse anche lei non riusciva a capire veramente le persone.





32


In principio aveva pensato di tenersi quel bell'orologio per poi portarlo in dono alla ragazzina col ciuffo viola. Gliel'avrebbe potuto lasciare nel camerino di quel chiassoso negozio di vestiti, come aveva fatto con l'orso di peluche alla festa, e dopo si sarebbe goduto da lontano il suo stupore. Ma quando Fuck gli aveva parlato attraverso il muro, l'uomo che puliva ci aveva ripensato.

"Dimmi qualcosa... Ti prego..."

Quel regalo era un rischio troppo grosso. Non per s, bens per la sua protetta, visto che la polizia o i carabinieri avrebbero certamente dato la caccia al responsabile della rapina al ragazzo con la camicia a scacchi.

Non voleva che Fuck ci andasse di mezzo per colpa sua.

Era scappato via e, giacch doveva sbarazzarsi della refurtiva, gli era venuta l'idea di servirsene per sviare i sospetti da s. Era bastato lasciare l'orologio sul tavolino del bar in cui si riuniva di solito una banda di giovani zingari, famosa per i furtarelli nella zona. Poi l'uomo che puliva aveva fatto una telefonata anonima per mettere gli sbirri sulle loro tracce.

Chiss  se Fuck aveva capito ci che aveva fatto per lei.

Vendicare il suo onore era stata l'impresa pi gratificante che avesse mai portato a termine. Non aveva mai pensato di poter proteggere qualcuno. Si era sempre premurato di farlo con se stesso perch era sempre stato convinto di essere il pi debole. Non gli dispiaceva quel nuovo ruolo di giustiziere.

Un paio di notti prima, aveva cercato il ragazzo con la camicia a scacchi. Era sicuro di scovarlo fuori da uno dei locali in cui si ritrovano di solito i giovani, trattenendosi fino a tardi. Conosceva quei posti perch, il mattino dopo, gli era toccato spesso di ripulire lo schifo che lasciavano sui marciapiedi. Dopo averlo individuato in mezzo a un gruppetto di coetanei, gli era bastato attendere. Verso l'una, salutati gli amici, il ragazzo era andato verso lo scooter parcheggiato poco distante. L'uomo che puliva l'aveva seguito. Appena soli, il ragazzo non aveva avuto il tempo di rendersi conto di cosa stesse succedendo che gli aveva gi  assestato il primo pugno in faccia. Ma, a parte quel cazzotto, il resto dei colpi erano un regalo di Fuck. Allontanandosi dopo aver fatto giustizia, era stato pervaso da una calma appagante, mai provata prima. Allora era cos che ci si sentiva dopo aver compiuto una buona azione, aveva pensato.

E adesso, mentre come ogni mattina all'alba guidava il camioncino dei rifiuti, l'uomo che puliva comprese che forse la sua vera vocazione poteva anche essere quella di fare del bene. Micky aveva torto sul suo conto, non era un bambino cattivo. Il mondo, invece, lo era stato con lui.

Ma forse era giunto il momento di rappacificarsi con esso.

Contravvenendo alla regola che prevedeva di rispettare rigorosamente una routine per non correre inutili pericoli, aveva deciso di effettuare una deviazione dal giro di raccolta che gli era stato assegnato quella settimana. Sarebbe passato per qualche minuto dal civico 23 per riguardare le foto di Fuck sul cellulare che aveva nascosto in un'intercapedine in soffitta, e magari per ascoltare la canzone malinconica che gli piaceva tanto.

S meritava un premio.

Arriv nella stradina alberata e parcheggi il mezzo a una cinquantina di metri dalla casa con le finestre a punta e i pinnacoli sul tetto. Quindi si calc in testa il cappellino della divisa e si avvi a piedi con l'intenzione di entrare ancora una volta dal retro. L'aria del mattino era fresca e lui era stranamente allegro. Quando giunse davanti all'inferriata, per, si ferm un attimo prima di scavalcare. Gli era sembrato che qualcosa si muovesse all'interno dell'abitazione. Forse era solo uno dei gatti, forse no.

Attese.

Non si era sbagliato, un'ombra si aggirava nella casa della sua vecchia amica Magda. Mentre si allontanava, indietreggiando lentamente, l'uomo che puliva la scorse per un attimo attraverso le tendine di pizzo. Sicuramente l'ombra non aveva le chiavi,perch il cancello era ancora chiuso. Perci si era servita della porta posteriore. Come me, si disse l'uomo che puliva.

Allora anche la donna coi capelli corti, sulla cinquantina, era un'intrusa.





4 ottobre

La porta di casa si richiude, ma nessuno si  accorto che lui  rientrato.

Il bambino si guarda intorno, cercando di capire dove sono la nuova madre e il nuovo padre.  quasi ora di cena e ha vagabondato tutto il giorno con la bici che gli hanno regalato dopo la promozione in seconda media. Non sa ancora se sar  rimproverato per questo. Ha indosso gli stessi vestiti con cui  uscito quella mattina. Pantaloncini, maglietta e scarpe da ginnastica sono sporchi di terra e di polvere, e lui  sudato.

Avanza con circospezione nel corridoio e si avvicina alla soglia della cucina. All'interno spia la nuova madre che sta infornando una teglia. Approfitta del fatto che sia di spalle per proseguire velocemente verso il gabinetto. Prima di entrarci, per, vede che il nuovo padre  seduto sul divano del soggiorno, davanti al televisore: sul suo viso si alternano ombre colorate, mentre  immerso nell'ascolto del telegiornale.

Il bambino s'infila in bagno ma, prima di accendere la luce, chiude a chiave.

Respira. Respira. Respira. Nelle orecchie solo il suo respiro affannoso. Non sa cosa accadr  fra poco, se riuscir  a mentire o se, invece, croller  subito. In tutte quelle ore passate in giro ha pensato a una versione da raccontare, e non l'ha trovata.

Ma le parole non serviranno perch la verit   gi  impressa sulla sua faccia.

Va verso il lavandino, si appoggia con entrambe le braccia al bordo di ceramica. Il capo chino perch non ha ancora il coraggio d'incontrare il proprio riflesso. Piccole gocce salate gli scivolano lungo la fronte e bruciano quando gli finiscono negli occhi: allora se li asciuga e comincia a sollevarli piano sulla maglietta umida, appiccicata al torace, che si alza e si riabbassa per il fiato corto, come se avesse fatto una corsa interminabile. Risale lungo la pelle del collo, cotta dal sole. Alla fine incrocia quello sguardo, diviso fra la gioia e la paura.

Il suo stesso sguardo.

E nello specchio appare anche un sorriso. Il sorriso dei suoi denti nuovi. Il sorriso di chi sa di averla combinata grossa.

Lo scopriranno, si dice. Appena mi guarderanno, capiranno tutto. Ne  sicuro. Ma non sa se gli importa veramente. Non pensa alle conseguenze.  ancora troppo forte l'eccitazione per quanto  successo quella mattina.

 autunno ma sembra estate. La sera prima, la nuova madre aveva fatto promettere al nuovo padre che quella domenica avrebbero fatto qualcosa insieme, solo padre e figlio. Tipo andare a raccogliere funghi o a caccia di tordi. Al risveglio, la nuova madre gli aveva fatto trovare sul letto dei vestiti puliti, si sentiva ancora il profumo di bucato. Gli aveva preparato la colazione, pane e zucchero, un bicchiere di latte. Il bambino le aveva detto che era felice di avere un impegno col nuovo padre. Ma lei gli aveva rivelato che purtroppo il nuovo padre se n'era scordato, ed era uscito da solo molto presto.

Il nuovo padre non passava mai del tempo con lui e, appena poteva, lo evitava. Non parlava molto. Si chiudeva nel laboratorio dove costruiva sedie a dondolo, casette per gli uccelli, elfi con grandi cappelli rossi, mulini ad acqua e banderuole per il vento. Era il suo passatempo. Usciva da l  solo per mangiare o guardare la tv sul divano. La nuova madre invece era molto gentile, sorrideva sempre. Anche quando dormiva, lei sorrideva. Il bambino l'aveva guardata a lungo, di notte, in piedi accanto al letto.

Perci quella domenica mattina il bambino non sapeva cosa fare.

Poi aveva deciso che, con una bella giornata a disposizione, se ne sarebbe andato a zonzo in bici. Dopo aver gonfiato le ruote con la pompa e sistemato il campanello sul manubrio, stava per salire sul sellino ma aveva sentito il fischio.

Due note prolungate, ripetute all'infinito per richiamare la sua attenzione.

Siccome sapeva che l'unica cosa da fare in quei casi era obbedire, il bambino aveva mollato tutto ed era salito nella stanza dell'altro figlio. Aveva trovato Micky che si dondolava sulla solita sedia di legno. Micky gli aveva assegnato uno strano compito. E gli aveva anche spiegato cosa doveva fare. Il bambino non capiva il perch, ma non si era azzardato a chiederglielo.

Poco dopo, si era messo a pedalare per le campagne.

Il brecciolino che friggeva sotto i copertoni, la catena che sferragliava a ogni accelerata, quel senso di libert  che si prova solo stando da soli. Aveva quasi scordato la richiesta di Micky. Poi, dopo una ripida salita, aveva svoltato in un viottolo in fondo al quale c'era la pompa di benzina dove andavano a rifornirsi i mezzi agricoli.

Su un muretto c'era un altro bambino, pi piccolo, aveva al massimo tre anni.

Stava giocando con un carrarmato di latta.

Lui era smontato dalla bici e si era avvicinato, pensando che i genitori non dovrebbero mai lasciare incustodito un bambino di quell'et .

Adesso, chiuso nel bagno, se si concentra sente ancora nel naso l'odore di cherosene della pompa di benzina. Dalla porta arrivano i suoni del telegiornale che il nuovo padre sta guardando sul divano. Brandelli di frasi.  accaduto qualcosa di grave. Qualcosa di terribile, d'impronunciabile. Allora si accorge che l'uomo nella tv sta parlando di lui. Il bambino  sorpreso, spiazzato: trema, non se l'aspettava. Sar  punito per questo, lo sa gi . In mezzo alla scarna cronaca di ci che  successo appaiono parole strane. "Scomparso." "Ricerche." "Paura che gli sia accaduto qualcosa di brutto." Ma ce n' una che attira particolarmente la sua attenzione.

Mostro.

Credeva che i mostri esistessero soltanto nelle storie e nelle fiabe.

"Mostro" ripete in un sussurro, lasciando che le lettere gli scivolino dolcemente fra le labbra.

Pensano che sia stato un adulto, si dice. Gli viene da ridere. Forse li ha fregati. Forse allora riuscir  a ingannare anche la nuova madre. Certamente non il nuovo padre. Lui capir , ne  sicuro. Anzi, l'ha capito la prima volta che si sono incontrati insieme con Martina, fuori dalla stazione. Gli  bastato uno sguardo per rendersi conto che lui e sua moglie avevano commesso un grosso errore. Ma ormai era troppo tardi, non si poteva pi tornare indietro.

Anche il bambino della pompa di benzina si era fidato di lui. Era bastata la promessa di mostrargli dei gattini appena nati e quello l'aveva seguito subito. L'aveva portato nella casa abbandonata, dietro la collina. In quella casa c' un pozzo profondissimo. Se ci fai cadere un sasso, non senti alcun rumore. "I gattini sono l  sotto" aveva detto. Il bambino della pompa di benzina non aveva pianto, l'aveva solo guardato. Non dimenticher  mai lo stupore nei suoi occhi.

Bussano alla porta del bagno. "La cena  quasi pronta" gli annuncia la nuova madre.

Lui non risponde, ma apre il rubinetto e fa scorrere l'acqua, fingendo di lavarsi. "Non lo troverete mai" dice al silenzio. Poi infila una mano nella tasca dei pantaloncini. Prende il piccolo carrarmato di latta, lo osserva. Pi tardi lo porter  a Micky. Magari ci potr  fare un ciondolo o potr  usarlo come portachiavi.  sicuro che Micky sar  fiero di lui, non come il nuovo padre che invece lo guarda come se fosse uno sbaglio di Dio.

Anche Vera lo guardava cos.

Quando ha finito di lavarsi davvero, il bambino esce dal bagno. Va in cucina senza sapere cosa accadr  di l  a poco. Si siede a tavola, davanti a una porzione abbondante di sformato di maccheroni. Non ha ancora guardato in faccia i nuovi genitori. Prima di addentare una forchettata, si decide e alza la testa.

Niente. Non succede niente.

Continuano a mangiare come se niente fosse. Nel silenzio, si sentono soltanto il tintinnio delle posate nei piatti e il ticchettio dell'orologio attaccato alla parete.

Lui  felice e ora ha tanta, tanta fame.





33


"Il lago di Como  il posto pi tranquillo della Terra" afferm l'anziana impiegata, mentre la conduceva nei meandri dell'ufficio anagrafe. "L'ho letto in un articolo, un po' di anni fa: mi ha colpito."

"Cosa vuol dire?" domand la cacciatrice di mosche.

"Che a Como e dintorni ci sono un sacco di case vuote perch la gente che ci abitava  morta senza lasciare eredi."

La cacciatrice pens alla villetta in cui viveva e che un tempo era appartenuta ai genitori. Che fine avrebbe fatto dopo di lei?

"A volte il decesso avviene fra le mura domestiche, all'improvviso, e nessuno se ne accorge per anni" continu quella donnina simpatica, alta come una bambina. Portava occhiali da vista con la montatura rossa. "Adesso per esiste un metodo pi rapido per capire se l'inquilino di una casa  morto."

"E sarebbe?"

"Le bollette" rispose l'altra, divertita. "Dopo un po' di tempo, gli staccano la luce o il gas per morosit : allora basta chiedere alle societ  che erogano il servizio e si evitano tante seccature."

"E se uno ha l'addebito in banca?"

La donna si volt a fissarla. "Una volta un vedovo  stato ritrovato mummificato su una poltrona con il telecomando in mano:  rimasto davanti alla tv accesa per sei anni... E senza nemmeno poter cambiare canale." Rise e riprese a camminare.

La cacciatrice aveva deciso di recarsi all'anagrafe in seguito alla visita a casa di Magda Colombo.

Dopo aver suonato insistentemente per due giorni e a diversi orari al suo campanello senza ottenere risposta, mossa dalla preoccupazione, aveva scavalcato l'inferriata, scoprendo che la porta sul retro era aperta: forse era stata addirittura forzata, ma non avrebbe saputo dirlo con certezza. Contravvenendo alla legge e a ogni regola di buon senso, si era aggirata per la casa deserta sperando di imbattersi nella prova che la Colombo fosse ancora in vita. Ma aveva trovato soltanto cinque gatti ben nutriti, che potevano far pensare che qualcuno stesse continuando a dargli da mangiare. Un parente? Una vicina di casa? E non c'era nemmeno traccia di un marito o di un compagno.

Magda Colombo era una donna sola.

Col dubbio di stare commettendo un errore e il timore di rimediare una denuncia per violazione di domicilio, aveva deciso di andar via. Per prima aveva raccolto dei capelli biondi da una spazzola poggiata su una toletta: li aveva gi  portati a Silvi per la comparazione col DNA del braccio di Nesso, ma il patologo l'aveva avvertita che per i risultati sarebbe stata necessaria almeno una settimana poich i laboratori erano intasati dal troppo lavoro.

Tuttavia, la ragione che l'aveva condotta successivamente in quel cupo ufficio comunale era legata a una constatazione emersa proprio nel corso della perlustrazione del villino al civico 23.

In casa non c'era alcuna foto dell'inquilina.

Le era sembrato strano. Adesso moriva dalla voglia di vedere che aspetto avesse la donna.

Per aggirare le limitazioni sulla privacy, aveva raccontato all'impiegata la pura e semplice verit : che temeva che fosse accaduto qualcosa alla Colombo e che non avrebbe potuto cercarla senza nemmeno una fotografia da mostrare in giro. Faceva affidamento sulla solidariet  femminile e l'altra le aveva subito risposto che era sufficientemente anziana per potersi permettere qualche strappo al protocollo.

Arrivarono a una scrivania appartata che si trovava in fondo al vecchio archivio. Dalle carte da gioco disposte in un ordinato solitario, dal thermos di caff e da una scatola di gelatine alla frutta, la cacciatrice dedusse che quello fosse il rifugio segreto dell'impiegata. C'era anche un vetusto pc. La donna si sedette davanti al terminale e lo accese.

"Vediamo se questo coso ci d  le risposte che cerchiamo" annunci, cominciando a battere sui tasti a una velocit  sorprendente.

Bast inserire nome e residenza per estrarre dalla memoria la scheda personale di Magda Colombo. Nella fototessera che la corredava, appariva una donna curata, il viso incorniciato da una vaporosa pettinatura biondo platino, vistosi orecchini di bigiotteria e tanto trucco.

"Dimostra la mia et " obiett subito la cacciatrice, pensando che per le ricerche sarebbe stata di maggior aiuto un'immagine recente.

"Quando ha dovuto rinnovare la carta d'identit , la signora Colombo ha presentato una foto in cui era molto pi giovane" spieg l'impiegata, strizzandole l'occhio. "A certa gente non piace invecchiare."

Fissandola nello schermo, la cacciatrice si domand se fosse davvero lei la donna del braccio di Nesso. L'idea che il resto di Magda Colombo si trovasse ancora in una fossa profonda quattrocento metri in mezzo al lago le procur un forte disagio.

"Ne vuole lo stesso una copia, cara?" domand l'anziana impiegata.

"Va bene."

L'altra inser un foglio nella stampante a colori e avvi la procedura col mouse. "Nei casi di persone scomparse, gli uffici di polizia ci fanno una segnalazione" disse poi, senza che la cacciatrice avesse chiesto nulla.

La fiss con aria interrogativa.

"Immaginavo volesse sapere cosa accadrebbe se la signora Colombo non riapparisse."

"Cosa accadrebbe?" ripet, incuriosita.

"Devono trascorrere dieci anni prima che il tribunale dichiari la morte presunta. Nel frattempo, la persona scomparsa ha uno status giuridico sospeso fra la vita e la morte e finisce in un apposito albo, qui lo chiamiamo il libro dei fantasmi."

La cacciatrice ripens alle numerose case vuote lungo le sponde del lago di Como. Abbandonate dai vivi e infestate ancora dal ricordo dei vecchi inquilini. Come quella in cui abitava lei. Poi le venne in mente anche un'altra immagine. Lo strano morso sulla carne del braccio di Nesso. " possibile fare una ricerca nell'albo degli scomparsi?" si ritrov a chiedere, senza sapere esattamente il perch. O forse lo sapeva, ma non voleva ancora ammettere quella possibilit .

"Certo" disse l'altra, sfilandosi per un attimo le lenti per ripulirle con un fazzolettino. "Cosa dobbiamo cercare?" 

La cacciatrice sent   che le mancava il fiato, ma poi riusc a elencare: "Donne di un'et  vicina a quella di Magda Colombo. Bionde come lei. E che vivevano sole".

Mentre l'impiegata inseriva i parametri nel terminale, lei preg di essersi sbagliata.perch sarebbe stato terribile scoprire l'esistenza di uno schema. Il monitor, per, cominci a riempirsi di volti femminili. Avevano ben altro in comune oltre all'essere sparite nel nulla nell'ultimo decennio.

"Incredibile" comment l'impiegata. "Sembrano..."

La cacciatrice di mosche complet la frase per lei: "... sorelle".





34


Nuvole scure e pesanti scivolavano sulla superficie del lago. Alimentate dal vento caldo, si gonfiavano a dismisura ingoiando il paesaggio pomeridiano. Al loro interno un intrico di lampi rossi, sottili come capillari.

La cacciatrice di mosche parcheggi la Clio davanti a casa mentre le prime gocce di pioggia iniziavano a precipitare. Grandi e rumorose, ammaccavano la superficie degli oggetti. Per ripararsi, si mise la borsa sopra la testa e corse verso la scala che portava al piano interrato della villetta.

Richiuse la porta appena un attimo prima che iniziasse a imperversare la tempesta. In pochi secondi, le cateratte si aprirono liberando una fiumana d'acqua che si abbatt sulla terra facendola risuonare. In mezzo alla violenta percussione, attutita parzialmente dalle pareti, la cacciatrice and subito in cerca del divano. Mentre la rabbia del cielo si sfogava con tuoni maestosi, si distese e si raggomitol nel plaid, come un cane bagnato. Gli occhi sbarrati, cominci a tremare. Non era spaventata per il temporale, ma per ci che aveva scoperto in un polveroso ufficio dell'anagrafe.

Una verit  che non era ancora in grado di dimostrare.

L  fuori c'era qualcuno che uccideva donne bionde e appariscenti. Nove, per l'esattezza, nell'ultimo decennio. O forse erano solo quelle di cui si poteva avere contezza. Chiss  quante ce n'erano ancora, di cui non era mai stata denunciata la scomparsa.

Secondo il modus operandi proprio di certi assassini, le sceglieva simili. E, fino ad allora, avevano un'et  crescente: dai cinquantacinque ai sessantacinque. Probabilmente, le vittime invecchiavano insieme a lui. La cacciatrice era convinta che fosse una scelta precisa e che le circuisse approfittando del fatto che aveva meno anni di loro, come confermato dalla descrizione del barista del Blue. Dov'erano adesso quelle donne? La risposta era scritta sul braccio di Nesso.

In fondo al lago.

Ma un aspetto la terrorizzava pi di altri. In tanto tempo, nessuno si era mai accorto di nulla. Sono solo io a saperlo, si disse. Tuttavia, ci non la poneva in una posizione di vantaggio. Non mi crederanno mai, pens. Anche se l'avesse raccontato a Pamela, cosa poteva fare l'amica a parte parlarne con i superiori? Inoltre, la segnalazione proveniva da una persona "con il suo passato", perci sarebbe stata valutata con sospetto. La cacciatrice si ritrovava di nuovo sull'orlo di un abisso che aveva imparato a conoscere fin troppo bene.

Pens al piano di sopra della villetta.

"Lei ..."

"S sono la madre."

Dalla fine tragica di Valentina si era dedicata a cercare di salvare altre donne minacciate da un pericolo di cui spesso non avevano coscienza. In questa missione era sempre stata accompagnata dal timore che, prima o poi, avrebbe potuto imbattersi in un mostro invisibile come quello che aveva incontrato cinque anni prima. E adesso che il suo peggior incubo si stava materializzando, si rendeva conto di non essere capace di affrontare la sfida.

Troppo ardua, troppo dolorosa per una piccola donna come me, si ripeteva. Non posso farcela.

Il diluvio inizi a placarsi, la pioggia rallent mentre i tuoni rimanevano come sospesi in cielo. Adesso la cacciatrice di mosche riusciva di nuovo a sentire i battiti del proprio cuore che andavano in controtempo rispetto a tutto ci che la circondava. Nel bozzolo caldo che aveva creato, fu invasa da un improvviso torpore. Il respiro si fece regolare, le palpebre pesanti. Voleva scordarsi di tutto e ci stava riuscendo. L'ombra del passato arretr dentro di lei, quella del presente si era arrestata poco prima di travolgerla. Era di nuovo in pace.

Fu allora che ud dei passi sul soffitto.

Sbarr gli occhi, senza avere ancora la forza di muoversi. Cerc di concentrare tutta l'attenzione nelle orecchie, provando a capire se era stato solo un miraggio sonoro. Ma l'incedere cadenzato di un paio di scarpe le conferm che non si stava sbagliando.

Lentamente, si rimise a sedere. La coperta le scivol sui fianchi, esponendola all'agguato del freddo. Vide il proprio fiato condensarsi davanti alla faccia, accompagnato da un brivido che la scosse profondamente.

 solo un altro ragazzino curioso, si disse. O un vagabondo che ha cercato riparo dalla pioggia.

Ma entrambe le ipotesi non erano abbastanza convincenti. Ne azzard delle altre, ma tanto era inutile perch aveva solo due scelte: attendere che l'intruso andasse via da solo o cacciarlo di persona. Prima della visita all'anagrafe non avrebbe avuto dubbi e sarebbe andata subito a stanare l'invasore che si era permesso di profanare quel luogo, per poi metterlo in fuga. Ma adesso, con ci che sapeva, era difficile prendere una decisione. Per questo afferr il cellulare per chiamare aiuto. Ma la bufera doveva aver causato un guasto ai ripetitori, poich il segnale era sparito. Avrebbe potuto sempre tentare la fuga con la Clio, ma la colse il presentimento che qualcuno si fosse gi  occupato della macchina.

I mostri non si fanno prendere alla sprovvista, consider.

Intanto, i passi continuavano a muoversi sulla sua testa. La camminata tranquilla di chi non ha il timore di segnalare la propria presenza.

Si volt verso la scala interna, che risaliva in mezzo a due pareti fino al piano di sopra. In cima c'era una porta che non veniva aperta da tanto.

La cacciatrice di mosche comprese che in realt  non aveva alcuna alternativa. Per ottenere una risposta avrebbe dovuto fidarsi di nuovo di quella casa.





35


Prima gir la chiave nella serratura, poi spinse piano la porta, che si apr in un sussurro. S'infil nello spazio stretto e avanz adagio, guardandosi intorno.

Il corridoio che sfilava tra le stanze. La moquette bordeaux a rombi. La carta da parati verde attraversata da sottili righe beige. I quadri dei paesaggi del lago di Como.

La cacciatrice di mosche aveva portato con s il cellulare, sperando che tornasse a funzionare. Ma aveva anche l'attizzatoio del camino della tavernetta. Il coltello a scatto sarebbe stato inutile perch lei non era in grado di affrontare un corpo a corpo.

Mentre procedeva cercando di carpire la presenza dell'intruso da un qualsiasi scricchiolio, le sembr di sentire la pendola che il padre aveva acquistato dopo il matrimonio e di cui la madre andava cos fiera. L'orologio era fermo da anni, ma ormai il ticchettio era stato acquisito dall'ambiente. Quel suono aveva accompagnato la sua infanzia, l'adolescenza e gran parte dell'et  adulta, finch lei stessa non aveva deciso di fermare il tempo in quella casa, in occasione dell'evento avvenuto molti anni dopo la scomparsa dei genitori. Da allora, quei luoghi erano rimasti incontaminati da qualunque presenza umana. La vita era stata bandita, mentre la morte aveva continuato ad abitare fra quelle mura.

La cacciatrice and avanti, sapendo che forse qualcuno la stava gi  aspettando.

Chiunque fosse, era entrato dalla finestra del soggiorno, che adesso era aperta. Le tendine che la madre aveva cucito quando era una giovane sposina svolazzavano per la corrente d'aria e una pioggia diagonale approfittava del varco per allagare il pavimento sotto il davanzale. Il grande camino di pietra, i trofei di pesca e le foto di famiglia incorniciate. I divani coperti da un telo bianco, come il resto della mobilia.

Procedette oltre.

Nella vecchia cucina, la muffa aveva aggredito una parete e parte di una credenza: un sottile tappeto di pelliccia verde e bianca si arrampicava dal pavimento fin quasi al soffitto. Nell'acquaio ribolliva un liquido nero, emerso dalle tubature a causa del temporale.

La cacciatrice non riusciva ancora a percepire l'ospite che si era presentato senza invito. Ma adesso pi che mai era sicura che fosse l , da qualche parte.

Dal bagno esalava l'odore degli scarichi stagnanti. Perfino sullo specchio si era formata una patina biancastra di calcare: passandoci davanti, il riflesso la mut in un fantasma.

La camera dei genitori era stata risparmiata dalla paziente violenza del tempo. A parte la polvere, era rimasto tutto com'era. La bambola di porcellana seduta al centro del letto. L'imponente armadio di rovere, che da bambina le sembrava avesse sempre un'aria severa. La consolle con le lenzuola del corredo. Una campana con un'antica Madonna del lago, con le braccia spalancate e occhi supplicanti. I comodini, uno con un bicchiere e la sveglia, l'altro con il Vangelo e un piccolo vaso per le primule o le margherite.

Mancava solo una stanza alla fine del meraviglioso tour nella villetta degli orrori. La sua. Quella in cui aveva dormito fino a poco prima di sposare il professor Rinaldi, l'unico amore della sua vita.

A differenza delle altre camere, la porta era semplicemente accostata. Sapeva cosa avrebbe trovato dietro quell'ultima, sottile barriera.

Un materasso nudo su cui spiccava ancora una grande chiazza scura: il sangue di Valentina che aveva impregnato completamente lo spesso tessuto e l'imbottitura, trasudando fino al pavimento.

La cacciatrice aveva tolto tutto il resto. I poster dei cantanti che le piacevano da ragazza, le suppellettili, la laurea e i diplomi, nonch tutti i ricordi accumulati quando a vent'anni aveva iniziato il lavoro che ormai aveva abbandonato.

Nel santuario dell'odio era rimasto soltanto il letto. Non ce l'aveva fatta a rimuoverlo. Non era giusto.

Chiss  se l'intruso si era accomodato proprio l  sopra. L'avrebbe scoperto presto.

Sistem meglio la mano intorno all'impugnatura dell'attizzatoio e appoggi l'altra sul legno della porta: stava per spalancarla, quando il cellulare nella sua tasca cominci a squillare. Il segnale era tornato. Nel tentativo di farlo smettere lo sfil ma le cadde per terra. Fece in tempo a leggere "Numero Sconosciuto" sul display e a pensare che, ancora una volta, il destino aveva giocato con formidabile puntualit . Si chin per raccoglierlo, ma fu proprio allora che qualcosa si abbatt con forza sulla sua nuca, facendola cadere in avanti.

"Telefonata a carico del destinatario. Autorizzazione numero 200607" disse la voce femminile registrata, mentre il buio si prendeva il mondo. "Se accetta la chiamata, digiti 9."





Cinque anni prima

Le porte automatiche dell'ospedale le si aprono davanti come un sipario. Una parte di lei sa bene che, una volta superato quel confine, nulla sar  pi come prima. Ma il dubbio, a volte,  meglio della verit . E dopo il messaggio del professore non sa cosa aspettarsi.

Sono le venti di un giorno qualunque. Il cielo nero si accende in lontananza. Si avverte gi  l'odore della pioggia, ma ancora non piove. Fuori e dentro il Sant'Anna c' molta agitazione.

Entra fendendo una folla di agenti e paramedici che la ignorano. Si guarda intorno per capire dove andare. Il marito la individua, lo vede venirle incontro. L'abbraccia e la stringe a s.

"Che succede?" domanda,perch  ancora sicura di volerlo sapere, di avere la forza di controllare o addirittura contrastare la realt  che l'aspetta, qualunque essa sia. "Ci sono polizia e carabinieri ovunque" afferma. "Sarei voluta arrivare prima ma non mi facevano passare."

"I ragazzi" dice l'altro. Solo quelle due parole. I ragazzi.

"Cosa  successo ai ragazzi?" chiede, mentre i suoi occhi sgranati vanno in cerca della risposta negli occhi di lui. "Stanno bene?"

Il marito la sottrae al fiume di gente e la trascina in disparte. "I ragazzi erano alla vecchia casa dei tuoi oggi pomeriggio" racconta. "Sono andati l  per appartarsi."

 stata proprio lei a fargli intendere che avrebbero potuto usarla per incontrarsi. Nessuno dei due aveva ancora la patente ed era inutile correre dei rischi con tutti i matti, i maniaci e i guardoni che si aggiravano l  fuori quando c'era una casa vuota a disposizione. Si era sentita perfino una madre moderna e progressista per questo. La sua, per esempio, non l'avrebbe mai fatto con lei.

"Non so come sia potuto succedere..." balbetta il professore.

Continua a non capire cosa sia accaduto esattamente. Pensa ancora a un incidente o a una fatalit . In quel momento, si avvicina una giovane carabiniera.

"Pamela De Giorgio" si presenta. "Visto che ci siete entrambi, ho bisogno di farvi qualche domanda."

Lei per  ancora stordita, sta avvenendo tutto troppo in fretta. Afferra il marito per le spalle. "Non mi hai risposto: come stanno i ragazzi?"

Lui abbassa lo sguardo. "Valentina  di sopra, la stanno operando... ma ha perso molto sangue."

"E Diego?"

Il professore ora la fissa. "Lo stanno cercando."





36


Provava una strana ansia mentre si apprestava ad aprire le tre serrature che sbarravano l'ingresso del suo appartamento. L'uomo che puliva non ci metteva piede da giorni. Aveva eletto il civico 23 a sua nuova dimora, ma non era pi sicuro di tornarci. Avrebbe dovuto trovare un modo per recuperare il cellulare di Fuck nascosto in soffitta. Non poteva lasciarlo l .

In piedi nel corridoio del condominio di periferia con il carrarmato portachiavi fra le mani, incerto sul da farsi, pensava alla donna che lo aveva scovato. Non sapeva se oltre la soglia lo attendesse un'altra sgradevole scoperta.

Dopo aver visto l'intrusa aggirarsi nell'abitazione della sua vecchia amica Magda, era tornato al camioncino dei rifiuti. Al sicuro dietro lo schermo del parabrezza, aveva visto la sconosciuta uscire scavalcando l'inferriata. L'aveva pedinata per tutto il giorno, tenendosi sempre a debita distanza e domandandosi chi fosse e cosa cercasse. L'aveva seguita fino a casa.

Una villetta isolata a ridosso del lago.

In quel momento si era scatenato un temporale. Aveva deciso di approfittare della tempesta per preparare una sorpresa alla donna. Dopo averla vista entrare in una specie di seminterrato, le aveva manomesso l'auto e si era introdotto al piano superiore.

Aveva iniziato a perlustrare la casa che sembrava abbandonata, senza dosare i passi sul pavimento, cos di sotto si sarebbero accorti della sua presenza.

Era pronto a scendere quando, invece, era salita lei.

Si era nascosto bene. Aveva atteso che quella giungesse di fronte all'ultima stanza, con la porta accostata, per poi spuntare all'improvviso alle sue spalle e colpirla con la mazza con cui schiacciava i sacchetti dei rifiuti nel cassone del camioncino. Lo squillo del cellulare della donna era servito a distrarla. Ma quando stava per darle ci che meritava, mentre era gi  svenuta, si era spalancato l'ingresso della camera che aveva davanti. Allora lui aveva visto il sangue rappreso sul materasso. In quel momento, aveva deciso di voltare la sconosciuta per guardarla in faccia.

Quando aveva capito chi era quella donna e dove si trovava, si era fermato. Non poteva farle del male una seconda volta. Era scappato lasciandola esanime, senza sapere se sarebbe sopravvissuta.

E adesso era di nuovo a casa sua. Finalmente si decise e cominci ad aprire le serrature dell'appartamento. Entr e fu accolto dal solito silenzio e dalla luce nebbiosa che filtrava dalla finestra oscurata con la plastica. Attese, senza avere il coraggio di guardare verso la porta verde.

"Dove sei stato tutto questo tempo?" chiese Micky.

"In giro" ment, pur sapendo che l'altro non se la sarebbe bevuta.

"Ho fischiato per chiamarti, ma non venivi" lo rimprover, ma non sembrava arrabbiato.

"Mi dispiace."

"Be', adesso che sei qui ho una cosa da dirti."

Non capiva, non sapeva nemmeno se dovesse temere qualcosa, ma lo stette ad ascoltare.

"Ho pensato molto a noi due in questi giorni:  da un po' che non facciamo qualcosa insieme."

Finalmente comprese: Micky aveva un nuovo compito per lui. "Non siamo preparati" obiett, poich era vero. "Non ho selezionato una nuova prescelta, non ho fatto ricerche..."

"Non c' sempre bisogno che ti porti a casa quella merdosa spazzatura" lo interruppe. "Stavolta faremo come facevamo un tempo, ricordi?"

Se lo ricordava quel periodo. Micky si accontentava di qualche prostituta raccattata per strada e se la portava in un luogo appartato. Poi a lui toccava ripulire. " pericoloso" disse. "Abbiamo rischiato troppe volte che qualcuno se ne accorgesse."

"Una puttana  solo una predestinata, lo sanno anche gli sbirri."

Non sapeva come convincerlo. E anche se avesse trovato mille ragionevoli motivi, l'altro avrebbe avuto comunque l'ultima parola. perch quando Micky si metteva in testa un'idea, non c'era verso di fargliela cambiare.

"D'accordo" disse allora. "Comincio subito la preparazione."

Micky si mise a ridere, soddisfatto. "Bravo il mio campione."





37


Per anni, l'uomo che puliva si era chiesto perch fosse venuto al mondo.

La domanda lo tormentava fin da bambino. Anche da prima che sua madre cercasse di annegarlo in una lurida piscina.perch sono qui se nessuno mi vuole? si chiedeva. Cosa ci sto a fare? Era rimasto a lungo senza una risposta. Chiss  se anche le altre persone provavano qualcosa di simile. A volte gli sembrava di essere solo anche in questo.

Era nato per sbaglio ed era stato gettato via come spazzatura.

La spazzatura era la prova dell'imperfezione del creato. E siccome di solito alle persone non piaceva che gli venissero rammentati i difetti, il suo compito da adulto consisteva nel far sparire ogni traccia dalla loro vista.

Infatti, nessuno voleva sapere che fine facessero i propri rifiuti una volta gettati via.

Ma poi aveva capito che ogni cosa al mondo ha uno scopo. Perfino i rifiuti avevano un valore. Servivano affinch uno come lui avesse un lavoro, ma potevano anche essere riciclati, creare energia o essere riutilizzati come materie prime per fabbricare altri oggetti che sarebbero stati nuovamente immessi nel ciclo vitale delle cose.

L'uomo che puliva aveva impiegato anni a cercare il proprio valore. Alla fine, l'aveva trovato dove nessuno aveva il coraggio di guardare.

In fondo all'abisso, aveva scoperto che perfino uno come lui poteva avere un'utilit .

All'inizio anche la sua reazione era stata di spavento. Era impreparato alla verit . Ma poi aveva compreso. E aveva accettato il proprio ruolo. Non pu esserci giustizia senza ingiustizia, si diceva. Non c' gioia senza dolore. Senza morte, non pu esserci vita. E lui non era inutile, poich Micky gli aveva fornito uno scopo.

Perci, dopo aver aperto la porta verde, pot dare ancora una volta inizio al rito di preparazione.

Dapprima fece un lungo bagno. Grazie all'alopecia, non aveva bisogno di radersi o di depilarsi. Tuttavia, dopo essersi lavato, rimosse le cellule morte dell'epitelio con un guanto di crine e una crema esfoliante. Siccome in quelle scorie era nascosta la sua vera identit , disperderle in giro sarebbe stato sconveniente. Era necessario disfarsene per poter diventare Micky. Gli piaceva pensare che, in fondo, fosse una sorta di attivit  ecologica. Finita l'operazione, si tagli le unghie delle mani e dei piedi e le lim finch non si furono ridotte il pi possibile. Dopo si pass accuratamente l'adesivo trasparente sul cranio lucido, con precise e dolci pennellate: vi depose il parrucchino biondo cenere, assicurandosi che fosse ben centrato rispetto all'asse del volto. Si spalm sul viso un leggerissimo velo di autoabbronzante per togliere il pallore. Infine, applic le lenti a contatto azzurre e inforc gli occhiali fum. Dopo la vestizione con il blazer di pelle e la cravatta color porpora, venne il turno degli accessori. L'orologio placcato d'oro. L'anello con la pietra turchese. Lo Zippo d'acciaio e un pacchetto di Marlboro rosse, morbide. Il portafoglio in pelle marrone.

Indoss gli stivaletti e si piazz al centro della stanza.

Rimase cos, in piedi, immobile, finch l'oscurit  non tracim dalla finestra e invase l'appartamento. Quando si sent   pronto, si mise una mano in tasca. Riconobbe il carrarmato di latta, il suo amuleto trasformato in un portachiavi per il Fiorino. A quel punto, gli restava solo un'ultima cosa da fare.

Si schiar la voce e scand: "Molto piacere, Micky".

Lo scambio era avvenuto con successo.





38


Non era scesa per cena, era rimasta in camera in pigiama, adducendo come pretesto che doveva finire di studiare storia e che avrebbe mangiato qualcosa dopo. Fra meno di un mese avrebbe dovuto sostenere gli esami di terza media. Se avesse detto semplicemente che non aveva fame avrebbe fatto scattare un allarme, lo sapeva.

Le ultime settimane erano state pesanti ma gli ultimi giorni potevano essere paragonati a un vero e proprio stravolgimento per la ragazzina col ciuffo viola.

Una volta su internet aveva letto che quando si arriva sul punto di morire ma non si muore, come era successo a lei, poi ogni cosa cambia in meglio. Era come se la vita ogni tanto avesse bisogno di uno scossone per riprendere a scorrere, come quando agiti un orologio a corda per farlo ripartire. Un tempo, la ragazzina col ciuffo viola trascorreva ore su quei siti. C'erano ragazzine coi capelli colorati come i suoi che si connettevano dai posti pi disparati del mondo. Almeno cos le piaceva immaginare quelle amiche virtuali con le quali scambiava consigli su come nascondere il cibo nel tovagliolo senza che nessuno a tavola se ne accorgesse, o su quando si dovesse vomitare per non correre il rischio di assimilare grassi e zuccheri del pasto appena consumato, o su come tagliarsi in modo sicuro con una lametta, scegliendo le zone giuste del corpo per non far notare le cicatrici.

Per questo da allora sua madre controllava scrupolosamente la sua dieta, pretendeva di assistere mentre si spogliava per fare la doccia e la obbligava a pesarsi con regolarit .

Prima del lago, la ragazzina aveva superato indenne ogni ispezione, tanto che i suoi pensavano che ormai il peggio fosse passato. E in parte avevano ragione perch Raffaele all'inizio le aveva fornito un motivo felice per non doversi fare del male. Ma quando lei aveva cominciato a subodorare di cosa fosse fatto veramente il suo amore, le cose erano precipitate in fretta ed erano culminate nella mattina in cui si era lanciata dal pontile. Era naturale che adesso i genitori temessero una ricaduta.

Se ne stava distesa sul letto, al buio, guardando il soffitto e stringendo al petto l'orso di peluche a cui un essere misterioso, fatto di ombra, aveva ridato vita ricucendogli la testa.

La ragazzina col ciuffo viola si sentiva in colpa.

Quel sentimento comprendeva madre, padre e anche chi l'aveva salvata dall'annegamento. I primi due per il modo in cui stava sperperando il loro affetto, l'ultimo per come stava sprecando la seconda occasione che le aveva donato.

Si domand che faccia avesse il suo angelo e se lo avrebbe mai incontrato.

Lo immaginava castano, occhi verdi, un bel sorriso. Amante della natura e degli animali, anche di quelli finti. E adulto, con molti pi anni di lei e per questo impossibilitato ad amarla come avrebbe voluto. Perci non appare, si diceva.

Un lampo improvviso penetr dalla finestra illuminando per un attimo la parete alle sue spalle. La ragazzina si alz a sedere, voltandosi verso la vetrata. L'effetto si ripet. Scese dal letto e, riparandosi dietro la tenda, sbirci fuori. Nel buio della sera non si scorgeva nulla. Ma poi un fascio di luce dal basso torn a puntare il suo balcone. Qualcuno stava cercando di mettersi in contatto con lei e voleva che scendesse in giardino. Ripens a quella specie di codice di cui si era servita nel camerino del negozio: poteva avere un senso, il cuore fece un balzo.

Saltellando sulla gamba sana and in bagno e si sciacqu il viso, quindi si trucc velocemente davanti allo specchio per rendersi pi presentabile. Tornata in camera, apr l'armadio e scelse una felpa da indossare.

Era pronta.

Nonostante le stampelle le limitassero i movimenti, riusc a sgattaiolare fuori da un ingresso di servizio senza che nessuno si accorgesse di nulla. Procedette sul viale di ghiaia che conduceva in mezzo alle alte siepi di ligustro. Cominci ad aggirarsi in quello che da bambina chiamava il labirinto, quando giocava a nascondino con i cuginetti. Non sapeva come far capire all'intruso che era l . Poi sent   dei passi alle spalle, si volt e in quel momento una torcia si accese abbagliandola. Si scherm gli occhi, cercando di intravedere l'aspetto della sagoma che avanzava verso di lei.

"perch non rispondi a quel cazzo di telefono?"

Riconobbe il tono aspro di Raffaele. "Io non ce l'ho pi un telefono" rispose, delusa. " finito nel lago quando sono caduta" ment.

Il ragazzo le afferr un braccio, sbilanciandola e rischiando di farla cadere. "Non fare la stronza con me" la minacci. "Sono giorni che ricevi i miei messaggi e non rispondi."

In fondo ai suoi occhi c'era un bagliore feroce, la ragazzina aveva gi  sperimentato la sua spietatezza. Non replic all'accusa perch aveva intuito che, se era venuto fin l, voleva qualcosa. "Non far nulla" chiar.

"Oh s, invece" rispose l'altro, sicuro di s e del proprio potere. "Altrimenti certe foto finiranno dritte nel vostro album di famiglia."

La ragazzina col ciuffo viola preg che l'angelo apparisse in quell'istante per portarla via. Non accadde. "Cosa devo fare?" domand, iniziando a piangere.

"Mercoled sera lo scoprirai."

"E cosa racconto ai miei?"

"Chi se ne frega, arrangiati." La fiss, le prese il mento e le diede un bacio sulle labbra. "E cerca di essere carina."





39


Si risvegli in una pozza di vomito e sangue. Ci mise un po' a tirarsi su per via dei capogiri. Si aggrapp allo stipite della porta e riusc a issarsi sulle gambe malferme. Inspir, espir. Aveva freddo, fuori era gi  buio. Il cellulare fra le sue mani era quasi scarico, ma sul display c'era ancora traccia dell'ultima telefonata ricevuta.

"... Se accetta la chiamata, digiti 9..."

La voce registrata le rimbomb nella testa. L'anniversario, ramment, cade proprio in questi giorni. Appoggiandosi alle pareti, la cacciatrice di mosche cammin fino alla porta della tavernetta. Quindi scese i gradini con le ginocchia che tremavano.

Una volta da basso, si diresse verso il bagno.

La donna che apparve nello specchio quando accese la luce non era lei. Il profilo sinistro era attraversato da una striscia di sangue rappreso, andava dal naso e dalla bocca fino all'orecchio. Anche le sclere intorno alle iridi erano iniettate di sangue e livide occhiaie le colavano sul volto. Sicuramente gli effetti di un trauma cranico di cui avrebbe scoperto la gravit  solo di l  a qualche ora.

apr il rubinetto e fece scorrere l'acqua fredda.

Al momento non le interessava il motivo per cui l'aggressore l'avesse lasciata in vita invece di finirla, come sarebbe stato pi logico. Probabilmente ha pensato che sarei morta comunque, si disse.

Sput nel lavandino, poi raccolse l'acqua con le mani e si lav energicamente la faccia. Ancora sgocciolante, spalanc l'armadietto dei medicinali e si mise a frugare fra scatole e tubetti in cerca di qualcosa per placare l'emicrania. Trov l'ergotamina: senza nemmeno controllare la scadenza, ne ingoi un paio di pillole. In quelle condizioni avrebbe dovuto recarsi subito in ospedale, ma non ne aveva alcuna voglia. Il piano era prendere del ghiaccio dal freezer, avvolgerlo in uno strofinaccio e distendersi sul divano tenendo ben premuto l'impacco sulla fronte, in attesa che l'universo finisse di accanirsi contro di lei. Ma proprio mentre stava per richiudere lo sportello, le cadde lo sguardo su un vecchio rossetto che stava l  in mezzo da chiss  quanto tempo.

Inizi a fissarlo.

Pur occupandosi di donne che subivano violenza, non aveva mai sperimentato l'esperienza di essere picchiata da un uomo. Ora sapeva che era mille volte peggio di come l'avesse mai immaginato. Oltre al dolore fisico, c'era un qualcosa di pi profondo e lacerante.

Umiliazione.

Si rese improvvisamente conto che nessun maschio avrebbe mai potuto provare quel genere di sofferenza che ti fa sentire inferiore oltre che vulnerabile. Non era solo il frutto di uno scontro impari. Era l'improvvisa consapevolezza, quasi un'illuminazione, che dietro la brutalit  si celasse un insopportabile senso di superiorit . Non mi ha picchiata perch  pi forte, mi ha picchiata perch pensa di averne il diritto.

"...Telefonata a carico del destinatario. Autorizzazione numero 200607..."

Ogni anno, in quel periodo, Diego cercava disperatamente di mettersi in contatto con lei dalla prigione. La cacciatrice sapeva cosa voleva. Le avrebbe chiesto ancora una volta perdono per la morte di Valentina, ma non gli credeva. Lo faceva soltanto perch cos poteva sperare in uno sconto di pena. Lei e il professor Rinaldi avevano il potere di negare il proprio consenso e di tenerlo l  dentro. Ma, a quanto pareva, l'ex marito non era pi convinto come lei che fosse la cosa pi giusta da fare.

"Sono passati cinque anni, ha diritto a una seconda opportunit ."

La nausea fu spazzata via da una rabbia cupa. La cacciatrice di mosche non poteva accettare che accadesse di nuovo. Non poteva tollerare che succedesse a un'altra donna. Perci prese il rossetto, lo apr e cominci a passarselo sulle labbra con una delicatezza infinita, cercando di controllare le dita che tremavano. Riusc a scovare anche del fard per coprire le borse sotto gli occhi, un ombretto, una matita e perfino del mascara. Dopo aver dato una ravvivata ai capelli corti, usc dal bagno e si diresse all'armadio dove inizi la selezione naturale dei vestiti, con l'eliminazione automatica degli abiti pi comodi a favore di quelli dotati di maggiore femminilit . Quando stava gi  perdendo le speranze, come per miracolo le apparve un modello nero con la gonna che arrivava alle ginocchia. Ramment l'ultima volta che l'aveva indossato, al funerale di Valentina. Lo prese come un segno. Il difficile, per, veniva adesso. Infatti, quando prov a infilarselo dalla testa, scopr quanto era ingrassata negli ultimi cinque anni. A parte la pancia che la faceva somigliare a una di quelle statuine preistoriche della fertilit , il problema erano i fianchi perch aveva l'impressione che il sedere le pendesse verso destra. Calz le scarpe coi tacchi e scopr che, nonostante l'ergotamina, ancora non si reggeva bene sulle gambe. E le dolevano gli stinchi perch non era pi abituata a camminare a cinque centimetri da terra. Con andatura incerta, recuper lo smartphone al limite della batteria e inizi a cercare su internet i locali nella zona dedicati a una clientela dai sessant'anni in su.

C'era una serata di pianobar al GLORIA.

Non aveva alcuna certezza che l'uomo a cui dava la caccia si sarebbe messo all'opera proprio quella notte, n che scegliesse quel posto per procacciarsi una vittima. E forse lei avrebbe fatto meglio a stare a casa, aspettando che passassero i postumi della botta in testa.

 arrabbiato, pens. Per questo  venuto a cercarmi. Ma per qualche ragione, lei non era finita in fondo al lago. Non sono il suo tipo: non ho l'et  giusta e non sono bionda. Per questo era sicura che si sarebbe rifatto su qualcun'altra.

S sar  stanotte.

Usc e sal a bordo della Clio. Era convinta che quel pomeriggio l'aggressore si fosse occupato di manomettere l'auto per impedirle di scappare. In quel caso, avrebbe chiamato un taxi. Invece, il motore si avvi al primo colpo.

Meglio cos si disse.

Si diede un'ultima occhiata al retrovisore. Siccome il trucco non bastava a far sparire i segni sul volto, recuper un paio di occhiali scuri dal cassetto portaoggetti e li indoss.

Disponibile, sicura ed enigmatica. Una perfetta trappola per mosche.


40.


Nel corso degli anni, il Gloria aveva avuto varie vite. Era stato un night, una discoteca, un locale di spogliarello, un club per scambisti. Tende di velluto rosso, moquette a pelo alto, applique di cristallo, divanetti e pouf. Il tutto era permeato dall'odore dolciastro dei vapori della macchina del fumo.

Micky spalanc le ante di una porta con gli obl che si richiuse alle sue spalle. La prima cosa che not entrando fu il cantante al centro della pista, davanti a un piano a coda che in realt  nascondeva una tastiera elettronica. Intorno a lui, quattro coppie che ballavano.

Come sempre, avanz guardandosi intorno per capire cosa offrisse la serata. Qualche comitiva e la solita miscellanea di single, uomini e donne. Le seconde erano stranamente in maggioranza, segno che fra loro si celavano anche prostitute.

Si accost al lungo bancone del bar, circondato da un corrimano d'ottone e davanti al quale c'erano una dozzina di sgabelli imbottiti. Scelse il posto all'angolo, per osservare meglio la sala. Ordin una Sprite che, all'occorrenza, avrebbe spacciato per gin-tonic. Poi cominci a valutare le femmine presenti, domandandosi chi fra loro potesse essere la nuova prescelta.

Come di consueto, non sarebbe stato lui a scegliere. Ma lei.

Visto che aveva deciso di affidarsi alla sorte, doveva stare molto attento a non commettere errori.

L'uomo che puliva non aveva torto a sconsigliargli di uscire senza un'adeguata preparazione, di solito Micky preferiva conoscere tutto della prescelta, in modo da detenere il controllo. Ma non se la sentiva di dare ragione a quell'ingrato che era sparito per giorni senza dirgli nulla. Voleva punirlo e forse l'avrebbe fatto. Ma, per adesso, pensava soltanto a divertirsi.

Not due occhi che lo puntavano dall'altro lato della sala. La donna l'aveva accalappiato con lo sguardo e ora si avvicinava con passo lento e sensuale, stringendo il proprio cocktail in una mano. Non era bionda e aveva i capelli corti, ma la riconobbe subito, nonostante gli occhiali scuri. Gli si mozz il fiato.

"Salve" disse sedendosi sullo sgabello accanto al suo e posando il bicchiere sul bancone. "Cercavi compagnia?"

La fiss, senza capire cosa dovesse fare.

Alla donna scapp una risata arrochita. "Che c', non parli la mia lingua?"

"Certo" rispose finalmente, temendo di tradirsi.

"Aspetti qualcuno?"

Ci pens un attimo. "Aspettavo te."

Lei rise di nuovo, poi gli porse la mano per presentarsi. "Vera."

Lui gliela strinse. "Micky."

Nessuna reazione. Era un'altra persona, totalmente diversa rispetto a quando l'aveva vista l'ultima volta, tanto tempo prima. Dov'era finita la sua chioma bionda, da diva del cinema? La bellezza che lo stregava adesso era avvizzita. Al posto del viso aveva una maschera di rughe, nelle pieghe intorno agli occhi c'erano accumuli di trucco. La pelle era giallognola. E poi se la ricordava pi alta.

"Allora, chi sei veramente... Micky?"

Non mi ha riconosciuto, si disse. Non sospetta nemmeno lontanamente chi sono. La prova era che stava flirtando con lui come se niente fosse. Decise di sfoderare il suo leggendario sorriso. "Sono tutto ci che desideri."

"Immagino che tu non sia sposato, visto che mi fai spudoratamente la corte."

"Esatto" conferm. "Niente moglie, nessun marmocchio."

"Chiss perch non ti credo" disse la donna, bevendo un sorso dal bicchiere.

"E tu?" domand lui. "Niente famiglia?"

Stavolta lei rise in maniera sguaiata. "Cazzo, no" esclam. Poi si accost al suo orecchio. "La tua macchina  qua fuori?"

"S."

Gli prese la mano e se l'appoggi sul seno. "Allora perch non ci cerchiamo un posticino tranquillo?"

Lui tentenn.

"Se ce ne andiamo subito, potrei farti uno sconto... E tu puoi farmi tutto ci che vuoi." Ammicc, mordendosi il labbro.





41


Se li vide sfilare davanti a una decina di metri di distanza. A causa degli occhi tumefatti e delle lenti scure, non riusc a visualizzare bene i volti della coppia. Per si sforz lo stesso di memorizzare il loro aspetto.

La cacciatrice di mosche non riusciva ancora a credere di aver fatto centro al primo tentativo.

Aveva visto entrare l'uomo venti minuti prima. Alto, robusto come l'inserviente nelle registrazioni del Sant'Anna. Vestito di scuro, occhiali fum, come l'aveva descritto il barista del Blue che aveva anche parlato di "strani capelli biondi che sembravano appiccicati alla testa": vedendoli, la cacciatrice aveva pensato subito a un parrucchino.

Ma, soprattutto, lo sconosciuto era troppo giovane per un locale come quello.

L'aveva seguito con lo sguardo finch non si era andato a sedere nell'angolo pi remoto del bancone del bar, da dove per poteva controllare agevolmente la sala. Gli aveva visto ordinare solo una Sprite e quella scelta lo aveva in parte tradito: difficilmente un astemio frequenta posti come il Gloria, si era detta. Quell'uomo voleva rimanere lucido.

Non era trascorso molto tempo, quando una donna sulla sessantina era andata a sedersi sullo sgabello accanto al suo. Ora la liquider, si era detta perch non corrispondeva affatto al modello di vittima che preferiva il soggetto e a cui dava la caccia.

Non era bionda.

Invece, con sua grande sorpresa, lo sconosciuto aveva accettato le sue avance e, poco dopo, si erano diretti insieme verso l'uscita.

La cacciatrice si alz dal divanetto appartato da cui aveva assistito alla scena e li segu prima che si dileguassero, ma lasciandogli un vantaggio di qualche metro. Quando varcarono la soglia del locale, li vide avviarsi lungo la strada deserta. Siccome i tacchi alti avrebbero potuto rivelare la sua presenza, si sfil le scarpe e prosegu a piedi nudi.

La donna si teneva al braccio dell'uomo e camminavano appaiati, come due fidanzatini. Giunsero accanto a una macchina: un vecchio Fiorino. Lo sconosciuto fece salire la compagna e poi aggir il mezzo per mettersi al volante. La cacciatrice approfitt di quel lasso di tempo per correre verso la Clio e salire a bordo, con l'intenzione di pedinarli.

Lasciarono l'abitato e presero subito una strada buia e tortuosa che costeggiava il lago.

La cacciatrice guidava mantenendosi a una distanza di un centinaio di metri, abbastanza per non essere notata ma insufficiente a leggere la targa. Non aveva armi con s, nemmeno il coltello a scatto. Ma, soprattutto, lo smartphone era quasi scarico. Lo prese dal sedile accanto e calcol che forse avrebbe potuto effettuare un'unica chiamata. Senza pensarci troppo, selezion il numero di Pamela.

"Che cazzo succede?" rispose l'amica, contrariata.

"Ascolta, non ho molto tempo e fra un po' cadr  la linea." Tra l'altro, il segnale era disturbato. "Forse ho trovato l'uomo che ha ucciso la donna del braccio di Nesso."

"Cosa?" Pamela balbettava. "Che hai detto?"

"Era al Gloria stasera, ma adesso lo sto seguendo in macchina perch ne ha adescata un'altra."

"Che dici? Non capisco: come fai a dire che  un omicida?"

"Lo , fidati."

"Tu sei pazza."

"Non sono pazza, ho abbastanza indizi per dimostrarti che non mi sto sbagliando."

Pamela non si fidava, era prevedibile. Tuttavia era anche preoccupata per lei. "Dove ti trovi adesso?"

"Sulla strada panoramica, il bastardo sta andando verso Nesso."

"Lo stai seguendo davvero?" La domanda allarmata non aveva bisogno di risposte. "D'accordo, sto arrivando, ma tu non fare cazzate."

"Non chiami rinforzi?" Era sorpresa dalla decisione di raggiungerla da sola. "Quel bastardo  pericoloso."

"Io non so cosa cazzo stai combinando, ma mi sa che quella pericolosa sei tu."

Riattacc, il cellulare mor pochi secondi dopo emettendo un suono prolungato. La cacciatrice lo lanci di nuovo sul sedile per afferrare il volante e imboccare una curva stretta. Il posteriore della Clio sband debolmente, ma lei per fortuna riusc a tenere la traiettoria. Tuttavia, con quella manovra si era avvicinata troppo al Fiorino: l'uomo adesso poteva comodamente vederla nel retrovisore. cos la cacciatrice deceler. Ma, appena affond il piede sul freno, il suo cervello registr un'anomalia.

Le sembr che il rallentamento dell'auto non corrispondesse alla forza che aveva impresso al pedale.

Ci riprov e si accorse che in effetti qualcosa non andava. Lasci l'acceleratore prima che iniziasse una lieve discesa. Nonostante ci, l'auto scavalc impetuosamente il dosso. Presa dal panico, afferr il freno a mano e tir la leva con tutte le forze. Niente.

Avrebbe voluto maledirsi, ma non aveva tempo. La macchina era senza controllo. Imbocc un'altra curva e il muso del veicolo si sollev, imbizzarrito, senza pi toccare terra.





42


"Puoi accostare un momento, per favore?"

Micky fece come gli era stato richiesto e si ferm in una banchina accanto alla strada. Vera scese dal Fiorino portandosi appresso la borsetta, barcollava. Rimase in piedi a prendere fiato a un paio di metri dalla macchina. Lui la fissava attraverso lo sportello aperto, immaginando che stesse poco bene.

"Tutte quelle curve, e forse ho anche bevuto troppo" gli conferm la donna.

Un tempo l'alcol la incattiviva, pens Micky, trasformandola in una specie di belva feroce. Adesso, invece, si era rammollita. Per un attimo prov ribrezzo per lei, ma quella non era pi la sua Vera.

La donna si sfil gli occhiali scuri e li lasci cadere per terra, quindi si diresse con passo incerto verso un sentiero che s'inoltrava nella vegetazione.

Decise di seguirla.

Vera procedeva con un'andatura ondeggiante, come quel giorno in cui si era allontanata voltando le spalle a una piscina e a suo figlio che affogava. Micky si teneva a distanza. I fari dell'auto erano ancora accesi dietro di loro: man mano che si allontanavano, la luce diventava sempre pi debole. Presto il buio del bosco divenne talmente fitto che la perse di vista, non sentiva pi nemmeno i suoi passi.

Poi, per, la barriera di alberi si spalanc a ridosso di un belvedere illuminato dalla luna.

La ritrov accanto a un muretto da cui si poteva godere di una vista speciale del lago. Una grande macchia di olio nero, lucida e immobile. Intorno a loro, le foglie scosse dal vento sembrava li salutassero con scrosci d'applausi. Vedendola cos pens che la vita si era particolarmente accanita con Vera. Aveva gi  notato i momentanei appannamenti. Quei buchi di coscienza erano sicuramente dovuti a qualcosa, forse a una precoce forma di demenza. L'uomo che puliva avrebbe certamente approfittato di quell'incontro fortuito e del suo stato per domandarle qual era "la sua storia". Peccato che non fosse l.

Micky cominci ad avanzare verso di lei. "Ti ricordi quando nello scantinato ho infilato la testa di tuo figlio di sei anni in una morsa d'acciaio, procurandogli due belle ferite sul cranio? Oppure quando con una pinza gli strappavo un dente ogni volta che mi disobbediva? Te lo ricordi, Vera?" Rallent, prendendosi tutto il tempo. "Tu c'eri e non hai fatto niente per fermarmi." Ora si trovava a un paio di metri dal parapetto. "Tuo figlio  stato portato via, ma poi  tornato qui per cercarti, lo sai? Io gli sono rimasto accanto, non ce l'ho fatta a lasciarlo solo... Sono l'unica famiglia che ha."

Si accorse che Vera teneva gli occhi chiusi. La donna inspir profondamente e poi li riapr. Ancora una volta, non ebbe alcuna reazione. A quel punto non era nemmeno sicuro che avesse sentito ci che le aveva appena detto.

"Sai... Non so perch, ma questa  una strana serata" disse, tranquilla. "Stavo pensando al mio compleanno... Ci pensi mai al tuo compleanno?"

Non capiva cosa intendesse, perci non rispose.

Ma lei continu lo stesso. "Si dice che il giorno in cui nasci  il pi prezioso della tua vita, proprio per il fatto che vieni al mondo, no? E poi lo festeggi ogni anno e tutti sono carini con te e magari ti fanno anche un regalo. Ma non  una cosa che sai da subito, te lo spiegano crescendo che quel giorno in particolare  importante per te." Si incup. "Io non lo so quando  il giorno del mio compleanno, non l'ho mai saputo. Sul mio atto di nascita ne hanno messo uno a caso. E sai perch non lo so? perch mia madre non ha mai voluto dirmelo. Da piccola glielo chiedevo: ti prego mamma, dimmi in che giorno sono nata, tutti i bambini hanno un compleanno, lo voglio anch'io. Ma lei niente..." Vera pesc dalla borsetta un pacchetto di sigarette e l'accendino. Prov ad accendersene una, ma una brezza invisibile continuava a spegnere la fiamma. Dopo un po' di tentativi, rinunci. "perch ti sto raccontando queste cose? Ti conosco da cinque minuti." Rise divertita, ma la sua voce rotta diceva tutt'altro.

Micky era a un passo da lei. Al bagliore della luna il collo di Vera sembrava d'avorio. Gli sarebbe bastato allungare un braccio per sfiorarlo.

La donna si volt e, inaspettatamente, gli fece una carezza. "Una volta conoscevo uno che si chiamava Micky" ricord, con infinita nostalgia mista a tristezza. Quindi inizi a interrogarsi sul suo aspetto, come se scorgesse qualcosa di familiare.

S le disse lui col pensiero. Sono stato partorito da una fetida piscina, ho imparato a respirare dentro l'acqua sporca. Quel buco per terra  stato la mia placenta. La melma, il mio liquido amniotico. Si avvicin ancora di pi, le cinse i fianchi.

Vera sollev entrambe le braccia per sfilargli gli occhiali fum, quindi lo scrut, incerta.

La lasci fare.

Ci che vide dietro le lenti a contatto azzurre la turb. La sua espressione mut come se avesse appena guardato dove non doveva. Nel pozzo senza fondo, nell'immondo orifizio dei segreti istinti. E ormai non poteva pi tornare indietro, lo sapeva. "Chi sei tu?" gli domand, esitante.

Lui le sorrise. "Io sono l'abisso."





18 febbraio

Oggi  il suo quattordicesimo compleanno.

La nuova madre ha preparato una torta alla crema di banane e ha chiesto al nuovo padre di fabbricare qualcosa di speciale nel suo laboratorio del legno per celebrare l'evento. Faranno una festicciola. E la nuova madre gli ha parlato anche di una sorpresa, ma senza anticipargli altro.

Da quando si  svegliato, non fa che pensarci, provando a immaginare di cosa si tratti.

Questo  un compleanno speciale perch una settimana prima si  svegliato di notte con il pigiama bagnato. Si  chiesto cosa fosse, ha avuto paura. Pensava di essersela fatta addosso, come quando stava con Vera o all'istituto. Ma poi ha compreso che era successo qualcosa di diverso. Ha provato a parlarne al nuovo padre, ma la sua risposta l'ha disorientato.

" una roba da uomini."

Soltanto questo, nient'altro. Poi si  chiuso nel laboratorio e non ha pi ripreso l'argomento. Per lui ci ha pensato e, visto che il nuovo padre ha usato quella parola, "uomini", ha capito che ormai non  pi un bambino e ne  stato felice.

La tavola  stata imbandita in soggiorno, la torta alla crema di banane sistemata al centro. Ci sono i piattini e le posate del servizio buono. Una caraffa di aranciata e una bottiglia di gazzosa alla menta.

Il nuovo padre  seduto come sempre davanti al televisore acceso. Non sembra interessato. La nuova madre  sulla sedia a dondolo accanto al camino, intenta a sferruzzare gomitoli di lana per fargli un golf. Stanno aspettando qualcuno, ma lui non sa chi .

Suonano alla porta.

La nuova madre posa il lavoro a maglia per andare ad aprire. Poco dopo, Martina varca la soglia della stanza con un pacco regalo.  lei la sorpresa. Sono anni che non si incontrano,  contento di rivederla.

"Come sta il mio ragazzo preferito?" domanda l'assistente sociale.

"Sto bene" dice lui. "Sono un uomo" le annuncia.

Martina gli sorride e lo accarezza. "Certo, tesoro: lo sei ormai."

Poi la nuova madre la aiuta a sfilarsi il cappotto e allora lui vede qualcosa che non si aspettava. La sua amica ha un enorme pancione.

"Di quanti mesi?" domanda la nuova madre.

"Eh, ormai ci siamo" commenta l'altra.

"E sai anche il sesso?"

"Non abbiamo voluto saperlo, sar  una sorpresa."

Mentre lo dice si accarezza il ventre, e lui capisce che l  dentro c' un bambino che sta per nascere. E diventa improvvisamente triste. Non saperch, succede e basta.

Accendono le candeline sulla torta. Le spegne soffiandoci sopra. La nuova madre applaude insieme a Martina, il nuovo padre osserva la scena da lontano. Lui si sforza di sorridere, per non  felice.

Poi viene il momento dei regali. Il nuovo padre ha fabbricato una scatola di legno. " uno scrigno" gli spiega la nuova madre. "Potrai metterci dentro i tuoi ricordi pi preziosi." Sul coperchio  incisa la frase: BUON 14ESIMO COMPLEANNO, MAMMA E PAP?.

Quando  il turno del pacco di Martina, lui lo scarta ma in realt  non gli interessa.

" un walkman per i cd" afferma l'amica. "Ci puoi ascoltare la musica."

"Grazie" dice lui, ma poi prende entrambi i regali, corre fuori dal soggiorno e sale di sopra. Sta per entrare nella cameretta, ma ci ripensa.

Si dirige verso la stanza del figlio morto. Apre la porta verde.

"Lei ti ha gi  dimenticato, ragazzino" afferma Micky, guardandolo in faccia. "Anzi, ti ha gi  rimpiazzato."

"Non  vero" ribatte. "E poi io non sono un ragazzino, sono un uomo."

Micky si mette a ridere.

"Che c'?" domanda, arrabbiato.

L'altro continua a sbellicarsi.  irritante. Allora lui, per farlo smettere, prende i regali che ha ricevuto e li scaglia per terra, mandandoli in pezzi. Ma la risata di Micky aumenta.

"Io sposer Martina" afferma lui, deciso.

"Per sposarla avresti dovuto infilarle dentro il tuo coso. Invece l'ha fatto qualcun altro."

Non lo sopporta pi, si volta e torna di sotto. Aspetta nascosto accanto alla soglia del soggiorno. Intanto sente i discorsi fra Martina e la nuova madre: non si sono accorte che era molto agitato, meglio cos. Quando capisce di essersi calmato, entra nella stanza.

"Dov'eri finito?" gli domanda Martina col solito sorriso gentile. Si  seduta al posto della nuova madre, gioca con un gomitolo di lana rossa e si dondola accanto al camino.

Lui si avvicina senza dire una parola.

"Ti va di ascoltare un po' di musica insieme? In macchina ho un sacco di cd e potrei insegnarti come funziona il tuo nuovo lettore."

"Dopo" dice, arrivando di fronte a lei. Vuole chiederle se desidera diventare sua moglie per stare insieme per sempre. Ma non riesce a trovare le parole giuste.

"Avresti dovuto infilarle dentro il tuo coso."

"Che succede, tesoro?" gli domanda Martina.

Allora lui si china su di lei.

"Ho capito: vuoi un abbraccio,  cos?"

L'amica allarga le braccia e lui si lascia stringere. Com' buono il suo profumo, pensa. Poi si stacca e raddrizza la schiena, fa un passo indietro. Vede il sorriso che si spegne lentamente sulle labbra di Martina. Nei suoi occhi una triste incredulit . Poi la donna abbassa lo sguardo e fissa il ferro da calza che spunta dal suo pancione. La nuova madre getta un urlo. Per una volta il nuovo padre si disinteressa al televisore per verificare cosa sta accadendo. Sono tutti sconvolti e immobili.

Lui capisce che non pu pi stare l . Si gira verso la porta e scappa.





43


Guido Rottinger non voleva figli. La ragazzina col ciuffo viola l'aveva scoperto casualmente: un giorno, frugando fra le cose della madre, aveva trovato alcune lettere che lei e il padre si erano scambiati prima che nascesse. Credeva di imbattersi in parole sdolcinate ed espressioni sdilinquevoli, che avrebbero sicuramente messo in imbarazzo i genitori se solo avessero saputo che lei le aveva lette. Invece, ruotavano sempre intorno allo stesso argomento.

Sua madre supplicava suo padre di cambiare idea e di concederle un unico figlio.

A quanto pareva era riuscita a spuntarla, pensava la ragazzina col ciuffo viola con acido sarcasmo. Ma la convinzione che la sua venuta al mondo fosse qualcosa a cui l'ingegner Rottinger si era adeguato la faceva anche stare male.

"Mi sono chiesta come avresti reagito se due settimane fa fossi morta."

"Sarebbe stato devastante."

Avrebbe tanto voluto credergli, ma non ce la faceva. Nelle famose missive, il padre spiegava le proprie ragioni alla sua sposa e si diceva certo che avrebbe odiato quel bambino. Alla fine, aveva ceduto a una condizione inderogabile: avere l'ultima parola sul sesso del nascituro. cos sua madre aveva abortito tre volte in segreto prima di avere lei. E in tutti e tre i casi era stata una scelta consapevole dettata da un esame del DNA. Perci l'unico motivo per cui, probabilmente, alla fine il noto ingegnere non detestava la sua unica progenie era che la ragazzina col ciuffo viola era una femmina.

Guido Rottinger era un predestinato.

Primo di tre fratelli, un giorno sarebbe toccato a lui prendere le redini dell'impero industriale costruito da un abile nonno ed ereditato da un illustre padre. Il suo destino era gi  scritto nel momento stesso in cui aveva emesso il primo vagito. E non c'era alcuna possibilit  di modificarlo o di adattarlo. Altri avevano determinato il corso della sua vita, punto. In cambio, non avrebbe mai patito la fame o le incertezze, avrebbe goduto di vantaggi che la maggioranza degli esseri umani potevano soltanto desiderare e sarebbe stato per sempre un privilegiato senza bisogno di conquistarselo.

Ma l'aspetto principale era che avrebbe potuto tramandare tutto questo.

Guido Rottinger non aveva il potere di opporsi al proprio fato, ma poteva impedire che lo stesso capitasse a suo figlio. Avere una femmina significava spezzare la maledizione maschilista che aveva imprigionato la sua esistenza, soffocando ogni suo sogno, schiacciando ogni altra velleit  o talento. Tuttavia la ragazzina col ciuffo viola non doveva lasciarsi incantare: non si trattava di un atto estremo di generosit  paterna. Ancora una volta, l'ingegnere lo faceva solo per s perch il sangue del suo sangue non lo disprezzasse come lui disprezzava il proprio, senza poterlo nemmeno confessare a causa del suo status.

La ragazzina col ciuffo viola pensava che forse il fatto che la sua unica figlia fosse diventata una puttana era la punizione che suo padre meritava per aver voluto interferire con i piani di Dio. Io non sarei dovuta esistere, si ripeteva. Doveva la sua vita ai tre poveri feti innocenti che l'avevano preceduta. Dov'erano adesso quei tre bambini? Che male avevano fatto per meritarsi ci che gli era capitato? E leiperch si trovava l  al posto loro?

"Mercoled sera lo scoprirai."

Seduta alla scrivania della sua stanza, la mente vagava per i fatti propri tornando sempre all'ultimo incontro con Raffaele, ma anche a tutte le cose orribili che era stata costretta a fare per lui. Non sapeva cosa l'aspettasse ancora. n cosa avrebbe dovuto fare stavolta. E, soprattutto, con chi. Provava a riportare l'attenzione sui libri, in vista degli esami, ma non ci riusciva. L'unica via di scampo era sempre la stessa.

Farla finita. Tornare nel nulla da cui era stata strappata con la forza per usurpare il posto di tre poveri figli mancati.

Ma, a differenza delle altre cose della vita, che ripetendole diventano pi facili, quando cerchi il coraggio di provarci per una seconda volta ti scontri con l'inevitabile realt  che morire  maledettamente doloroso. E anche il digiuno non sarebbe servito a niente visto che mercoled era gi  l'indomani.

Forse potrei parlarne a Maia, si disse. Ma tanto l'amica le avrebbe consigliato ci che gi  sapeva. E piuttosto che dirlo ai genitori, sarebbe scappata di casa. Con le stampelle e la caviglia rotta, per, non avrebbe fatto molta strada. Era bloccata l .

Si volt verso il letto e fiss l'orso di peluche con la testa riattaccata.

Dopo ci che era accaduto in giardino qualche sera prima, quando Raffaele l'aveva costretta a umiliarsi di nuovo, non credeva nemmeno pi che esistesse davvero un angelo che la stava vegliando a distanza. E, senza di lui, era difficile pensare di scamparla.

Per quanto ci girasse intorno, c'era un'unica soluzione.

Si alz dal tavolo e zoppic fino alla porta. Si trascin fino alle scale e inizi a scendere. Arrivata all'ultimo gradino, controll che non ci fosse nessuno, quindi prosegu verso lo studio.

L'ingegner Rottinger era partito per un viaggio di lavoro. Sua madre era fuori per commissioni. La ronda dei domestici, incaricati di tenerla d'occhio, sarebbe passata dalla sua stanza fra quindici minuti.

Aveva tutto il tempo.

Chiuse la porta dietro di s, stando attenta a non fare rumore. L'ambiente era immerso in una gradevole penombra. Nell'aria si avvertiva il profumo di suo padre: sandalo, tabacco e noce moscata. Una miscela esclusiva di essenze, preparata in una piccola bottega di Palais-Royal, a Parigi.

La ragazzina si diresse verso la libreria al centro della quale era esposto un sacco di Burri che i suoi avevano acquistato da un gallerista di Milano. Tast la parte inferiore della cornice finch non trov un bottone. Lo premette. Il quadro venne in avanti, staccandosi dal mobile. Lo spost, rivelando una piccola cassaforte elettronica. La ragazzina col ciuffo viola conosceva la combinazione. Era il segreto pi preservato della sua famiglia. Dopo aver composto le otto cifre della data di nascita della madre, lo sportelletto si apr automaticamente.

Infil il braccio nell'antro ed estrasse un sacchetto di velluto nero.

Lo port con s alla scrivania e si sedette sulla poltrona girevole. Volt le spalle al tavolo e alla porta d'ingresso. La luce del mattino filtrava dalle persiane andandosi a posare sull'involucro che aveva in grembo. La ragazzina lo apr e introdusse la mano per prendere il revolver. Era scarico. Ma i proiettili erano sparsi nel piccolo sacco. Apr il tamburo e li inser uno alla volta, con le mani che le tremavano.

 una prova, si disse per calmarsi. Soltanto una prova.

Ma non era cos sicura perch, se per caso avesse scoperto di averne la forza, non avrebbe esitato a premere il grilletto. Come la mattina del lago, quando alla fine del pontile aveva sentito l'irresistibile richiamo dell'acqua gelata.

Quando ebbe terminato di caricare la pistola, prese un respiro e spalanc la bocca. Tolse la sicura e s'infil la canna fra i denti, fino a sentire la punta di ferro che toccava il palato. Se avesse avuto fortuna, tutto sarebbe durato appena una frazione di secondo.

Il cuore le batteva fortissimo e le sudavano le mani. Pens a quale dovesse essere il suo ultimo pensiero prima di morire. Era ridicolo pensare di dover pensare, ma non voleva congedarsi dalla vita con l'idea o l'immagine sbagliata.

"perch non rispondi a quel cazzo di telefono?"

Dentro di lei risuon il tono aspro di Raffaele l'ultima volta che si erano visti nel labirinto di siepi in giardino. Prov rabbia e risentimento. Adesso non mi troverai di certo, gli rispose piccata. cos dovrai farti fottere tu, domani!

Poi risent   anche la propria voce che replicava al ragazzo.

"Io non ce l'ho pi un telefono.  finito nel lago quando sono caduta."

Alla sua menzogna, Raffaele aveva reagito afferrandole il braccio e minacciandola.

"Non fare la stronza con me, sono giorni che ricevi i miei messaggi e non rispondi."

In quel momento ricord che, prima di riporre l'iPhone nel sacchetto di plastica insieme alla bottiglia di whisky, aveva tolto tutte le restrizioni per accedere all'apparecchio in modo che chi l'avesse trovato potesse restituirlo agevolmente alla sua famiglia. cos i suoi avrebbero scoperto il motivo del suo gesto dalle foto conservate nella memoria del cellulare. Ma, dopo aver escogitato tutto questo, lei aveva spento il telefono. Lo rammentava chiaramente.

"... sono giorni che ricevi i miei messaggi e non rispondi..."

L'arma nella sua mano divenne pi pesante. Lentamente se la sfil dalle labbra. Qualcuno aveva recuperato il suo cellulare dal molo. Qualcuno lo aveva acceso.





44


L'uomo che puliva aveva pianto tutto il giorno dopo che Micky gli aveva raccontato di Vera. "Adesso sta bene" aveva detto. "Non soffrir  mai pi."

"E ora cosa accadr ?" era stata la sua domanda. "Abbiamo finito?"

Aveva capito che Micky cercava Vera ogni volta che gli affidava un compito perch le prescelte dovevano avere un'et  che si avvicinasse il pi possibile a quella della madre. Invecchiavano insieme a lei.

L'altro era stato vago nella risposta, si era limitato a dire: "Vedremo".

L'uomo che puliva pensava che forse da quel momento lui non gli serviva pi, che non aveva pi alcuna utilit, a parte pulire. Un tempo ci sarebbe stato male, ma adesso sperava solo che Micky se ne andasse. Forse avrebbe dovuto dirgli che anche lui aveva fatto un incontro inaspettato.

Chiss  se nominare la cacciatrice di mosche sarebbe stato sufficiente a spaventarlo.

Tuttavia, il suo principale pensiero al momento era Fuck. Voleva sapere come stava e, soprattutto, voleva rivederla. Prima, per, doveva recuperare il cellulare che aveva nascosto nel villino al civico 23.

Incurante del fatto che la cacciatrice di mosche avesse avuto modo di segnalare l'abitazione alle forze dell'ordine, s'introdusse nella casa nel primo pomeriggio, quando il quartiere era avvolto in una calma soporifera e si sentiva solo il rumore di qualche tosaerba. I gatti vennero ad accoglierlo come al solito. Nulla era cambiato. Ma non aveva tempo di dar loro da mangiare, doveva fare in fretta. Sal di corsa le scale fino alla soffitta. Nella penombra riconobbe l'intercapedine del sottotetto dove aveva nascosto il telefonino. Lo prese e rimase per un po' a osservarlo. Anche se sapeva che non era sicuro trattenersi pi del necessario, ebbe la tentazione di accenderlo. Lo fece. Attese che si attivasse e che comparissero i soliti riquadri per poter andare al pi presto a cercare le foto di Fuck. Era ansioso come un bambino, ed era anche felice.

Fu allora che il cellulare cominci a intonare un inquietante motivetto.

L'uomo che puliva era disorientato, poi cap.

Qualcuno lo stava chiamando.





45


Qualcuno all'altro capo della linea aveva risposto alla chiamata.

Ci aveva messo un po' a decidersi, lasciando suonare a lungo la sigla di Stranger Things che aveva scelto come suoneria del vecchio iPhone. Ma poi aveva attivato la comunicazione. E adesso taceva.

La ragazzina col ciuffo viola era seduta per terra, in camera sua, e aveva finalmente scartato la confezione del nuovo smartphone che i suoi le avevano regalato per sostituire quello che tutti pensavano fosse finito nel lago. "Sei tu, vero?" chiese. "Sei quello che mi ha salvato..."

Dall'altra parte, si sentiva solo respirare.

"E mi hai riportato l'orso di peluche, riattaccandogli la testa."

Sempre silenzio.

"Eri nel camerino accanto al mio, al negozio... Almeno questo puoi dirmelo, no?"

Nessuna replica.

Era frustrante, ma la ragazzina cerc il coraggio per proseguire. "Ho fatto delle cose brutte" disse tutto d'un fiato. "Cose di cui mi vergogno. E non voglio pi farle" si affrett a puntualizzare. "Per lui mi costringer  a continuare." Le venne da piangere, singhiozz. "Non so perch ti dico queste cose, ma a chi potrei raccontarle? Non ti conosco nemmeno, non so che faccia hai, ma ho bisogno che mi aiuti... Che mi aiuti un'altra volta..." Ormai le lacrime sgorgavano copiose. "Domani sera Raffaele verr  a prendermi per portarmi in un posto. Non so dove, so solo che non voglio andarci." Preg che lui avesse capito bene le ultime frasi, poi attese che il misterioso interlocutore le desse almeno un segno.

Ma, dopo pochi secondi, la comunicazione s'interruppe.


46.


La finestra era aperta per met  ma la mosca non vedeva la via d'uscita e si ostinava a sbattere contro il vetro della parte ancora chiusa, complicandosi la vita e, probabilmente, condannandosi da sola a morte certa. Andava avanti cos da dieci minuti e la cacciatrice non poteva fare a meno di osservarla dal letto d'ospedale, sentendosi esattamente come lei.

Era la seconda volta che la ricoveravano. La prima era stata quando aveva partorito. E in entrambi i casi il professor Rinaldi le era vicino.

"La buona notizia  che la vecchia Clio ormai  andata e finalmente dovrai fartene una ragione" disse l'ex marito, mentre raccoglieva le sue cose sparse nella stanza in vista delle imminenti dimissioni.

Ricordava l'urto contro gli alberi, l'odore del bosco, il mondo capovolto. Ma il resto era un mistero. Non rammentava che era stata Pamela a trovarla e a chiamare i soccorsi, nemmeno che l'amica era rimasta con lei mentre l'ambulanza la portava al Sant'Anna. Eppure le avevano riferito che era rimasta lucida per tutto il tempo, rispondendo alle domande dei paramedici.

Se l'era cavata con un braccio rotto e qualche sbucciatura, ma poteva andarle molto peggio.

Pensavano che la colpa dell'incidente fosse da attribuire al trauma cranico per la botta in testa di qualche ora prima. Tuttavia, nessuno era disposto a credere che un pericoloso assassino fosse entrato in casa sua. Ritenevano che si trattasse di un semplice ladro che, una volta scoperto, l'aveva aggredita per fuggire. Gli assassini uccidono, non stordiscono, era la loro inoppugnabile obiezione.

"I freni erano manomessi" protest, esausta.

"L'hai gi  detto, ma la macchina  un catorcio e ormai se ne occuper  l'assicurazione."

Dall'aspetto pi provato del solito, la cacciatrice intu che quella mattina Rinaldi non aveva ancora toccato un goccio. Come tutti gli alcolisti cronici, quando beveva stava meglio: il volto era pi rilassato, il tremito alle mani spariva. L'alcol anestetizzava il dolore causato dall'alcol stesso. Anche se fra poco si sarebbe riattaccato alla bottiglia, al momento il professore era sobrio per lei, e la cosa non poteva che farle piacere.

Nessuno dei due aveva menzionato il tragico ricordo che li legava a quel posto.

Mentre l'uomo tirava fuori da una borsa gli abiti con cui di l  a un'ora avrebbe lasciato l'ospedale, la cacciatrice pensava che avrebbe voluto stirargli la camicia. Quando erano sposati si dividevano le faccende domestiche, tranne quella. Lei, che era sempre stata una frana, era stata costretta a imparare. E anche se era odioso che certa gente giudicasse il valore di una moglie dalle camicie del marito, ci teneva che il professore andasse a scuola in ordine.

La porta era aperta, ma qualcuno buss comunque.

La cacciatrice si volt e vide Pamela che faceva capolino con un sorriso gentile stampato sulla faccia. La infastid perch di solito era sempre incazzata.

"Come va oggi?" le domand con tono finto e, perci, irritante.

"Meglio, grazie" rispose Rinaldi al posto suo.

"Allora  vero, si torna a casa."

Not che Pamela era in divisa, perci almeno non si sarebbe trattenuta molto. "Che vuoi?" la fulmin subito.

L'altra sollev le braccia in segno di resa. "Vedo che ce l'hai ancora con me."

"Certo, non mi credi" replic, stizzita. "Eppure ti ho dato tutti gli elementi per capire con chi abbiamo a che fare."

Pamela prese una sedia e and a sedersi accanto al letto. "Sono passata da Silvi poco fa" disse. "Dopo quello che ti  successo, il medico legale ha accelerato la procedura per il confronto fra il DNA dei capelli di Magda Colombo e quello del braccio di Nesso."

"E allora?" domand, esitante.

"Nessun riscontro."

La risposta la gel. "Com' possibile?"

"Semplice: i capelli che hai prelevato dalla spazzola appartengono a una parrucca bionda."

Non aveva considerato che la donna indossasse una capigliatura finta. "Potete tornare in quella casa e prendere qualche altro reperto" obiett.

"E con quale ragionevole motivo?"

Era scandalizzata. "Quello che potrebbe esserle accaduto qualcosa di orribile."

"Semmai, la prossima volta che fai una perquisizione illegale, portati via lo spazzolino da denti" le consigli ironicamente Pamela.

"E le nove donne bionde scomparse negli ultimi dieci anni nella zona di Como? Anche questa  una mia invenzione?"

Pamela si spazient. "Se adesso andassimo all'anagrafe e facessimo una ricerca simile, cambiando i parametri e mettendo 'maschio, capelli castani, et  approssimativa quarant'anni', verrebbero fuori tantissimi nominativi."

"E il morso sul braccio di Nesso, come te lo spieghi?"

"Non me lo spiego, ma non  nemmeno la prova di un omicidio."

Il professor Rinaldi assisteva al battibecco senza interferire, la cacciatrice cercava il suo supporto con lo sguardo ma lui la ignorava. Allora si sporse verso l'amica e le artigli il polso. "Ascoltami" quasi la supplic. "Questi assassini si dividono in due categorie: organizzati e disorganizzati... Gli organizzati pianificano ogni cosa prima di agire. Sono ben inseriti nella societ , hanno un lavoro, pagano le tasse e conoscono la legge. Sono sadici ma pensano di avere uno scopo. Sono molto prudenti e non lasciano tracce attraverso cui possono essere individuati... I disorganizzati invece agiscono d'impulso. Non selezionano le vittime, le scelgono a caso. Vivono ai margini, spesso sono senza amici e famiglia. Sono anaffettivi e uccidono per puro piacere.  difficile individuarli perch, anche se commettono qualche errore, sono imprevedibili..." Not che ora aveva l'attenzione di Pamela, le lasci il polso e prosegu: "L'uomo che ho visto al Gloria cerca donne bionde ma  uscito dal locale con una che aveva i capelli castani.  bravo a far sparire i cadaveri ma ha tralasciato l'unghia che  finita in bocca alla figlia dei Rottinger.  un solitario ma  capace di socializzare con le vittime per circuirle. Non prova alcuna empatia, per ha salvato la ragazzina che stava affogando".

"Mi sembra che nel suo caso ogni caratteristica sia in contraddizione con l'altra" constat l'amica, ancora scettica. "Allora in quale delle due categorie rientra?"

"In entrambe" fu la risposta lapidaria della cacciatrice. "Per questo  il peggiore che potesse capitarci."

Pamela tacque e anche il professore sembrava appeso al resto del ragionamento.

"La rabbia che governa quest'uomo viene da lontano.  cresciuto in un ambiente ostile,  stato nutrito di violenza, ha subto abusi di ogni tipo. Ma, nonostante tutto questo, ha imparato a sopravvivere: si  adattato." Fece una pausa. "La sua non  solo una vendetta nei confronti del mondo che ha ignorato la sua sofferenza, che non l'ha salvato quando era piccolo e indifeso: non dobbiamo commettere questo errore, crederlo sarebbe fatale. Invece ha una ragione precisa che lo spinge a uccidere, ed  la stessa che fa di te una tutrice della legge, di Rinaldi un insegnante e di me una cacciatrice di mosche... Lui pensa che sia giusto cos perch  nella sua natura."

Pamela si lasci andare contro la spalliera della sedia, era stupita. "Come fai a sapere tutte queste cose? Dove le hai imparate? E perch?" balbett.

La cacciatrice spost lo sguardo sull'ex marito: a differenza dell'amica, il professore conosceva gi  le risposte a quegli interrogativi. "Dopo la morte di Valentina, lei ha avuto bisogno di capire" disse, infatti, lasciando intendere che, forse, a loro era capitata la sfortuna d'imbattersi in uno di quei mostri insospettabili nel momento in cui, probabilmente, iniziava la sua collezione di vittime. Poich alcune delle caratteristiche che la cacciatrice aveva elencato si adattavano alla perfezione al profilo di Diego. Poi Rinaldi si avvicin all'ex moglie, aveva le lacrime agli occhi. "Avremmo dovuto proteggerla" afferm sottovoce, accarezzandole con dolcezza la fronte. "Alla fine,  stata anche colpa nostra."

"Prover a parlarne ancora col tenente" si decise la carabiniera. "Per non ti assicuro nulla... E dovrai promettermi che la tua indagine non autorizzata finisce qui: se esiste veramente un mostro del genere, non esiter  a farti ancora del male."

La cacciatrice di mosche stabil che, per il momento, quell'impegno le poteva bastare.

Pamela si alz e stava per andarsene. "Potresti dedicarti a quell'altra faccenda" sugger, ammiccando. "Il tipo della Porsche bianca" specific. "Abbiamo ancora un trattamento in sospeso, ricordi?"

Rinaldi le guard, interrogativo.

"Roba da donne" lo liquid la carabiniera. Poi le pos un bacio sulla guancia e lasci la stanza d'ospedale.

Rimasti soli, il professore si avvicin per sistemarle un cuscino sotto il braccio ingessato, ma la cacciatrice di mosche lo blocc con una frase secca: "Voglio incontrarlo" disse, senza bisogno di aggiungere altro. "Mi ci porti?"

Rinaldi prima la fiss. Poi annu.





47


L'assassino di Valentina era minorenne al momento del brutale omicidio, perci aveva trascorso i primi due anni di una condanna di otto in riformatorio. Una volta maggiorenne, per, era stato trasferito in una struttura penitenziaria per adulti.

In occasione di quella visita, il professore aveva ripreso a guidare e si dirigeva verso il carcere di Opera. Sul sedile accanto, la cacciatrice di mosche teneva fra le mani una foto di Valentina. Anche senza guardarla, ne sentiva il bisogno. Chiss  che aspetto avrebbe avuto adesso se fosse sopravvissuta alla furia omicida, si chiese. Era convinta che sarebbe diventata una donna meravigliosa. Forse per questo dopo la sentenza non aveva pi voluto rivedere Diego, nemmeno nelle foto che ogni tanto qualche paparazzo dell'orrore riusciva a rubare durante le attivit  di utilit  sociale svolte dai detenuti fuori dalla prigione. Perci lei non sapeva se, trascorsi cinque anni, il ragazzo era cambiato. L'avrebbe riconosciuto subito o ci avrebbe messo un po'? E come sarebbe finito quell'incontro? Lui l'avrebbe convinta di essersi pentito oppure avrebbe trovato il modo di deluderla di nuovo? L'unica cosa che sapeva era che stava andando l  con uno scopo ben preciso e non si sarebbe lasciata manipolare.

Arrivarono nei pressi della struttura carceraria, un monolito grigio in mezzo al nulla della pianura. Parcheggiarono e stavano per avviarsi all'ingresso, ma la cacciatrice si volt verso il professore. "Preferisco farlo da sola" disse, all'improvviso.

"Sei sicura?"

"S" lo tranquillizz.

"Non dimenticare mai chi hai di fronte" le raccomand l'ex marito.

Dalla frase lei intu due cose. Che Rinaldi era gi  stato l . E che si era sbagliata a pensare che, dopo tanto tempo, fosse diventato remissivo con Diego. Il professore sapeva perfettamente che razza di essere umano ci fosse dietro le sbarre.

Lo lasci l , sotto il sole di quella bella giornata, e s'incammin verso l'entrata.

Una volta risolte le formalit  e superati i varchi di sicurezza, la fecero accomodare nel parlatorio. Al posto delle pareti c'erano vetri spessi almeno cinque centimetri. L'arredamento era composto da un tavolo d'acciaio e due sedie imbullonate al pavimento.

Attese circa un quarto d'ora, stringendosi all'ingessatura del braccio come un naufrago che si aggrappa al primo relitto di passaggio, temendo di andare a fondo. Poi dai muri trasparenti intravide gli agenti penitenziari che scortavano un giovane alto e magrolino, coi capelli con la riga di lato e occhiali da secchione. La porta si apr e lo aiutarono a sedersi di fronte a lei, assicurando le manette a una catena che passava attraverso un anello posto al centro del tavolo. Per tutti i minuti necessari a compiere quelle operazioni, Diego evit di guardarla. Poi i secondini li lasciarono soli, richiudendosi la pesante porta alle spalle.

La cacciatrice lo fiss in silenzio. Era cresciuto molto rispetto all'ultima volta, il ragazzo si era fatto uomo. Eppure lei continuava a scorgere i brufoletti sulle guance. La barba rada. L'abitudine infantile di mangiarsi le unghie. "Ciao, Diego" lo salut.

"Ciao, mamma."

Era tanto tempo che la cacciatrice di mosche non si sentiva chiamare in quel modo. Fu scioccante, non l'aveva previsto. Si fece coraggio. "Non dar il mio consenso ad alcuna pena alternativa al carcere. Io e tuo padre ci siamo schierati contro di te al processo proprio perch eravamo convinti che il tuo posto fosse questo. Almeno per la durata della condanna, poi si vedr ."

"Allora perch sei venuta?" domand l'altro, con un tono dolce, da fanciullo.

"Per sentire la tua versione."

"La conosci, la mia confessione  agli atti."

"Quella  la storia che hai raccontato agli altri, voglio ascoltare quella vera."

Il ragazzo scosse il capo, sempre senza sollevarlo. "Temi che non abbia detto la verit ? Che sia qui perch mi hanno costretto ad autodenunciarmi?" Rise, divertito.

Sapeva che ci che il figlio aveva dichiarato al processo corrispondeva al vero, purtroppo. Per ignorava i dettagli personali, le sfumature pi intime, gli stati d'animo che di solito non vengono riportati in una sentenza. "Nessuno ha sbagliato, sei qui perch te lo meriti."

Il ragazzo prese un respiro. Finalmente la guard negli occhi. "Valentina stava studiando per una delle ultime interrogazioni a scuola. L'ho chiamata per chiederle di vederci alla vecchia casa dei nonni perch, come sai bene, andavamo sempre l  a fare l'amore. Da un po' di tempo avevo capito che c'era qualcosa che non andava: ci stavamo allontanando e non sapevo perch. All'inizio lei non voleva venire, ho insistito e alla fine ha ceduto. Sono arrivato prima di lei alla villetta e l'ho aspettata."

"Avevi il coltello con te" gli ramment, dura, pensando alle numerose ferite inferte.

"S ce l'avevo. Ma in quel momento non sapevo realmente a cosa potesse servirmi, giuro. Forse volevo solo spaventarla o mostrarle che ero pronto a tutto per non perderla."

"E poi?"

"Ero dentro casa, ho sentito il suo scooter nel vialetto. Ho aperto la porta e me la sono trovata davanti. Dio, com'era bella..."

"E poi?" lo incalz di nuovo.

"Volevo andare nella stanza di quando eri ragazza, fare l'amore e ritrovare ci che avevamo perduto. La nostra magia speciale... Ma lei mi ha guardato e mi ha detto che aveva conosciuto un altro e che stavano gi  insieme."

La cacciatrice era piena di collera e si protese verso di lui. "E allora, tu cosa hai fatto?" domand, digrignando i denti.

"L'ho presa per i capelli e l'ho trascinata lo stesso in camera. Le ho strappato i vestiti e l'ho gettata sul letto. Lei piangeva, mi supplicava, ha provato a fermarmi."

"E tu l'hai violentata" afferm, secca.

"Avrei voluto, ma non ce l'ho fatta" riconobbe senza problemi. "Mi sono sentito impotente, per questo ho tirato fuori il coltello."

La cacciatrice era allibita. Quelle parole di odio venivano dal cuore del bambino che aveva portato in grembo. Che aveva allattato, cresciuto, educato, credendo di fare il meglio per lui. Inconsapevole che, invece, il suo piccolino fosse capace di una simile ferocia. "perch l'hai uccisa?"

"perch ero debole e lei ne ha approfittato per ferirmi e farmi del male."

La cacciatrice di mosche constat con disgusto che le scuse dei maschi che usavano la violenza contro le donne erano sempre le stesse, indipendentemente dall'et . Allora sbrait: "perch?!"

"perch ero il pi forte e volevo che soffrisse" confess, finalmente.

Diego si mise a piangere. Le lacrime gli imbrattarono la faccia e i singhiozzi gli squassavano il petto. Sembrava un cucciolo indifeso. Da madre, prov l'istinto inspiegabile di stringerlo a s e consolarlo. Sapeva che era sbagliato ma, anche se non l'avrebbe mai fatto, non riusciva a impedirsi di pensarlo. "Tu sei il mio pi grande fallimento" disse, con l'anima che andava in pezzi.

"Non  colpa tua. E nemmeno di pap " disse il ragazzo. "Penso di essere stato come sono adesso fin da bambino.  come se avessi un appuntamento con la morte, non so come spiegartelo diversamente. E sapevo che ci saremmo incontrati, prima o poi."

Stava quasi per cascarci ma, in quel momento, nella mente della cacciatrice sfil l'ombra dello sconosciuto del lago, un mostro assassino che si gettava in acqua per soccorrere la figlia adolescente dei Rottinger. "Affermare che sei fatto cos e non puoi farci niente non  una scusante, anzi  peggio" replic con calma al figlio. "perch, invece di uccidere Valentina, avresti potuto salvarla."

Il ragazzo non cap. "Salvarla da cosa?"

La madre lo fiss con tristezza. "Da te."

Poco dopo, vennero a prendersi Diego per riportarlo in cella. La cacciatrice di mosche assistette alla scena con la stessa pena con cui una mamma osserva il passaggio del feretro di un figlio morto prima del tempo. Probabilmente era ci che avevano provato i genitori di Valentina, perci sentiva di meritarlo.

Dopo che l'ultimo cancello del carcere la lasci passare, si ritrov di nuovo nel parcheggio senza avere idea di cosa ne sarebbe stato della sua vita da quel momento in poi. Aveva esaurito la forza di disperarsi e anche il dolore.

Vide il professor Rinaldi che le veniva incontro. Non disse niente. L'abbracci e piansero. Anche se sapevano che non si sarebbero mai pi rimessi insieme, in quel momento erano di nuovo i due ragazzi che si erano conosciuti e innamorati tanti anni prima e che per amore avevano messo al mondo un figlio.

Prima di dirsi di nuovo addio, per pochissimo tornarono a essere come una famiglia.





48


La quiete dell'abisso. L'immensa calma del fondo del lago. Sospesa nell'acqua gelida, mentre il suo corpo fluttua, ondeggiando nella corrente. Tiene gli occhi aperti, si guarda intorno. Il silenzio la circonda e la protegge. Niente e nessuno pu pi toccarla. La ragazzina col ciuffo viola continuava a immaginarsi in quello stato imperturbabile e intanto contava il tempo che la separava dall'inevitabile.

Quella mattina era passato l'ortopedico per visitarle la caviglia. Siccome stava guarendo in fretta, le aveva tolto le stampelle, mettendole un tutore pi leggero con cui avrebbe avuto pi facilit  a camminare.

Ma non era una buona notizia, visto ci che l'attendeva quel mercoled sera.

Aveva scelto una tuta a caso dall'armadio. Si era legata i capelli in una coda, come quando non aveva tempo di lavarli. Aveva evitato di fare la doccia e si era cosparsa di un profumo stomachevole. Voleva rendersi indesiderabile, contravvenire all'ordine di Raffaele di "cercare di essere carina", sperando che il ragazzo sconosciuto, a cui l'aveva venduta stavolta, si tirasse indietro. Ma arrivate le ventuno aveva gi  perso tutta la sua sicurezza e temeva che quel comportamento sarebbe stato letto come un affronto imperdonabile.

Per ottenere il permesso di uscire di casa in una serata infrasettimanale, aveva raccontato alla madre che sarebbe venuto a prenderla il pi bel "figo" che avesse mai conosciuto. Purtroppo, era la verit . Ma la signora Rottinger non si era chiesta come mai un tipo del genere s'interessasse proprio alla figlia. Si era subito illusa che il ragazzo riuscisse a scorgere in lei i geni della bellezza materna. In fondo, voleva solo essere rassicurata dal fatto che forse la sua bambina non l'avrebbe mai odiata per non aver ereditato il suo fascino.

Raffaele si present puntuale davanti al patio della villa, a bordo della moto che gli aveva regalato il padre. Squadr la ragazza col ciuffo viola e non si arrabbi per come si era conciata, anzi gli scapp da ridere. "Almeno ti sei sbarazzata di quelle cazzo di stampelle" comment. Le pass il secondo casco e fece un cenno alla signora Rottinger che si era attardata sulla soglia proprio per salutarli. Un perfetto giovanotto della Como bene.

Mentre andavano a tutta velocit, la ragazzina si strinse a lui, sentendo il calore del suo corpo nel vento. Per un attimo, chiuse gli occhi e immagin di essere davvero la fidanzata di Raffaele. Come sarebbe stato bello se le cose fossero state diverse. Invece facevano soltanto schifo. Prov un senso di nausea, spalanc gli occhi e, guardando i fari delle auto che arrivavano di fronte, diede un colpo di reni. La moto sband pericolosamente. Un clacson risuon, sparendo alle loro spalle.

"Cazzo fai?" le url il ragazzo, dopo aver ripreso la traiettoria. "Vuoi farci ammazzare?"

S avrebbe voluto rispondergli. Ma poi disse soltanto: "Scusa".

Il viaggio dur quasi mezz'ora, durante la quale costeggiarono quasi sempre il lago. Poi s'immisero in una stradina buia che saliva in collina. Alla fine, giunsero davanti a una palazzina degli anni Settanta, con l'insegna HOTEL.

La ragazzina col ciuffo viola scese dalla moto e si guard intorno. Era un albergo vecchio e decadente. O forse era lei troppo giovane per stare l . "Non ci daranno mai una stanza" comment. "Siamo minorenni."

"Tu non ti preoccupare" la ammon Raffaele mentre prendeva lo zainetto assicurato al serbatoio. "Sta' zitta e seguimi."

Entrarono nella hall. Se possibile, l'interno era anche peggio dell'esterno. L'arredamento in legno emanava un forte odore di muffa e deodorante spray. Il ragazzo le fece intendere di aspettarlo a distanza, mentre lui si accordava col portiere. Lo vide confabulare con quell'omino strizzato in una giacca blu che, mentre Raffaele gli passava venti euro, le riserv perfino un'occhiata di disprezzo. La ragazzina si sent   improvvisamente in imbarazzo e abbass lo sguardo. Poco dopo, il suo aguzzino torn da lei con una chiave.

Salirono fino alla stanza duecentonove.

Raffaele spalanc la porta e la fece entrare. Accese la luce e lei si ritrov in un ambiente claustrofobico. La camera misurava al massimo una decina di metri quadri, quasi totalmente occupati da un letto matrimoniale. C'era un televisore col tubo catodico attaccato alla parete e un piccolo frigobar che emetteva un ronzio infernale. Dal bagno angusto arrivava puzza di urina. Il copriletto marrone era sudicio, come le tende davanti all'unica finestra con la tapparella abbassata per met .

"Cosa fai l  come una stronza?" la rimprover Raffaele, aprendo lo zainetto.

Lei fece un passo in avanti, domandandosi cosa l'attendesse. Poi vide che lui sistemava sul letto qualcosa. Biancheria intima. Calze autoreggenti, slip trasparenti e un reggiseno che non avrebbe saputo come riempire. Poi le porse una trousse. Ecco perch non gli interessava il suo aspetto dimesso, pens la ragazzina.

"Va' in bagno e truccati" le intim. "Poi metti questi."

Lei gli prese la mano. "Aspetta."

"Che c'?"

Avrebbe voluto minacciarlo, dirgli che il suo angelo sarebbe venuto a salvarla di nuovo e gliel'avrebbe fatta pagare. Ma, dopo la telefonata muta, non era pi sicura di niente. E quando aveva provato a richiamare il vecchio numero, aveva squillato sempre a vuoto. "Nulla" disse, afferrando l'astuccio coi trucchi e raccogliendo la lingerie.

Prima che cominciasse a prepararsi, Raffaele la inform: "La persona che sta per arrivare ha pagato un sacco di soldi per averti".

Forse quel pezzo di merda pensava che si sarebbe sentita lusingata. Ma lei provava soltanto ribrezzo. Anche per se stessa. "Non m'importa a quale dei tuoi amici mi hai venduta stavolta, basta che si sbrighi come tutti gli altri."

Raffaele si conged con una risata, lei si chiuse in bagno.

Mentre si metteva il rossetto, sent   che qualcuno entrava nella camera. A quanto pareva "la persona" era arrivata. La ragazzina col ciuffo viola pens a quella parola perch Raffaele l'aveva chiamato in quel modo? Lo sent   mentre si spogliava, poi riconobbe il cigolio delle molle del materasso e cap che si era disteso e la stava aspettando.

Spense la luce del bagno. Si appoggi alla porta con la fronte, inspir e raccolse tutto il coraggio di cui disponeva. Infine, si decise ad aprire.

L'interno della camera era buio. Rimase sulla soglia cercando nell'oscurit . Quando i suoi occhi si abituarono a quel po' di luce che filtrava dalla tapparella, intravide chi l'attendeva disteso.

Non era un ragazzo. Era un uomo adulto con una pancia enorme e un'erezione in bella vista.

"Avvicinati, fatti guardare" la invit, con una dolcezza sgradevole. "Coraggio."

Lei avanz e si posizion di fronte al letto e di spalle all'entrata della stanza.

"Sei molto bella, lo sai?" afferm l'uomo, deglutendo un sorso di saliva.

No, non sono bella, gli rispose nel segreto della propria mente. Sono una bambina e tu sei un mostro. Senza rendersene conto, cominci a piangere.

"perch fai cos?" domand l'uomo, fintamente compassionevole. "Adesso ci divertiamo un po'." Ma visto che lei non riusciva a smettere, le url: "Finiscila! cos rovini tutto, cazzo!"

Ci prov, ma era difficile: stava troppo male.

Il respiro dell'uomo inizi a farsi affannoso. "perch non vieni a stenderti un po' accanto a me?" propose, mellifluo, facendole posto.

Stava per obbedire quando sent   la porta aprirsi alle sue spalle. Contemporaneamente, sul volto dell'uomo passarono diverse emozioni. Eccitazione. Stupore. Paura.

La ragazzina col ciuffo viola avvert una presenza dietro di s.

"Non ti voltare" le ordin una voce.

Obbed. Qualcuno le mise sulle spalle una cappa o forse un mantello per coprirla. No, era un giubbotto grigio.

"Adesso vattene da qui."

Nonostante il tutore alla caviglia, corse come poteva verso l'uscio accostato. Lo spalanc e vide subito Raffaele esanime, col volto tumefatto per le botte. Percep anche l'uomo sul letto che piagnucolava.

"Chi sei tu?" domand il grassone, senza ottenere risposta.

La ragazzina col ciuffo viola avrebbe dovuto solo allontanarsi nel corridoio, senza guardarsi indietro. Ma la tentazione di vedere almeno una volta in faccia il suo angelo era troppo forte. Si gir leggermente e, in un tempo che le sembr infinito, scorse un gigante fatto di ombra che si metteva una mano in bocca e si sfilava i denti.

Mostr un sorriso di gengive d'avorio, affilate come una lama.

Mentre la porta si richiudeva, la ragazzina vide l'angelo spalancare le fauci e avventarsi sull'ignaro peccatore.

Non prov alcun odio, n piet . Voleva solo andare via da l .





49


Quando alle due del mattino arriv davanti alla porta dell'appartamento, si accorse di non avere con s le chiavi. Il palazzo di periferia era silenzioso e tranquillo, ma lui era sporco di sangue. Le aveva perse, non c'era altra spiegazione. Il giubbotto, ricord. Le aveva lasciate nella tasca del giubbotto che aveva messo sulle spalle di Fuck. Non potranno risalire a me da un carrarmato di latta e qualche chiave, si disse. E comunque la ragazzina col ciuffo viola non l'avrebbe mai permesso.

Lei  mia amica.

Teneva un mazzo di riserva nascosto sotto il coprimozzo della ruota di scorta del Fiorino. And a prenderlo. A ogni modo, per precauzione, al ritorno dal lavoro avrebbe sostituito le serrature. Al momento, il piano era fare una doccia, cambiarsi i vestiti e uscire il pi rapidamente possibile, in modo che Micky non si accorgesse di nulla. Quando finalmente entr in casa, per, fu accolto dalla voce del suo coinquilino.

"Cosa mi nascondi, ragazzo?" disse subito, dietro la porta verde.

"Nulla" fu la risposta dell'uomo che puliva.

"Non ci provare, ragazzo: lo sai che con me non attacca."

"Non ho nulla da nascondere" conferm, ma era consapevole di non essere credibile.

"Allora cos'hai in tasca?"

L'uomo che puliva abbass lo sguardo. In effetti, dalla tasca anteriore dei pantaloni spuntava il cellulare di Fuck. L'aveva portato con s all'hotel, ma poi se n'era scordato. E non l'aveva nemmeno nascosto. Un errore imperdonabile.

"Come lo spieghi quello?" lo incalz Micky.

Non sapeva cosa replicare.

"Tu credi che io non veda nulla, non sappia nulla... Vero, ragazzo?" afferm con tono pedante. "Pensi che Micky sia uno stupido."

"No" si affrett subito a dire.

"Invece s!" gli url l'altro. "Pensi che il vecchio Micky si faccia prendere per il culo da un moccioso come te?"

"No" fu di nuovo la risposta: subiva la strigliata col capo abbassato.

"Adesso metti quel telefono di merda sul tavolo" gli intim.

Obbed.

"E ora dimmi: cosa ci facevi con un cazzo di cellulare?"

"Guardavo le foto" ammise con un filo di voce.

"Cosa? Non ti ho sentito, ragazzo, parla pi forte..."

"Le foto" ribad . "Guardavo le foto."

"Guardavi le foto di una ragazzina, ho capito bene? Cosa sei, un pervertito?"

"No" si difese,perch non voleva essere paragonato al tipo dell'hotel. "Lei  mia amica."

La voce di Micky si fece malinconica e anche sprezzante quando disse: "Tu non hai amici, ragazzo".

Sperava che quel supplizio terminasse, che Micky scegliesse una punizione per lui e lo lasciasse andare. "Perdonami" disse, per accelerare la fine della discussione. "Ho sbagliato e merito una lezione."

"Eccome se la meriti" concord l'altro. "Apri il cassetto del tavolo."

Non sapeva cosa avesse in mente, ma era meglio non contrariarlo.

"Lo vedi il cacciavite?"

L'uomo che puliva lo vedeva e non sapeva cosa aspettarsi. "Cosa devo fare?" chiese, cercando di mostrarsi pronto a qualunque cosa.

"Lo sai qual  il castigo che compete ai guardoni?"

No, non lo sapeva. E aveva paura a chiederlo.

La voce di Micky si fece cattiva. "Non ti servono due occhi, ragazzo. Te ne basta uno."

L'uomo che puliva deglut, cominci a sudare.

"Che c'? Non ne hai il coraggio?"

"No... cio, s..." balbett. Afferr l'attrezzo, ma tentennava.

"Cosa ti ho insegnato in questi anni?"

"La paura  inutile. La paura non mi salver " ripet.

"E poi?"

"Che  per il mio bene, solo per il mio bene."

"E allora che aspetti?"

Non sapeva se ci sarebbe riuscito.

"Sei il solito pisciasotto, mi fai schifo."

Inizi ad accostarsi il cacciavite al volto, tenendolo con entrambe le mani, diretto all'occhio sinistro. Abbass lo sguardo e vide la punta che si avvicinava: un graffio leggero sulla pelle dello zigomo, una piccola lacrima di sangue. Respirava velocemente, cercando dentro di s la determinazione per farlo e intanto si sforzava di non tremare. Ma era maledettamente difficile.

"Siamo solo noi due, ragazzo" continu Micky, in sottofondo. "Non ti illudere, al mondo non hai nessun altro che me."

Con il cacciavite a un millimetro dalla pupilla, l'uomo che puliva pens che non era vero. C'era Fuck. Lei gliel'aveva anche dimostrato chiedendogli di salvarla una seconda volta. Una rabbia sconosciuta s'impossess di lui e, prima che l'arnese potesse cavargli l'occhio, decise di opporsi e riusc a scagliarlo verso la porta verde con un urlo potentissimo, fino a consumare l'aria nei polmoni.

"Dopo tutto quello che ho fatto per te, ingrato..." fu il commento sdegnoso di Micky.

L'uomo che puliva rimase a fissare il vuoto per circa un minuto, ansimando. Poi quasi si strapp i vestiti di dosso e s'infil la tuta da lavoro. Ne aveva abbastanza di prendere ordini. Lasci il telefono di Fuck sul tavolo perch sapeva che lei avrebbe richiamato. Stavolta le avrebbe anche parlato. Raccolse le chiavi di riserva, stava per andarsene quando Micky si fece sentire per un'ultima volta.

"Tornerai ragazzo, lo sai anche tu... Senza di me, non sei niente."





50


Era fuggita dall'albergo con indosso solo il giubbotto grigio e quell'orrenda biancheria intima. Si era ritrovata scalza e sconvolta per strada senza sapere dove andare, mentre le macchine le sfilavano accanto suonando il clacson o sterzando all'ultimo momento per non investirla. Poi un automobilista pietoso si era fermato, offrendosi di darle un passaggio. Una volta a casa, la ragazzina col ciuffo viola aveva svegliato i genitori, scoppiando a piangere fra le loro braccia. Aveva raccontato tutto, omettendo solo il particolare che a salvarla era stato ancora una volta un misterioso angelo.

"Sei riuscita a scappare?" aveva domandato la madre, ancora incredula.

"Domattina sentir subito il nostro avvocato" aveva detto suo padre prima che lei potesse tradirsi. "Questa storia non finisce qui, pagheranno."

Non l'aveva mai visto cos determinato a difendere la propria famiglia. Contrariamente a ci che aveva pensato fino ad allora, i suoi erano stati subito comprensivi e non le avevano negato neanche per un secondo il loro appoggio e l'affetto incondizionato di cui aveva bisogno.

La madre le aveva preparato un bagno caldo.

"Avresti dovuto parlarne con me" le disse, mentre l'aiutava a lavarsi.

Lei era seduta nella vasca, abbracciata alle ginocchia, e si lasciava accarezzare con la spugna, delicatamente.

"Avrei potuto aiutarti" insistette l'altra, ma senza rimproverarla.

La ragazzina col ciuffo viola non aveva il coraggio di replicare. Chiuse gli occhi. La mano materna affondava nell'acqua per poi riemergere in un concerto di sgocciolii che risuonavano nel silenzio di vapori alla lavanda.

"Lo far  davvero?" domand, timidamente.

"Cosa?"

"Pap ... gliela far  pagare?"

"Conosco tuo padre e so per certo che non permetter  che chi ti ha fatto del male possa cavarsela."

In qualche modo, si sent   rincuorata da quella specie di promessa. "A te  mai successo?" si ritrov a dire, col timore di una qualsiasi risposta.

La madre esit un istante. "S" ammise. "Quando sfilavo mi sono state richieste... cose che non avrei voluto fare."

"E tu?"

"Sono riuscita a rifiutarmi la maggior parte delle volte."

La sofferta confessione ebbe il potere di placare un poco i suoi sensi di colpa. Forse neanche il padre era a conoscenza di quella verit  e, per la prima volta, si sent  in profonda sintonia con sua madre. Non si dissero nient'altro. Nella calma, la ragazzina col ciuffo viola lasci che lei finisse di ripulirla dal dolore e la aiutasse a indossare un pigiama profumato.

Prima che si addormentasse, la signora Rottinger si sedette accanto a lei sul letto, come faceva quando era bambina. Le spost i capelli dalla fronte. "Ci hai raccontato ogni cosa, vero?"

Si morse un labbro e stava per rivelarle la parte della storia che aveva nascosto. Ma poi ripens alle mascelle che si spalancavano feroci nell'oscurit, all'angelo che si trasfigurava diventando un demone vendicatore. Non era ancora pronta. "S" ment. "Ho detto tutto."

La madre le credette. Poi spost lo sguardo sul giubbotto grigio che era appoggiato alla sedia. "Dovremo restituirlo a quel signore gentile che ti ha riportata a casa" disse.

La ragazzina col ciuffo viola non comment.

Allora la madre le pos un piccolo bacio sulla fronte e usc dalla camera, accostando la porta cos che le arrivasse la luce del corridoio. Ascoltando il rumore dei suoi passi mentre si allontanava, la ragazzina col ciuffo viola fu travolta da un'improvvisa ondata di stanchezza. Ma forse era soprattutto un senso di riconciliazione.

Poco prima dell'alba, l'angoscia venne a svegliarla. Si raggomitol nelle coperte, sperando che andasse via. Ma presto si rese conto che non sarebbe stato facile liberarsene. Da uno spiraglio del lenzuolo intravide il giubbotto con cui l'angelo l'aveva protetta. La sua armatura. Allung un braccio verso la sedia, l'afferr e se lo port nella tana del letto. Stringendolo forte a s, avvert qualcosa di appuntito nella stoffa. Frug l'indumento e, infilando la mano nella tasca anteriore, scopr un carrarmato di latta con attaccate delle chiavi.

Rimase a fissarle, domandandosi cosa aprissero. Poco dopo, si riaddorment.

La ridest il dolore alla caviglia. apr gli occhi che era gi  giorno fatto, ma senza capire che ore fossero. Doveva fare pip, tanto valeva vestirsi e andare di sotto. Provava anche un leggero languore.

Scese da basso e, a parte la servit, non vide i genitori. Seguendo una cameriera con un vassoio, si accorse che erano nel patio, a pranzo con l'avvocato di famiglia, la persona di cui il padre si fidava maggiormente e che lui aveva menzionato quella notte con l'intenzione di punire chi le aveva fatto del male.

Da dietro le tende del soggiorno, la ragazzina poteva ascoltare i loro discorsi. Era curiosa di scoprire come avrebbero agito contro quelli che avevano abusato di lei.

"Vi ripeto che mi preoccupano soprattutto le foto" stava dicendo il legale. "E nella denuncia non possiamo ometterne l'esistenza. Ma, allora, tutti faranno a gara per procurarsele, soprattutto i giornali."

"Non siamo nemmeno sicuri che quelle immagini esistano" replic la madre.

"Ma se ci sono, sono anche nella disponibilit  di qualcuno... Pensate che chi ha venduto vostra figlia come baby-squillo si far  scrupoli a fare lo stesso con delle semplici fotografie?"

Baby-squillo. La definizione la fer.

"Ascoltami, Guido" disse l'avvocato, rivolgendosi direttamente a suo padre che fino ad allora non aveva aperto bocca. "Non puoi permetterti uno scandalo. Anzi, dovresti darmi mandato per mettere subito a tacere questa brutta storia."

L'avvocato si riferiva ai soldi, la ragazzina ne era sicura: la sua idea era che l'ingegner Rottinger pagasse quei bastardi per comprare il loro silenzio. Ma era altrettanto convinta che suo padre non avrebbe accettato.

"Se non lo fai adesso, cosa accadr  quando tua figlia sar  grande?" continu. "Vuoi che venga marchiata a vita per uno sbaglio commesso a tredici anni?"

"Non accadr " si ribell sua madre. "E la porteremo via da qui, se sar  necessario."

Il padre si massaggi il mento, fece un profondo respiro. "Non ci esporremo" sentenzi.

La frase arriv come un pugno nello stomaco della ragazzina. Dov'erano finiti i buoni propositi di quella notte? Le risuonava ancora nella testa quel "pagheranno" pronunciato con inattesa fermezza. Non credeva che si sarebbe fatto convincere cos facilmente, ma forse aveva solo paura per la sua famiglia, era comprensibile. Avrebbe voluto correre fuori e urlare a quel maledetto avvocato che per lei andava bene qualunque scandalo, purch non finisse tutto senza colpevoli. Che non le importava cosa avrebbe pensato la gente perch il suo pap  li avrebbe messi tutti a tacere. Ma poi l'ingegner Rottinger disse qualcosa che la riport alla cruda realt .

"Non mi conviene."

Ancora una volta, metteva se stesso davanti a ogni altra cosa. E anche la sua bambina doveva adeguarsi. Allora sper che almeno la madre si opponesse di nuovo e con maggiore energia.

"Vorr  dire che, per tenerla lontana, la manderemo in un collegio in Svizzera" afferm la signora Rottinger, arrendevole.

Raffaele le aveva detto che i genitori si sarebbero vergognati di lei. Aveva ragione. Si volt per allontanarsi da quella scena, mentre le scendevano lacrime che ribollivano di rabbia.

Torn in camera sua e sbatt la porta dietro di s. Poi si tuff sul letto, nascondendo la faccia fra i cuscini e abbandonandosi a un urlo disperato. Quando termin tutto il fiato che aveva in corpo, sollev per un attimo il capo e vide il giubbotto grigio e poi il carrarmato con le chiavi appoggiato sul comodino, accanto all'orso bianco di peluche. Si domand dove fosse il suo angelo.

Fu allora che le venne l'intuizione.

Il nuovo iPhone era sulla scrivania. L'aveva sincronizzato con iCloud, recuperando totalmente la memoria. Ma non aveva mai disattivato le funzioni di quello vecchio. E ce n'era una di cui si era dimenticata.

And a prendere il telefonino e cerc sul display l'app di geolocalizzazione per rintracciare i dispositivi elettronici smarriti. In quel momento, il vecchio iPhone risultava acceso e inviava un segnale pulsante in mezzo a una cartina. Avrebbe potuto richiamare il numero che era ancora attivo, magari stavolta le avrebbero risposto.

Ma poi ci ripens perch aveva avuto un'idea migliore.





51


Erano secoli che non saliva su un autobus. D'altronde, anche se avesse avuto ancora la Clio, non poteva certo guidare col braccio ingessato. Era un caldo pomeriggio di inizio estate, ma sul mezzo c'era l'aria condizionata e si stava bene. La cacciatrice di mosche aveva scelto un posto nelle file centrali, accanto al finestrino, e adesso si godeva il panorama del lago.

Stava andando a Como. Un agente immobiliare le aveva dato appuntamento subito dopo pranzo. Aveva deciso di vendere la villetta dei genitori. Sapeva che non ci avrebbe ricavato molto perch era malandata e per via della sua triste fama. Ma forse con dei nuovi abitanti, magari una giovane famiglia con bambini, la maledizione sarebbe svanita. La cacciatrice ci sperava.

Data la necessit  di raccogliere altri passeggeri lungo il percorso, il viaggio si stava rivelando pi lungo del previsto. C'era comunque poca gente intorno a lei e non le dispiaceva starsene l, col sole che le baciava la pelle del viso.

Mentre percorrevano il lungolago, scorse dal finestrino l'isola Comacina.

Ramment che proprio l  di fronte era avvenuto il salvataggio della figlia adolescente dei Rottinger. Dopo la visita a Diego, aveva promesso di non lasciarsi pi coinvolgere dalla vicenda: scacci il pensiero e prese il cellulare dalla borsa, cercando di distrarsi. Tanto fra poco l'autobus avrebbe superato la fermata corrispondente alla spiaggetta antistante l'isolotto e lei avrebbe potuto dimenticarsene di nuovo. Ma l'ansia non accennava a placarsi. Era la tentazione di un antico istinto. E, per quanto si sforzasse di concentrarsi sullo schermo dello smartphone, non si decideva ad aprire un'applicazione in cui trovare rifugio: che fosse la posta elettronica, internet o un social network poco importava, la sua attenzione era rivolta altrove. Poco prima che il mezzo imboccasse una curva, la cacciatrice cap di non poter resistere e ruppe gli indugi: si alz dal posto e sollev il braccio in direzione del retrovisore da cui l'autista controllava i passeggeri.

"Mi scusi" disse. "Vorrei scendere."

Appena mise piede sull'asfalto rovente, si sent   molto meglio. L'autobus ripart lasciandola sola. Mentre il rumore del motore si allontanava alle sue spalle, si guard intorno. C'era un piccolo spiazzo adibito a parcheggio, che al momento era vuoto. Da l  partiva un sentiero che s'insinuava nel bosco verso la riva. Si avvi in quella direzione, dicendosi che comunque le faceva bene prendere un po' d'aria, tanto era perfino in anticipo sul suo appuntamento. In realt , voleva vedere il luogo in cui l'essere con mille personalit  confliggenti aveva fatto per la prima volta la sua apparizione, sacrificando la propria invisibilit  per salvare una ragazzina che nemmeno conosceva.

Camminando fra gli alberi, si accorse che c'erano dei tavoli da picnic messi l  apposta per chi veniva in gita nei fine settimana. Ma l'annegamento era avvenuto in un giorno feriale e, in teoria, non avrebbe dovuto esserci nessuno.

La cacciatrice di mosche si sedette su una delle panche, accanto a un cipresso, e osserv la spiaggetta dove era stata tratta in salvo la ragazzina. Su quella sottile striscia di ciottoli era avvenuto l'incontro fra un'innocente e uno spietato assassino. Immagin cosa avesse visto lui quella mattina. Il corpo che si dimena nell'acqua, trascinato dalla corrente. Forse l'adolescente trova il fiato per chiedere aiuto. Lui capisce di avere pochi secondi per prendere una decisione. Poi, senza esitare, si tuffa, rischiando di essere inghiottito da uno dei terribili mulinelli nascosti sotto la superficie apparentemente tranquilla.

Chiss perch si  buttato nel lago? si domand. Cosa l'ha spinto? Era solo, poteva infischiarsene e non mettere a repentaglio il proprio prezioso anonimato.

Le tornarono in mente i testimoni della scena che poi avevano soccorso la ragazza dopo la fuga del presunto eroe. Un giardiniere che lavorava in una villa vicina, tre muratori impegnati nella ristrutturazione di una casa e un postino che stava ultimando il proprio giro di consegne: aveva letto di loro nel rapporto che le aveva passato Pamela in forma confidenziale. Nessuno aveva visto in faccia lo sconosciuto. Per avevano tutti una ragione per essere l, tranne l'uomo misterioso.

Ma era davvero cos?

Cosa ci facevi qui il mattino dopo aver ammazzato e fatto a pezzi la povera Magda Colombo? Ti sei disfatto del corpo a parecchi chilometri da questa spiaggia: allora perch proprio questo posto?

Lui era ancora l  fuori, libero di muoversi e di uccidere di nuovo. Anche se nessuno era disposto a crederle, lei lo sapeva. Ma, fino ad allora, si era chiesta dove fosse finito, trascurando il motivo per cui il venerd  in cui tutto era cominciato si trovasse proprio davanti all'isola Comacina.

Una brezza si lev e mosse le fronde degli alberi. La cacciatrice fu raggiunta dal profumo di un tiglio in fiore che stava chiss  dove. Chiuse gli occhi e si lasci pervadere e, nel contempo, si godette il concerto della natura che aveva intorno, generato proprio dal vento. Gli uccelli che volavano via, lo sciabordio del lago, l'abbraccio fra i rami, la risata delle foglie.

Ma fra quei suoni, ce n'era uno che stonava.

La cacciatrice di mosche si concentr per capire cosa fosse. Come uno strumento che non c'entrava nulla col resto dell'orchestra. Allora apr gli occhi e lo cerc in giro con lo sguardo.

A poca distanza dal tavolo a cui era seduta, c'era un cestino dei rifiuti fatto di legno. Il rumore veniva da l . Per un attimo, le pass davanti agli occhi l'immagine di un inserviente che spingeva un macchinario per lavare i pavimenti in un reparto di terapia intensiva: l'unica volta che il mostro invisibile era apparso, aveva preso le sembianze di un uomo delle pulizie. Mossa da quella considerazione, si alz per andare a controllare il contenitore della spazzatura. Mentre avanzava, vide che ce n'erano altri simili, disposti lungo il sentiero. Sporgendosi, not la busta di plastica verde posizionata all'interno. Al momento il sacchetto era vuoto, per questo faceva rumore mentre il vento lo smuoveva. Ci significava soltanto una cosa.

Qualcuno li sostituiva regolarmente.





52


Aveva impiegato un'ora e mezzo per raggiungere il quartiere popolare alla periferia di Como. E un'altra mezz'ora per trovare il condominio da cui proveniva il segnale del vecchio iPhone: un complesso di palazzi con uno spiazzo centrale dove i bambini giocavano a calcio e gli adulti chiacchieravano fra loro, ascoltando musica latina, bevendo birra e fumando. Alla ragazza col ciuffo viola piacque subito quel clima di festa multietnica. Passando in mezzo a loro, ricevette un sacco di sorrisi di benvenuto.

Prima di uscire aveva indossato un vestitino azzurro, corto e aderente, acquistato tanto tempo prima ma che poi era finito in fondo all'armadio perch era convinta che, col suo fisico, non potesse permetterselo. Adesso invece si sentiva a proprio agio perch credeva di nuovo in se stessa ma, soprattutto, era sicura che l'angelo l'avrebbe accettata cos com'era. Sulla gamba sana portava un anfibio con un calzettone scozzese. E, infine, si era messa il giubbotto grigio, anche se le andava grandissimo. Ma la rassicurava avere con s qualcosa dell'angelo, la faceva sentire protetta. Teneva le mani nelle tasche anteriori. In una stringeva il mazzo di chiavi, nell'altra il cellulare che tirava fuori di tanto in tanto per controllare il percorso.

La palazzina che le interessava era quella centrale, con un grande serbatoio che spiccava sul tetto.

Entr nell'androne e si stava dirigendo all'ascensore, tuttavia l'app del telefonino non le avrebbe detto a che piano scendere, poich il segnale che la guidava si spostava solo in orizzontale. Non l'aveva considerato ed era un bel problema. Pens di richiamare l'angelo: gli avrebbe confessato che si trovava l  sotto e lui non avrebbe avuto scelta. Ma, ancora una volta, nessuno rispose al vecchio iPhone.

Allora avrebbe lasciato squillare il cellulare e si sarebbe messa in cerca della suoneria con la sigla di Stranger Things. Certo, era un'ottima soluzione.

Con il telefono in mano e nonostante il tutore alla caviglia, pass in rassegna i vari piani. Ogni volta che cadeva la linea, lei ci riprovava. Al settimo piano, riconobbe un fioco segnale che arrivava dal fondo di un lungo corridoio.

Giunse trafelata davanti a una porta chiusa con tre serrature.

Le note che sentiva provenivano da dietro quella barriera. Era il momento della verit  ed era agitata. Riattacc, fece un respiro profondo e buss. Dall'interno, nessuna risposta. Allora ci riprov, pregando che l'angelo fosse in casa e si fosse solo rifiutato di accettare la chiamata.

Evidentemente non c'era.

Sbuff, delusa.

Ma non aveva alcuna intenzione di demordere, si mise spalle alla porta e si lasci scivolare per terra. Sarebbe rimasta l  seduta ad aspettarlo. Tir fuori una gomma da masticare e se la infil in bocca. Si mise a giocare col cellulare, ma il tempo non passava mai e l'eccitazione di poco prima si era gi  tramutata in un tedio insopportabile. Guard l'orario, le sedici. E continu a controllarlo pi o meno ogni cinque minuti. Pens che non ce l'avrebbe fatta a resistere ancora a lungo.

Sfil dalla tasca del giubbotto il carrarmato con le chiavi e le osserv, soppesandole nel palmo insieme all'idea che le stava balenando in mente.

Se fosse entrata a riprendersi il vecchio telefono, non ci sarebbe stato nulla di male. Poteva anche lasciare un biglietto all'angelo e ringraziarlo per tutto ci che aveva fatto per lei, dandogli un vero e proprio appuntamento. Peccato che non si fosse portata appresso l'orso di peluche, avrebbe potuto farglielo trovare.

Decise che era la cosa migliore da fare. Si rimise in piedi e inizi a trafficare con le serrature.

Richiudendosi l'uscio alle spalle, dovette attendere qualche secondo perch la vista si abituasse alla penombra: l'unica finestra era coperta da teli di plastica e penetrava solo una debole luce. Si guard intorno. Si trovava in una specie di soggiorno con cucinino. Era tutto molto in ordine. L'unica eccezione erano gli abiti sporchi di sangue gettati sul pavimento. Li osserv e ripens all'uomo che stava per violentarla all'hotel e, soprattutto, alla sua espressione spaventata.

"Chi sei tu?"

Si rese conto che non le interessava pi di tanto cosa gli fosse capitato perch era sicura che l'angelo avesse fatto giustizia rispondendo a una volont  superiore che legittimava perfino la violenza.

Si accorse subito che alla sua destra c'era una strana porta dipinta di verde.

Per il momento, la ragazzina la tralasci e cominci a perlustrare la stanza in cui si trovava, adiacente a un piccolo bagno cieco. Un divano letto. Un armadio a due ante. Un tavolo coperto con una tovaglia a fiori su cui spiccava il suo vecchio cellulare. And a prenderlo e, controllando il display, pens che era arrivata appena in tempo perch restava pochissima batteria e presto si sarebbe spento. Lo rimise dov'era perch si accorse che sotto il ripiano c'era un cassetto aperto. Sbirci all'interno: guanti in lattice, un paio di forbici e un quaderno con una matita fra le pagine. Lo prese e lo sfogli. Conteneva strani appunti: scritti con grafia incerta, erano pieni di errori di ortografia. Nonostante ci, riusc a decifrare alcune righe: si trattava di lunghissimi elenchi di oggetti, prodotti di vario genere e cibo.

Pensandoci bene, sembrava la spazzatura di qualcuno.

Lo rimise a posto e si avvicin all'armadio. apr l'anta di sinistra e si ritrov davanti una sfilata di abiti tutti uguali. Maglioncini grigio scuro, jeans chiari, camicie bianche o azzurre, scarpe allacciate nere. C'erano anche un grembiule di plastica nero e una borsa a tracolla che al momento era vuota. Dietro l'anta di destra, invece, erano appesi un blazer di pelle scuro, una camicia fiorata e, agganciata alla gruccia che la sosteneva, una cravatta sottile color porpora. In uno scomparto erano riposti stivaletti di pelle, una cintura con la fibbia argentata, un orologio placcato d'oro, un anello con la pietra turchese e un paio di occhiali fum. In quello accanto, una collezione di quaderni come quello che stava nel cassetto sotto il tavolo.

Calcol che fossero almeno una trentina.

Mentre stava per prenderne uno, not che sul ripiano pi alto c'era un oggetto voluminoso coperto da un asciugamano. La ragazzina si alz sulle punte, afferr un lembo del telo e lo sfil via.

Una testa umana.

Indietreggi, spaventata, e fin col sedere per terra. Ma poi, guardando meglio, si accorse che era solo la base di polistirolo per un parrucchino biondo cenere.

Si sent  una stupida, e se lo meritava. Stava per rialzarsi, ma dalla posizione in cui si trovava scorse qualcosa sul pavimento, proprio davanti alla porta verde.

Si avvicin carponi e vide che era un cacciavite.

Dall'ammaccatura nel legno, comprese che qualcuno doveva averlo scagliato proprio l  sopra. Si rimise in piedi e fece per aprire la maniglia, ma la stanza era chiusa a chiave. Era tutto molto strano. Allora decise di riprovare con quelle del mazzo col carrarmato.

Ebbe fortuna. Al terzo tentativo, la serratura si apr.





53


Spalanc la porta verde e dal buio profondo emerse un odore viziato. Acqua stagnante e cloro. Probabilmente la tapparella era sempre abbassata, senza ricambio d'aria. Ma c'era anche qualcosa di aspro. Un profumo maschile o un dopobarba, pens.

Sembrava quasi un invito a entrare.

La ragazzina col ciuffo viola era elettrizzata. Mosse un passo all'interno e allung la mano sulla parete accanto a s, in cerca di un interruttore. Lo trov. Il bagliore fioco di una lampadina appesa al centro del soffitto illumin l'ambiente. Ci che le rivel, per, non aveva molto senso.

La stanza era vuota.

La ragazzina si domand perch i mobili fossero tutti nell'altra camera e quello spazio non venisse utilizzato. Avanz con passo incerto, ruot su se stessa cercando di capire. Avvert una sensazione di crescente inquietudine, come una vertigine. Non avrebbe saputo spiegarlo, ma si sentiva minacciata. Improvvisamente, le veniva da piangere. La luce della lampadina sulla sua testa inizi a tremolare, come se ci fosse uno sbalzo di tensione. Un alito di vento, venuto da chiss  dove, le fece rattrappire la pelle. Somigliava a una brutta allucinazione. Prima che potesse rendersene conto, le sembr che un'ombra le passasse accanto, sfiorandola come una carezza.

Adesso ne era certa. l  dentro insieme a lei c'era qualcosa di malvagio.

Mentre cercava di dare un significato logico a ci che provava, una voce alle sue spalle disse: "Tu non dovresti stare qui".





54


Si volt e vide che a parlare era stato un uomo alto e robusto, dall'aspetto flaccido e palliduccio. Portava una tuta verde da netturbino, un cappello con visiera da cui spuntavano strani capelli rossicci, come quelli di una bambola. Un parrucchino, pens la ragazza col ciuffo viola. Spesse lenti da miope sotto cui s'intravedevano occhi piccoli e neri, come se le pupille non avessero iride.

Non pu essere il mio angelo, si disse.

L'uomo avanz sulle sue scarpe pesanti. "Fuck" disse allarmato. "Devi andartene, Fuck."

Era disorientata, non capiva che intenzioni avesse e perch la stesse insultando. Poi si ricord di ci che c'era scritto sulla cover del vecchio cellulare. Quell'uomo pensava che fosse il suo nome, era insensato. Non sapeva cosa fare, era solo molto spaventata. "S me ne vado subito" gli assicur.

Ma mentre si avviava verso l'uscita, l'uomo le si par davanti. "No, non accadr " afferm, perentorio.

perch aveva improvvisamente cambiato idea? Non lo capiva.

"Lei non dir  nulla di questo." Poi l'afferr per le spalle e la scosse. "Vero che non dirai nulla, Fuck? Ho ragione?"

"S non dir nulla..."

"Lei non c'entra, devi lasciarla andare."

Si rese conto che lo sconosciuto non parlava con lei, ma alla presenza che aveva avvertito poco prima nella stanza. "S" lo assecond. "Non lo dir a nessuno" promise, ma a quel punto era terrorizzata quanto lui.

"Avanti, ragazzo, facciamola finita!" disse ancora l'uomo, incomprensibilmente rabbioso. Ma la ragazzina si accorse che non aveva solo cambiato tono.

C'era un'altra voce in fondo alla sua voce.

Prima che potesse darsi una spiegazione, lo sconosciuto la tir a s, stringendola in un abbraccio. "No, non le farai del male" piagnucol. "Non te lo permetter."

Lei non sapeva cosa fare, la pena dell'uomo sembrava autentica, ma la morsa delle sue braccia si faceva sempre pi stretta. "Ti prego, mi fai male" tent di dirgli.

"Maledetto! Maledetto!" ripeteva l'altro, fra le lacrime. E continuava a stringere, sempre di pi.

Quando prov la stessa sensazione sperimentata in mezzo al lago, la ragazzina si rese conto che era sul punto di soffocare. L'istinto di sopravvivenza le ordin di dimenarsi. Lo fece, ma peggior la situazione perch, per reazione, lo sconosciuto la strinse ancora pi forte.

"Prenditela con me!" urlava disperato, girando in tondo. "Solo con me!"

La ragazzina rovesci gli occhi all'indietro, era sul punto di perdere i sensi ma quello la sosteneva, sollevandola da terra. Mentre danzavano in quel modo scomposto, la vista si annebbi: ormai non aveva pi fiato per parlare, n forze per opporre resistenza.

Un trambusto. Dei passi. Qualcuno grid: "Lasciala andare!"

L'uomo ignor il comando, continuando a volteggiare.

La donna ripet: "Lasciala subito!"

Ancora urla, ma ormai la ragazzina col ciuffo viola non sentiva pi nulla. Poi uno sparo.

E inizi a piovere.

L'angelo si paralizz. Poi spalanc le ali e lei precipit. Urt la tempia sul pavimento bagnato e il dolore le restitu in parte la coscienza. Si rese conto che stava ancora trattenendo il fiato e che se non avesse ordinato subito ai polmoni di riprendere a respirare sarebbe morta. Lo fece e il mondo torn lentamente a schiarirsi davanti ai suoi occhi. Ma ogni cosa adesso era rallentata. Da dove si trovava vide la carabiniera che, oltrepassando una coltre di gocce finissime, avanzava verso di loro con la pistola in pugno. L'uomo invece era supino, con un buco nella gola da cui sprizzava un liquido rosso e brillante. La ragazzina strisci verso di lui e protese entrambe le mani per fermare la fontana di sangue che si mischiava con l'acqua che cadeva dal soffitto. La carabiniera le intim di stare indietro, che era pericoloso. Lei percep appena la sua voce in mezzo allo strillo di un allarme, ma se ne freg. Le sembrava folle, le sembrava ingiusto,perch era convinta che lui alla fine l'avrebbe liberata dall'abbraccio.

"Voi non capite, non mi farebbe mai del male, lui mi protegge!"

L'angelo vide ci che stava facendo per lui e le sorrise. Stava annegando. Ma, col poco ossigeno che gli rimaneva, le disse: "Da piccolo stavo per morire in una piscina. Forse era meglio".

La ragazzina col ciuffo viola gli rispose singhiozzando: "Se quel giorno fossi morto, non mi sarei mai salvata".

Poi qualcuno la strapp da lui, portandola via per sempre attraverso quella pioggia assurda. Ma per tutto il tempo che gli restava, non smisero mai di guardarsi.





55.


Mentre guidava, Pamela aveva una strana espressione felice. Non l'aveva mai vista cos, perci la cacciatrice di mosche non sapeva se dovesse preoccuparsi. " accaduto qualcosa" afferm, sicura.

"No" rispose l'amica.

"S invece. E tu me lo stai nascondendo."

Un altro sorriso. Ecco la prova. "Che succede?"

"Ma niente..." Pamela si volt verso di lei. "Io e Giorgia ci sposiamo."

Era stupita. "E me lo dici cos?"

"Me l'ha chiesto tre giorni fa, l'abbiamo gi  comunicato alle famiglie."

"Ma  una notizia stupenda" comment. "Ti sei decisa finalmente a fare di lei una donna rispettabile." Quel trito commento sessista le fece esplodere in una risata. Era contenta per Pamela, anche se sospettava che Giorgia non fosse la persona giusta. Ma non gliel'avrebbe mai detto, naturalmente.

Era in debito con l'amica, e l'amica era in debito con lei.

Dopo che davanti all'isola Comacina aveva scoperto che l'uomo misterioso non era altri che un netturbino, aveva informato per telefono Pamela, chiedendo di verificare presso l'azienda municipalizzata chi fosse di turno alla spiaggetta il famoso venerd  del salvataggio della figlia dei Rottinger. Erano saltati fuori un nome e un indirizzo. Durante un normale controllo a casa sua, la carabiniera si era trovata davanti una scena terribile e surreale.

L'uomo stava cercando di soffocare la ragazzina col ciuffo viola, stringendola nella morsa di un abbraccio.

La sua natura  uccidere, non salvare, si era detta la cacciatrice.

Pamela aveva sparato. Lo sparo aveva attivato il vecchio impianto antincendio collegato al serbatoio sul tetto. L'uomo era morto, colpito da un proiettile alla giugulare. C'era un elemento ricorrente in quella storia.

L'acqua.

La cacciatrice ramment come tutto era iniziato. E adesso era come se il lago rivendicasse un ruolo anche nel finale.

La ragazzina era stata restituita alla famiglia che l'aveva rinchiusa in chiss  quale comunit  terapeutica per aiutarla a superare il trauma. La cacciatrice preg perch ce la facesse.

La vicenda aveva ancora dei contorni poco chiari.

La sua teoria per cui lo sconosciuto era un pericoloso assassino era stata al momento accantonata. Non era emerso nulla di compromettente sul suo conto. E nemmeno un collegamento con le presunte vittime dell'elenco dell'anagrafe. Tuttavia, restava un mistero irrisolto e riguardava l'identit  di quell'uomo.

Era venuto dal nulla.

Per farsi assumere aveva presentato dei documenti falsi, e cos per aprire un conto corrente postale, acquistare un'auto e affittare l'appartamento in cui viveva. Inoltre nessuno sapeva spiegare perch di tanto in tanto sentisse il bisogno di andare per locali travestito come se fosse un'altra persona. A ogni modo, la cacciatrice di mosche si era rifiutata di farsi descrivere dall'amica il suo vero aspetto, perch temeva di ritrovarselo davanti in qualche incubo.

L'avevano messo in una tomba anonima.

In mancanza di un nome certo, lei aveva deciso di ribattezzarlo semplicemente "l'uomo che puliva".

"Che c'?" domand Pamela, notandola sovrappensiero.

"Niente" rispose, sistemandosi meglio in grembo il braccio ingessato.

"Siamo quasi arrivate" annunci l'amica.

Poco dopo, parcheggiarono l'auto davanti all'ingresso di una delle pi lussuose boutique di Como. La cacciatrice stava per scendere dalla macchina, ma Pamela la ferm.

"Aspetta: volevo prima darti questo..."

Le porse un pacchettino con un fiocco rosso. Lei lo guard, stupita. Poi, senza dire nulla, lo apr. All'interno c'era un piccolo carrarmato di latta che fungeva da portachiavi.

"Apparteneva allo sconosciuto" specific l'amica. "Sarebbe stato gettato via insieme al resto della sua roba, ma ho pensato di prenderlo per darlo a te."

"perch?"

"perch senza di te, non sarei mai arrivata in tempo."

La cacciatrice di mosche abbass lo sguardo sul vecchio giocattolo, domandandosi quale fosse la sua storia e come fosse arrivato nella vita di quell'uomo. Era perfettamente consapevole che non avrebbe mai ottenuto una risposta.

"Allora, sei pronta per il trattamento?" chiese Pamela.

La cacciatrice di mosche annu. "S sono pronta." Si mise in tasca il carrarmato e scese dalla macchina, dirigendosi verso l'entrata della boutique.

Al suo ingresso, le venne incontro una commessa. "Benvenuta, posso aiutarla?"

"Vorrei parlare con la titolare, per favore."

La ragazza la guard stranita, probabilmente chiedendosi perch lei non andasse bene. Ma poi si decise e spar all'interno del negozio. Poco dopo, giunse un'elegante signora della sua et, incredibilmente bella.

"Mi cercava?" domand, sorridendole.

La cacciatrice di mosche attese in silenzio, poi disse: "Non mi riconosce?"

"Dovrei?" chiese l'altra, divertita. "Ci siamo gi  incontrate?"

"Io la vedo per la prima volta" ammise.

"Mi scusi, ma non capisco..." Era in imbarazzo. "Allora perch io dovrei conoscerla?"

"Avanti, mi guardi bene. Mi dia una bella occhiata..."

Forse la donna temeva si trattasse di uno scherzo, si stava irritando. Ma poi cap. "Lei ..."

La frase che dicevano tutti. Le diede la solita risposta. "S sono la madre."

L'altra era sempre pi incerta.

La cacciatrice inizi a raccontare. "Hanno catturato mio figlio dopo una fuga di tre giorni: stava provando ad acquistare un panino alla stazione di Milano con gli spiccioli che aveva racimolato chiedendo l'elemosina. Non ha confessato subito. Continuava a proclamarsi innocente e, anche se aveva ancora addosso il sangue della ragazza che aveva accoltellato, attribuiva la colpa a un fantomatico aggressore che era entrato dalla finestra e aveva ucciso Valentina." Not che la donna non l'aveva ancora interrotta, era un buon segno. "Io e mio marito siamo andati in questura, ce l'hanno fatto incontrare per pochi minuti. Quando l'ho visto, Diego aveva un'espressione imbronciata, da cane bastonato: in quel momento giuro che avrei voluto strozzarlo con le mie mani. E mentre ripeteva anche a noi, fra lacrime e singhiozzi, quel racconto assurdo, per un istante ho visto una luce nera nei suoi occhi, e ho capito. Non solo non era affatto pentito: in realt , non gli importava niente." La donna ora la scrutava, colpita. "Soltanto una madre pu capire ci che passa per il cuore di un figlio, solo una madre lo pu sapere. E io lo sapevo. Lo sapevo con una certezza che non avrei mai voluto avere. Mi sono detta: mio Dio, fa' che non gli credano, fa' che non si bevano questa enorme bugia cattiva." La cacciatrice fece un profondo respiro. "Abbiamo la presunzione di conoscerli per il solo fatto di averli messi al mondo, ma a volte ci lasciamo distrarre dall'amore che proviamo per loro e ci rifiutiamo di vedere. Per dentro di noi lo sappiamo benissimo... Se non fai nulla per impedirgli di compiere del male, allora la colpa  tua."

La donna era turbata. "perch lo sta raccontando a me?"

"perch suo figlio possiede una Porsche bianca, e perch la sua fidanzata giovane e carina nasconde i lividi con abiti larghi e troppo trucco. E perch per me era gi  troppo tardi..."

La donna ci pens un momento, torturandosi le mani. Il suo sguardo si perse, adesso era preoccupata. La cacciatrice di mosche non aggiunse altro. Si volt e usc dal negozio.





23 febbraio

La luce del pomeriggio d'inverno inizia a degradare verso il tramonto. Gli ultimi raggi solari entrano nella stanza d'ospedale, posandosi con gentilezza sul letto su cui  distesa Martina, la schiena leggermente sollevata dai cuscini. Il ventre svuotato e lo sguardo triste. "I medici hanno tentato di tutto per salvare il mio bambino."

La poliziotta in borghese  seduta accanto a lei: ha tirato fuori un taccuino all'inizio della chiacchierata, ma finora non ha annotato nulla. "Che pu dirmi del ragazzo?"

"Che non pensavo potesse essere geloso fino a questo punto. Per, le sembrerebbe assurdo se le dicessi che non riesco ad avercela con lui?"

"Non so, dipende."

"A cinque anni stava per affogare nella piscina di un albergo abbandonato, avremmo dovuto capirlo subito che non si era trattato di un incidente."

"Che intende?"

"La madre era con lui, poi ha raccontato di essersi distratta ma non era vero: l'aveva visto in difficolt  ed era andata via di proposito."

" da quel momento che, secondo lei, sono cominciate le violenze?"

"Quell'episodio doveva essere il nostro campanello d'allarme. Non credo che Vera abbia mai voluto bene al figlio. Anzi, penso che avesse sviluppato un'autentica avversione."

"Sta dicendo che lo odiava? Come  possibile che non ve ne siate accorti?"

"Ci sarebbero mille spiegazioni.perch la nostra cultura cattolica ha idealizzato la figura materna, o perch tendiamo a rimuovere per principio l'idea stessa che si possa disprezzare ci che si  messo al mondo. Siamo convinti che l'alternativa all'amore sia l'indifferenza, e ogni psicologo potr  dirle che per la maggior parte dell'umanit   cos, tranne che per una madre. A differenza di chiunque altro, una madre non ha scelta, e spesso nemmeno lei stessa se ne rende conto."

"Una madre ama oppure odia con la stessa intensit ."

"Esatto. E Vera ne era l'esempio. In pi, passava da una relazione complicata all'altra, da un uomo violento all'altro. Ecco perch le abbiamo creduto quando ci ha parlato di Micky."

"Micky?"

"Ci ha convinti che questo suo compagno occasionale se la prendeva col bambino e lei non riusciva a fermarlo."

"E non era vero?"

"No."

"E come l'avete scoperto?"

"Un giorno un vicino di casa ha sentito le urla del bambino e ha chiamato la polizia. Quando sono arrivati gli agenti, Vera ha provato a dare di nuovo la colpa a Micky, per nell'appartamento non c'era nessun altro."

"Allora anche il bambino  stato plagiato dalla madre."

"Lo so, pu sembrare assurdo che la verit  non sia venuta fuori subito. Non cerco scusanti,  stata anche colpa nostra. Mia, prima di tutti gli altri. Ma  successo perch persiste l'assurdo pregiudizio che solo i maschi possano fare cose del genere, una donna e una madre no."

"E quando avete scoperto come stavano le cose, lei ha portato il bambino in un istituto."

"S. Anche se lui avrebbe voluto essere adottato."

"Anni dopo  stato accontentato."

"Per forse era gi  troppo grande per adattarsi alla realt  di una famiglia. Quando ho scelto la coppia che aveva perso un figlio della stessa et , mi sono detta che avrebbero potuto riprendere la vita dove si era interrotta e che insieme avrebbero lenito le rispettive sofferenze. E poi sono stati gli unici a richiederne l'affidamento. Gli altri scappavano per via della sua storia."

"La sua storia?"

"Il soprannome del padre di Vera era Micky. Il bambino  figlio di un incesto."

"Il male  un cerchio."

"Pensa che lo troverete?"

" probabile: dove pu nascondersi un ragazzo di quattordici anni?"

"Non siate troppo duri per, d'accordo?"

"D'accordo."

In quel momento, si sente un pianto.

La poliziotta si sporge nella culletta che sta accanto al letto per sbirciare il neonato. "Avete gi  scelto il nome?"

"Mio marito ci teneva a dargli quello di suo padre... Si chiama Diego."

La poliziotta mette via il taccuino su cui non ha scritto nulla, prende la borsa e sta per congedarsi.

"I mosconi, lui li definiva cos..." Martina se n' ricordata adesso. "Gli uomini che ronzavano intorno a Vera. E diceva che solo io sarei riuscita a tenerli lontani da lui... La cacciatrice di mosche, cos mi chiamava."

La poliziotta si avvia verso la porta. "Abbia cura di suo figlio, e dimentichi questa brutta storia."

Martina la guarda uscire. Poi allunga le braccia nella culla per prendere il neonato urlante. Lo bacia sulle guance, gli sorride e, per farlo calmare, se lo attacca al seno. Lo osserva mentre si nutre, vorace, di lei. E intanto si domanda quale sar  la sua prima parola, quando si riveler  il suo carattere e che genere di uomo diventer  da grande. Suo figlio  un miracolato. Dio l'ha preservato per qualcosa d'importante, ne  sicura. Sa che in fondo  un po' sciocco farsi certi discorsi, ma non le importa se  ancora tutto prematuro.

Fra poco Diego inizier  a immaginare da solo il suo futuro. Nel frattempo, sua madre sogna e desidera per lui.
...
.
...
FINE.